mercoledì 9 giugno 2021

Domani è un altro giorno .. si vedrà ...

  Foto di RÜŞTÜ BOZKUŞ da Pixabay

Domani sarà un altro giorno, come al solito, diverso e per molti aspetti uguale a tanti altri che abbiamo già vissuto. Domani verrà ricordato un momento importante della vita di questo Paese: la tragedia di Alfredino Rampi e della sua caduta nell’inferno di quel pozzo di Vermicino. E poi, da domani, si parlerà tanto di calcio e in entrambe le vicende la Rai, come al solito, è presente direttamente per quanto è in grado di raccontare frammenti importanti di vita nazionale.

10 giungo 1981: chi vi scrive aveva poco meno di trent’anni e vedeva poca televisione. Però faceva ed ascoltava molta radio. La faceva perché era ancora impegnato direttamente nella coda lunga dell’esperienza delle “Radio libere” che da li a poco sarebbero svanite. Giocoforza, ascoltava molta radio e, in particolare i notiziari della Rai. Ricordo perfettamente quando a tarda serata cominciarono ad arrivare le prime notizie di quello che stava avvenendo a Vermicino. Alla radio non avevamo le agenzie di stampa che battevano i primi lanci ma ci telefonavano da redazioni amiche. Fino al mattino successivo, l’11 giugno, non era del tutto chiaro cosa era successo e cosa sarebbe potuto succedere. Fatalmente, si pensava, si sperava, che la vicenda si poteva risolvere facilmente. Così non avvenne e sappiamo bene come andò a finire. Citiamo Giancarlo Santalmassi al termine della sua diretta del Tg2 : “Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare”.

Per quella occasione venne pure coniata l’espressione “circo mediatico” che la dice lunga sul suo significato.  Quello che ci interessa tenere a mente, ricordare appunto, è un passaggio che ci riguarda e interessa tutt’ora: cosa succede quando si accende l’obiettivo delle telecamere di fronte alle tragedie umane. Forse sarebbe improprio e non del tutto corretto definire quel momento come la nascita della “televisione del dolore” perché anche prima di Vermicino eravamo stati sufficientemente vaccinati in quel senso: basti pensare alle immagini di guerra, non lontane quelle del Vietnam. Consigliamo di leggere un libro che fa letteratura in proposito: “Davanti al dolore degli altri” di Susan Sontag. Quella lunga diretta televisiva dal bordo del pozzo, quelle immagini di Pertini con la cuffia, quella lunga attesa di una conclusione che non arrivava mai ha solo contribuito a scoperchiare un aspetto della comunicazione audiovisiva che ha fornito successivamente spunto e suggestione per tanta altra “televisione del dolore” più o meno camuffata in vari generi. Interessante una ricerca svolta dall’Osservatorio di Pavia nel 2018 sulla Televisione del dolore dove ha elencato diversi esempi: Pomeriggio Cinque, Domenica Live, Storie Vere, La Vita in diretta, Mattino Cinque, Quarto Grado, Chi l’ha visto?, Amore Criminale, I Fatti Vostri e Uno Mattina. Alcuni tra questi tuttora in onda con costante attenzione e gradimento da parte del pubblico.

Si tratta di un argomento del quale si parla e si dibatte poco, troppo poco per capire e sapere cosa succede nella mente umana quando si assiste al “dolore degli altri” e, in primo luogo, quando questo racconto avviene attraverso le telecamere pubbliche, della Rai.

Giriamo pagina.

Quando in Italia e nel resto del mondo si parla di calcio è necessario definire bene di “quale” calcio si intende. Noi ne conosciamo almeno quattro tipi: il primo e forse il più diffuso, riguarda quello praticato da milioni di persone che con una palla di qualsiasi genere, in qualsiasi posto si trovano, in ogni condizione meteorologica, su un campetto di terra battuta come su un verde prato, danno due calci e si divertono. Il secondo calcio che conosciamo bene è quello che si osserva e si partecipa direttamente allo stadio, con le bandiere, le maglie e gli striscioni, tifosi in curva  o in tribuna, pronti a cantare in piedi l’inno della squadra e fare una emozionante “sciarpata”. Poi conosciamo il calcio goduto comodamente a casa, sul divano, da soli o in compagnia, forse un po’ meno emozionate ma non meno partecipato. Ancora, conosciamo (per fortuna poco) il calcio “finanziario”, quello del grande business, degli agenti e dei procuratori, dei titoli azionari che salgono o scendono a seconda delle voci di acquisti e vendite di giocatori o allenatori famosi. Infine, conosciamo il calcio delle truffe, dei corrotti e dei corruttori, degli arbitri onesti e di quelli venduti o comprati, dei gol taroccati, annullati  o convalidati a piacere, dei fuorigioco inventati, dei giocatori zappatori e dei campioni che segnano con la sola forza del pensiero, degli scudetti assegnati “a priori”.

Forse, è proprio per queste sue infinite sfaccettature che il calcio appassiona tanta gente. Noi che siamo nati a Roma abbiamo sempre negli occhi il Colosseo e non è caso che lo stadio gli somiglia, come pure gli somigliano  e appartengono i comportamenti e i linguaggi di quanti ci vanno, spesso e volentieri. Di questi quattro tipi di calcio, purtroppo, la Rai ci racconta poco. Non ci racconta storie di campetti di periferia, di ragazzini e di genitori che pensano di crescere campioni, di sacrifici, di passioni, di gioco e impegno. Non ci racconta cosa si prova quando in un grande stadio entra la propria squadra, quando si esulta o quando ci si imbufalisce urlando “arbitro cornuto” per essere gentili e tantomeno ci racconta e basta, le partite tali e quali perché per quelle bisogna pagare a caro prezzo un abbonamento ai vari OTT che siano Sky, Amazon o DAZN. E potrebbe non raccontarcelo forse neanche più con la cara vecchia radio con la storica trasmissione “Tutto il calcio minuto per minuto” sponsorizzato dalla Stock di Trieste per non dire de “La giostra del gol”.  Ci racconta poco o quasi nulla del calcio da Sole 24 Ore, da MF, da The Economist: quel calcio dove devi essere un operatore finanziario esperto per capire se la squadra per cui tifi potrà essere ammessa al campionato oppure squalificata perché piena di “buffi” o debiti che dir si voglia.  Non parliamo poi, infine, di inchieste e report giornalistici approfonditi su partite truccate, su scudetti “regalati”, su arbitri non solo cornuti ma corrotti, su scommesse clandestine oppure qualche giocatore che magari si tira qualche canna o fa bagordi alla vigilia di una partita importante. No, ci sembra che la Rai sia lontana da tutto questo o meglio, si è allontanata progressivamente nel corso di questi ultimi anni. Riprendere questo racconto nazionale non sarà facile. Giusto: c’è rimasta la Nazionale, almeno questa non ce la possono togliere, almeno per ora. Domani… si vedrà. Il calcio, tutto sommato, per molti, è solo business. Per altri è solo passione. Domani iniziano gli europei, saremo partecipi e tiferemo Italia ma con un occhio un po’ meno appassionato del solito.

                                                               bloggorai@gmail.com

 


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