Ogni tanto, succede, che si possa immaginare o sognare che la Rai, il Servizio
Pubblico Radiotelevisivo, possa essere diverso da quello che oggi è e magari
vagamente somigliante a quello che era … una volta. I sogni, si sa, sono materia
misteriosa e non costano nulla.
Ecco allora che, succede, che va in onda la quarta serie di
Doc, una serie fiction su Rai Uno di grande successo. Ne parlano gran bene e lo
stesso Corriere oggi ne magnifica le qualità a tal punto da scrivere “Miracoli della
fiction. Argentero, ministro subito!!!”. Ovviamente, c’è stato subito chi ne ha
applaudito l’ennesimo successo di pubblico: giovedì sera “vince la serata …” oppure
“sbanca gli ascolti …” etc. Verrebbe da dire che, succede, che pure alla Rai si
fanno “cose” buone. Già, se non che le “cose” ovvero gli ascolti di Doc vincono
la serata ma non convincono i telespettatori: dalla prima edizione ad oggi sono
“emigrati” poco meno della metà, passando dai circa 7 milioni del 2020 a circa 4 di
quest’ultima puntata. La perdita non è di poco conto: lo share è rimasto pressoché
invariato (circa il 26%) ma le “teste” di fronte alla tv sono diminuite con
grande disappunto degli inserzionisti pubblicitari che, notoriamente, comprano
spazi in relazione agli individui presenti di fronte alla Tv e non per lo share. Cosa è successo? Perché un
numero così elevato di telespettatori abbandona il suo interesse? Ci sono tante
risposte plausibili. Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il
2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità
pubblica” destava giocoforza enorme attenzione. Un’altra possibile risposta è legata
ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo
duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove
idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme. Non tutto funziona come Montalbano, o
come la Principessa Sissi o come Pretty Woman con la televisione dei bei tempi che furono.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi si è sparsa sui social
una notizia: Rai Storia manderà in onda il prossimo 10 ottobre il documentario
Naza sul genocidio “tecnologico” compiuto dall’esercito israeliano nella striscia
di Gaza dove sono stati massacrati oltre 70 mila civili. La voce gira velocemente
e solleva incredulità: possibile mai che la Rai possa essere così coraggiosa ma
mandare in onda una cosa del genere? Bloggorai ha sollevato dubbi e chiesto in giro:
naaaaaa, tranquilli … sereni. Non ci pensano lontanamente e, anzi, se ne guardano
bene anche solo da sollevare il tema.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi è iniziata la programmazione
di “Italiana” sul canale 57 al posto di Rai Scuola. Abbiamo provato a vedere e ci è passata subito ogni fantasia. Niente,
non c’è verso: sprovveduti allo sbaraglio che pur di impossessarsi di un territorio
televisivo non si fanno scrupoli di cancellare un vincolo di Servizio Pubblico
e metterci al suo posto una riedizione di vecchi programmi rivisiti e corretti in
acqua fresca. Techedeche, a confronto, è una grande novità. “Vogliamo promuovere
il Made in Italy nel mondo” ha detto il direttore distribuzione Ciannamea (una
volta, si leggeva, molto quotato in area Lega, ora non si sa). Già: ne abbiamo tanto
bisogno.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi andavano in onda
i mondiali di ciclismo su RaiDue. È successo che, ad un certo punto, la trasmissione
è stata interrotta per dare la linea al Tg2 proponendo di proseguire e spostare
la visione su Rai Play. “Demenziale” è stato il commento più generoso: passare
dal DTT allo streaming è come darsi una zappata sugli stinchi e vivere felici. Nella
Rai di oggi succede.
bloggorai@gmail.com


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