Apprendiamo dal Fatto Quotidiano
che la Rai ha comminato una sanzione di 10 giorni a Sigfrido Ranucci.
A domani il commento
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/05/rai-ranucci-sospeso-report-news/8528060/
Apprendiamo dal Fatto Quotidiano
che la Rai ha comminato una sanzione di 10 giorni a Sigfrido Ranucci.
A domani il commento
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/05/rai-ranucci-sospeso-report-news/8528060/
Iniziamo bene la settimana con un grazie ad una nostra
attenta e qualificata lettrice che ci permette di affrontare un tema importante:
perché milioni di telespettatori abbandonano la Rai?
È successo nei giorni scorsi che Rai Uno ha mandato in onda DOC,
una fiction di successo (e ci dicono anche interessante). Abbiamo poi constatato
che questa nuova serie ha perso oltre 3 milioni di persone da quando è iniziata
nel 2020. Ci siamo chiesti perché è avvenuto questo fenomeno, cosa è successo, quali
sono gli elementi che hanno indotto così tanti telespettatori a cambiare canale
o piattaforma?
Abbiamo accennato a due possibili cause: “Una è legata al
momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la
pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza
enorme attenzione poi, per fortuna, ora scemata. Un’altra possibile risposta è
legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come
zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare)
nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme”. Ora,
la nostra lettrice ci ha segnalato forse la causa più rilevante, quella che ha
modificato sostanzialmente le abitudini serali degli italiani di fronte alla TV:
l’ora della messa in onda della “antica” prima serata che non inizia più intorno
alle 21.15 ma quasi intorno alle 22. Giovedì sera DOC è iniziato esattamente
alle 21.50 al termine del solito lunghissimo gioco dei pacchi, un aperto
sostegno alla ludopatia.
Passo indietro: il 28 gennaio 2026 l’AgCom delibera un “Richiamo
nei confronti della società Rai-Radiotelevisione italiana S.p.A. al rispetto
delle previsioni di cui al punto 3 dell’allegato 1 al Contratto di servizio”
ovvero “RICHIAMA la RAI – Radiotelevisione italiana S.p.A. all’osservanza degli
obblighi derivanti dal punto 3 dell’Allegato 1 al Contratto di servizio,
garantendo la coerenza tra gli orari di trasmissione comunicati al pubblico e
l’effettiva messa in onda dei programmi, anche 19/26/CONS 4 nella fascia di
prime time…”. Cosa è successo dopo? Nulla. Lettera morta, nessuno se l’è
filata. Un richiamo formale dell’Autorità di Controllo e Garanzia del Servizio
Pubblico viene completamente ignorata come se nulla fosse. Come al solito, ci
domandiamo se i consiglieri di amministrazione, oltre che diffondere comunicati
stampa del giorno dopo e partecipare festosi all’inaugurazione del nuovo Studio
Pippo Baudo, si accorgono che ci sono regole che andrebbero rispettate dal Servizio
Pubblico, altrimenti poi difficile lamentarsi del fatto che la Vigilanza è
sospesa. A cosa serve il Contratto di Servizio se poi nessuno provvede a farlo rispettare?
Ma andiamo avanti. Il tema della “prima serata” è ormai vecchio anche se, ufficialmente, ha una data recente: tutto inizia il 14 luglio dello scorso anno con l’inizio della Ruota della Fortuna di Mediaset, con un format iniziale di circa 50 minuti poi scivolato verso i 70 per concludersi regolarmente intorno alle 21.50 uccidendo così completamente il “prime time”. Rai segue “a ruota” Mediaset, pur andando regolarmente “sotto” il diretto concorrente.
Sono
trascorsi “appena” dieci anni da quando il DG Campo Dall’Orto e il direttore Fabiano
dichiararono “la prima serata deve iniziare alle 21.15”. Altri tempi, altra Rai.
Non se li sono filati nessuno e le cose sono sempre peggiorate. Secondo il glossario
Auditel “Prime Time- E’ l’orario “di punta” della Televisione. In Italia, il
Prime Time inizia ufficialmente alle 20:30:00 e termina alle 22:29:29.
Tuttavia, si è andato progressivamente diffondendo l’uso del “Prime Time”
compreso tra le 21:00:00 e le 22:59:59”. Ovvero, una volta iniziava subito dopo
i Tg ed ora inizia subito dopo la fine dei giochi (Canale 5 ha aperto la strada).
Nei giorni scorsi, l’attrice Elena Sofia Ricci ha protestato: “Prima serata
troppo tardi, mancanza di rispetto per il pubblico” e il “pubblico” poi si
scoccia a cambia canale oppure emigra verso altre destinazioni: le piattaforme.
Al solito: cercate i soldi. Leggendo i listini di Rai Pubblicità e di
Pubblitalia i costi degli spot variano dagli 80 ai 130 mila euro per 30 secondi.
Il “rispetto del pubblico” passa attraverso questa mannaia: per evitarla i telespettatori
fuggono e le piattaforme gongolano.
Nota bene: l’emigrazione di telespettatori in fuga da Rai
Uno ha riguardato pure il sabato sera, ovvero la trasmissione di punta della rete: “Ballando
con le stelle” negli ultimi 5 anni ha perso per strada circa 1,5 milioni di
persone, passando dai 4 dell’edizione del 16 ottobre 2021 ai 2,4 del 3 ottobre
scorso.
Gli anni passano, i figli crescono e i telespettatori Rai
invecchiano. I figli “scappano di casa” e gli anziani guardano Rai Uno o ciò
che ne resta.
bloggorai@gmail.com
Ogni tanto, succede, che si possa immaginare o sognare che la Rai, il Servizio
Pubblico Radiotelevisivo, possa essere diverso da quello che oggi è e magari
vagamente somigliante a quello che era … una volta. I sogni, si sa, sono materia
misteriosa e non costano nulla.
Ecco allora che, succede, che va in onda la quarta serie di
Doc, una serie fiction su Rai Uno di grande successo. Ne parlano gran bene e lo
stesso Corriere oggi ne magnifica le qualità a tal punto da scrivere “Miracoli della
fiction. Argentero, ministro subito!!!”. Ovviamente, c’è stato subito chi ne ha
applaudito l’ennesimo successo di pubblico: giovedì sera “vince la serata …” oppure
“sbanca gli ascolti …” etc. Verrebbe da dire che, succede, che pure alla Rai si
fanno “cose” buone. Già, se non che le “cose” ovvero gli ascolti di Doc vincono
la serata ma non convincono i telespettatori: dalla prima edizione ad oggi sono
“emigrati” poco meno della metà, passando dai circa 7 milioni del 2020 a circa 4 di
quest’ultima puntata. La perdita non è di poco conto: lo share è rimasto pressoché
invariato (circa il 26%) ma le “teste” di fronte alla tv sono diminuite con
grande disappunto degli inserzionisti pubblicitari che, notoriamente, comprano
spazi in relazione agli individui presenti di fronte alla Tv e non per lo share. Cosa è successo? Perché un
numero così elevato di telespettatori abbandona il suo interesse? Ci sono tante
risposte plausibili. Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il
2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità
pubblica” destava giocoforza enorme attenzione. Un’altra possibile risposta è legata
ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo
duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove
idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme. Non tutto funziona come Montalbano, o
come la Principessa Sissi o come Pretty Woman con la televisione dei bei tempi che furono.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi si è sparsa sui social
una notizia: Rai Storia manderà in onda il prossimo 10 ottobre il documentario
Naza sul genocidio “tecnologico” compiuto dall’esercito israeliano nella striscia
di Gaza dove sono stati massacrati oltre 70 mila civili. La voce gira velocemente
e solleva incredulità: possibile mai che la Rai possa essere così coraggiosa ma
mandare in onda una cosa del genere? Bloggorai ha sollevato dubbi e chiesto in giro:
naaaaaa, tranquilli … sereni. Non ci pensano lontanamente e, anzi, se ne guardano
bene anche solo da sollevare il tema.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi è iniziata la programmazione
di “Italiana” sul canale 57 al posto di Rai Scuola. Abbiamo provato a vedere e ci è passata subito ogni fantasia. Niente,
non c’è verso: sprovveduti allo sbaraglio che pur di impossessarsi di un territorio
televisivo non si fanno scrupoli di cancellare un vincolo di Servizio Pubblico
e metterci al suo posto una riedizione di vecchi programmi rivisiti e corretti in
acqua fresca. Techedeche, a confronto, è una grande novità. “Vogliamo promuovere
il Made in Italy nel mondo” ha detto il direttore distribuzione Ciannamea (una
volta, si leggeva, molto quotato in area Lega, ora non si sa). Già: ne abbiamo tanto
bisogno.
Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi andavano in onda
i mondiali di ciclismo su RaiDue. È successo che, ad un certo punto, la trasmissione
è stata interrotta per dare la linea al Tg2 proponendo di proseguire e spostare
la visione su Rai Play. “Demenziale” è stato il commento più generoso: passare
dal DTT allo streaming è come darsi una zappata sugli stinchi e vivere felici. Nella
Rai di oggi succede.
bloggorai@gmail.com
Un rumore, un brontolio cupo, antico, sordo e profondo si avverte nelle viscere, nelle fondamenta, nei retrobottega di quanti (ormai pochi e con una certa età) seguono, si occupano e si preoccupano di Rai e del futuro del Servizio Pubblico.
Si avverte un vago senso di distaccata attenzione, di
malumore e di diffuso malmostio nella consapevolezza di aver perso una
battaglia non perché erano più forti “loro” (la destra ovvero il Governo) ma perché
eravamo deboli e confusi “noi” (i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo
molto largo”) che ancora non riusciamo ad inserire questo tema come prioritario e strategico nell'agenda politica.
Hai voglia a dire e protestare: la partita la stanno vincendo
“loro”. “Noi” non abbiamo una squadra con un reparto di difesa e tantomeno uno di
attacco capace di buttare la palla dentro la rete almeno una volta. Ha scritto Vincenzo
Vita sul Manifesto ormai sei mesi addietro “La Rai da tempo non è una priorità,
ora è un fastidio”. Già, forse è un “fastidio” e forse non solo per la maggioranza.
Primo gol. La riforma RAI: nei giorni scorsi abbiamo avuto
la conferma di quanto da tempo Bloggorai ha scritto chiaro e tondo da mesi, in epoca
non sospetta: il Governo intende portare in Aula la “loro” proposta di Legge di
riforma della RAI prima della fine legislatura per scrivere una ipoteca
granitica sul “nuovo” Servizio Pubblico che verrà dal 2027. Ebbene, il prossimo
26 novembre la “riforma RAI” targata Meloni andrà in Aula del Senato e con i numeri
di cui dispongono se la canteranno e suoneranno da soli, come previsto e
prevedibile. Il prossimo anno ci giocheremo tutto: elezioni, rinnovo della
Concessione e nuovo Cda. Il rischio di avere Tele Meloni per i prossimi quattro
anni è più che concreto.
“Dati causa e pretesto, come siamo giunti a tutto questo?” È
successo che “noi” ovvero “i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo
molto largo” siamo partiti da lontano, talmente lontano con tante innumerevoli proposte
di riforma RAI che ci siamo persi per strada senza mai riuscire a trovarne una comune.
Bloggorai possiede tutto l’archivio di ogni proposta di Legge, documento di
lavoro, ipotesi di dibattito, che proviene da tempo, tanto, forse troppi anni di
incertezze e vaghezze. Tutto poi naufragato recentemente (aprile /luglio
scorso) in strampalati e bizzarri emendamenti immeritevoli di nota. Tanto per
capirci: il famigerato “COM” (Contratto Obiettivi e Mezzi) che pure laddove lo hanno
inventato poi lo hanno spernacchiato; oppure il “canone scorrevole” oppure
ancora una faraonica “Fondazione”. L’opposizione si è persa non solo sui sentieri
della tattica ma pure nell’autostrada a quattro corsie della strategia: ci si è
ancorati all’EMFA senza aggiungere una parola sul progetto, sulla visione e sulla
prospettiva del Servizio Pubblico con la speranza che la soluzione della
governance e del finanziamento risolvesse il problema della sua offerta
editoriale, del suo assetto organizzativo e del suo futuro tecnologico.
Secondo gol. Storia analoga per la Vigilanza RAI: bloccata
da quasi un anno. Per la protervia della maggioranza ma anche per la confusione
dell’opposizione: era giusto opporsi al nome della Agnes “imposto” dal Governo ma
forse si poteva e doveva trovare una soluzione alternativa proposta dalla
stessa opposizione con un altro nome. Perché non è avvenuto? Lo scorso luglio i
parlamentari dell’opposizione si sono dimessi e quale è stato il risultato, cosa
ne è venuto fuori? Nulla, come e forse peggio di prima: se mai fosse che si andrà alle elezioni anticipate la
Vigilanza non c’è (e dovrebbe occuparsi del regolamento par condicio).
Terzo gol. Questo Cda Rai, questo AD Rossi stanno portando
a termine il loro mandato tranquilli e beati, incuranti dello stato di
estinzione dove si trova la Rai e Il Servizio Pubblico. Lo abbiamo scritto e lo
ribadiamo forte e chiaro: si tratta di un Cda frutto malato di un albero avvelenato
che non doveva nascere: a settembre 2024 le indicazioni dell’EMFA su criteri di
nomina erano già noti (seppure ancora non vincolanti) e si potevano e dovevano
adottare tant’è che l’opposizione era tutta unita (fino al pomeriggio del 25
settembre” con l’indicazione “prima la riforma e poi le nomine”. Sappiamo come
è andata a finire. M5S e AVS da una parte e PD dall’altra con i due
consiglieri, di Majo e Natale, specializzati nei comunicati del giorno dopo e
che nonostante gli inviti a dimettersi venuti da più parti, rimangono incollati
alla poltrona.
Quarto gol. L’Azienda RAI, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo,
è avviata sulla strada di un progressivo e ineluttabile declino sia per le
nuove dimensioni del mercato, sia per la sua incapacità/impossibilità ad essere
migliore di quello che oggi è. Questo processo non è frutto di una combinazione
casuale, di una fortuita coincidenza (oppure come qualcuno ha scritto "autolesionismo"): vedi le dichiarazioni dell’AD sull’emigrazione
dei telespettatori da RAI Tre. Si tratta di un processo di degrado in termini di
pubblico: sempre meno e sempre più anziano. Lo è in termini in termini di offerta
editoriale: palinsesti infarciti di repliche e di format d’acquisto e pure quando
c’è un “format” o un brand fatto in casa, di proprietà, viene ceduto in “comodato
d’uso” ad una persona esterna (vedi Maggioni con il “suo” Newsroom). Lo è in
termini di “piani” inesistenti (informazione), oppure industriale (non ci sono risorse
per sostenerlo, vedi conclusione del deal RAI Way: vedi ieri sul Sole un articolo a firma Andrea Biondi con titolo "Rai, sui conti l'incognita Rai Way" dove si legge "...senza la valorizzazione delle quote di RaiWay ... la Pnf andrebbe oltre i - 600 mln ". ) oppure immobiliare (scelleratezze
varie: dall’operazione Portello di Milano alla vendita di Torino, Venezia e
Roma).
Nota bene. Questo campionato non prevede un girone di ritorno.
bloggorai@gmail.com
Iniziamo con una nota a margine: ieri l’AD Rai Rossi ha
ribadito un suo concetto primigenio con “ … se il giornalismo d'inchiesta si
trasforma in un giornalismo di Teorema non è più un valore della democrazia ma
è un cancro della democrazia”. Allora sarà pure necessario capire bene cosa si intende
per “cancro della democrazia” e chi lo crea e lo nutre e quale è la differenza
tra “inchiesta” e “teorema”. Ci torneremo.
Questa nota ci consente di tornare su un argomento già affrontato da Bloggorai tante
volte. La “cronaca nera” è dentro di noi. L’omicidio, il crimine, la strage
o il genocidio è come un virus che da millenni si è insinuato nell’anima
profonda e nessuno sembra in grado di debellarlo. Il racconto dell’orrore, la “narrazione”
televisiva della paura è il pane quotidiano, è la razione di sostanza tossica della
quale sembriamo assuefatti e il “pusher” ovvero il primo spacciatore è la Tv, pubblica
e privata, universale e generalista oppure in streaming sulle piattaforme, senza
distinzione.
La Rai, il Servizio Pubblico, nonostante che ogni tanto
qualche anima bella si lamenta del “troppo Garlasco” fa scuola, apre la pista e
segna il sentiero. Nel palinsesto settimanale la cronaca nera occupa sempre
uno spazio centrale e laddove non si trova un pertugio libero lo si reinventa. E
quale è il canale che meglio si presta al sostegno, allo spaccio di cronaca
nera quotidiana? Senza dubbio: RaiTre. Inizia il lunedì con Giletti e il
suo “Lo stato delle cose” e i suoi finti scoop, segue il martedì la fotocopia
imbruttita dei finti scoop del giorno precedente con “Filorosso” di Monteleone,
poi arriva il mercoledì con lo storico “Chi l’ha visto” della nuova conduttrice
Raffaella Grigi. Il giovedì un momento di pausa (si fa per dire), con la “cronaca
familiare” che magari non è proprio nera ma non è sempre limpida, con “Le cose
che non sai” (e certe volte meglio non saperle). Il venerdì c’è il film e
questa volta RaiTre è sul pezzo con Exodus, forse per dare un’alternativa al
grande successo di Naza. Arriva poi il sabato che vede il ritorno in grande
spolvero di Lucarelli con “Blu notte – i misteri dimenticati” dove si arriva a
punte eccelse di “racconto criminale” e si pongono domande esistenziali del genere
“Chi ha rapito Emanuela Orlandi?”. Ce lo stiamo chiedendo in tanti e ogni volta
speriamo che sia la volta buona e magari Lucarelli ci propone una risposta. No,
non è necessario: basta porre l’interrogativo e la serata televisiva si porta a
casa. La domenica si chiude in bellezza, magari in tarda serata con “Un giorno
in Pretura” con la sempiterna Petrelluzzi. Il giorno dopo si ricomincia.
Poi, per non perdere il filo del “racconto criminale” proposto
dal Servizio Pubblico ci si può sempre rivolgere a Rai Play con la sua vasta
collezione di “crime story” di ogni genere. E, se non bastasse il “true crime” della
cronaca nera quotidiana c’è sempre la fiction di vecchia generazione con le repliche
di Montalbano oppure di Don Matteo o con la recente generazione delle varie Tataranni,
Schiavone, Coliandro etc.
Vale la pena ricordare da chi è composto il pubblico che segue prevalentemente il “genere” crime: “… la prevalenza di un pubblico femminile, che raggiunge il 14% in share. Molto bene tutti i target giovani-adulti, e adulti fino a 64 anni. Un'audience che presenta anche buoni o ottimi livelli di istruzione, coi laureati che per la versione «crime» balzano al 18% di share, mentre i diplomati crescono raggiungendo il 15% della platea. Il pubblico del crime in tv appare diffuso a livello nazionale, ma emerge una certa prevalenza nel Nord, col le regioni di quest'area del Paese (Lombardia, Piemonte, Veneto) che registrano tutte una share oltre il 14%.” (dal Corriere su dati Auditel rilevati da M. Scaglioni).
Ma è esattamente nella punteggiatura usata nel racconto della
cronaca nera televisiva che risiede tutta la sua fascinazione. Nel momento in
cui si mette un semplice “.” la storia finisce lì e non c’è più bisogno di
porre il punto interrogativo come, ad esempio, succede con “Chi ha
veramente ucciso Chiara Poggi?”. Il nome della vittima o dei carnefici può
variare ma il risultato è lo stesso: “Olindo e Rosa sono i veri colpevoli della
strage di Erba?”. Oppure “Chi è veramente il Mostro di Firenze”. Oppure ancora,
per stare ai giorni nostri, a queste ore: “Chi e perché ha “suicidato” a Siena Davide
Rossi?” oppure ancora “Chi ha ucciso con la ricina madre e figlia a Pietracatella?”.
Già, a saperlo.
Lo abbiamo scritto tante volte: il “crimine in tv paga” bene e in contanti. Il pubblico segue e premia con gli ascolti. Si torna quindi all’eterno dilemma: cosa deve fare il Servizio Pubblico? Quale dovrebbe essere il suo ruolo, la sua funzione, il suo progetto editoriale? Se non si riesce a schiodare una risposta a questa banale e semplice domanda hai voglia a fare “riforme” sulla governance, hai voglia ad applicare l’EMFA. Oggi Vincenzo Vita scrive sul Manifesto di “Un Servizio Pubblico di nuova generazione…” già, interessante ma quale Servizio Pubblico si immagina e quale “nuova generazione”. La sensazione che il “campo largo” sui temi e problemi del sistema audiovisivo annaspa ancora nel vuoto di idee e proposte è forte, fortissima.
bloggorai@gmail.com
ps. anche oggi il Corriere non ha scritto una riga, una parola sul "caso" Lavitola.
Se avete a cuore i vostri figli o nipoti, fategli una
carezza e regalategli una copia del Corriere di questi due giorni: rimarranno nella
storia e tra qualche decina di anni avranno un valore.
Tra ieri ed oggi abbiamo letto “storie” che meritano grande
attenzione. La tragica morte di Giulio Regeni in Egitto si è risolta con la
condanna dei responsabili per il suo sequestro ma non per il suo assassinio.
Davide Rossi, non è “caduto” dalla finestra del suo Ufficio del Monte dei Paschi:
i parlamentari della Commissione d’inchiesta hanno stabilito che non si è “suicidato”
come ci hanno voluto far credere per molti anni ma è “stato suicidato” ovvero gettato
di sotto. La Francia, dopo decenni di silenzio, ha deciso di rendere noto
quando avvenne la notte del 27 giugno 1980 quando venne abbattuto l’areo Itavia
sopra Ustica, ovvero dopo 46 anni. L’assassino di Chiara Poggi potrebbe non essere
Alberto Stasi: la Procura di Pavia sostiene che alla prova decisiva a suo
carico (i pedali) mancavano due perizie “scomparse”: “I RIS lo sapevano ma
nascosero il dato”.
E fin qui siamo nell’ambito della cronaca politica e giudiziaria
che già potrebbe giustificare la conservazione del giornale. Ma quello che lo renderà
un pezzo unico da collezione sarà per quello che non c’è scritto: dopo il polpettone
avvelenato pubblicato domenica sul “caso” Ranucci, con ricostruzioni fantomatiche
peraltro poi smentite dal CdR, sul tema è calato uno spesso strato di cemento armato
di silenzio: non una riga, non un titoletto, mai citati né Lavitola e tantomeno
Ranucci e tantomeno riportata la smentita. Dopo aver tartassato i lettori del Corriere,
sempre in buona compagnia di altri giornali governativi, da mesi con titoli a
tutta pagina e in più pagine spesso e volentieri sul niente e sul nulla spacciati
per notizie, improvvisamente la “vicenda” scompare e la sua “narrazione” si
interrompe e passa il testimone alla Rai dove il Giletti di turno ieri sera su RAI
Tre ha preso il testimone. Anche ieri sera tra il nulla e il niente, tra il vago
e smentite di ogni genere (“Ranucci era implicato?” risposta “No!) la serata è
passata spensierata con un finale degno della migliore televisione di Servizio Pubblico:
lo scontro frontale tra il Generale Garofano dei RIS dei Carabinieri al tempo di
Garlasco e gli avvocati difensori di Stasi entrerà nella storia del grande
giornalismo RAI.
Domani sarà un altro giorno e si vedrà: è prevista la sentenza al Tribunale di Roma sul ricorso Ranucci.
bloggorai@gmail.com
"Virgo autem Catharina, ad Martirium ducta, facta est
vox ad eam dicens: Veni electa mei ecce tibi beatitudinis janua aperitur. His
vero qui passionem tuam celebraverit, opem de coelis promitto.
Solo alla Vergine Caterina da Alessandria è successo che le "voci" la aiutassero verso la Santità.
Chi nel corso della vita non ha mai sentito una “voce” che
gli è giunta nel sonno o in un momento di estasi celestiale? Chi nel corso della
vita non hai sentito una “voce da dentro”, un sentimento mistico e profondo che
gli ha ispirato una scelta da compiere? Chi nel corso della vita non ha mai avuto un momento
di interlocuzione con una “voce” di un parente scomparso, una presenza fraterna
o una persona amica alla quale chiedere una intercezione? Le “voci” sono parte
della nostra dimensione umana e tanto più sono flebili e rarefatte, tanto più
sono rilevanti e da tenere in debito conto. Succede che, talvolta, le voci sono
“divine” e talvolta invece dettate dal demonio.
Sicché, sembra che in parte del giornalismo italiano (il Corriere talvolta fa scuola) l’ascolto delle “voci” sia una componente essenziale, quasi determinante
per scrivere articoli quando non ci sono sono notizie e sulla scorta di “voci
da dentro” si costruiscono storie da quattro colonne che poi basta scendere un gradino
nel mondo reale per vederle sfumare come piume al vento. Le “voci da dentro” la
Rai poi sono un ramo del giornalismo molto particolare: tra un bacetto e un “caro o cara … io te lo
dico …poi tu sai come scrivere” esce fuori di tutto e di più. Nella storia recente sul caso Lavitola, il famigerato
e segretissimo “Comitato Etico” ha fatto scuola.
Ieri il Corriere ha titolato “Se ritorna lui ce ne andiamo noi.
Report, la redazione contro Ranucci”. Non è necessario essere lettori accaniti
per averne avuto la dimensione corretta dell’articolo: una manciata di polpette
avvelenate composta da nulla riempite di niente: “voci da dentro” che poi si
sono rivelate solo sussurri fantasmici e onirici. Nel giro di poche ore arriva
la smentita chiara e forte dal Comitato di Redazione “Cdr Approfondimento,
nessuna presa posizione della redazione di Report contro Ranucci. Smentita la
ricostruzione del Corriere della Sera” (ANSA). Insomma, una banale e velenosa
bufala che non a caso oggi è stata ripresa abbondantemente solo dai giornali governativi.
Nulla succede mai per caso.
Oggi siamo pigri e ci limitiamo a questa nota però abbiamo
in canna un argomento già affrontato sul quale ci sono interessanti novità: Rai
Way.
bloggorai@gmail.com