Questa mattina parliamo di cose serie. È stato presentato nei
giorni scorsi la quarta edizione del Libro Nero sull’azzardo in Italia con il titolo
“Lo Stato perdente”. Il Rapporto è stato elaborato dalla CGIL, dalla Federconsumatori
e da IssCom.
Numeri impressionanti che debbono essere citati integralmente: “Da tempo assistiamo ad una abnorme crescita dei volumi del gambling in Italia, fino a far diventare il nostro Paese, solito a stazionare negli ultimi posti delle classifiche economiche, largamente primo in Europa per quanto perso dai propri cittadini in azzardo.
Mentre qualche soggetto interessato chiede la “normalizzazione” dell'azzardo, le perdite degli italiani sfiorano i 22 miliardi, praticamente una manovra finanziaria, e la raccolta complessiva sale ulteriormente; nel 2025 ha superato i 165 miliardi, una cifra numericamente corrispondente al 7,3% del PIL nazionale…
Ma le enormità debbono essere notate: 165 miliardi di raccolta dell'azzardo raggiunti in Italia sono di gran lunga superiori ai 138,6 miliardi di valore del Fondo Sanitario Nazionale, e sono il doppio della spesa per l'istruzione … In cinque anni le maggiori imprese del settore hanno visto una crescita degli utili del 165% in termini reali, mentre il loro fatturato ha raggiunto nel 2025 i 10,4 miliardi.
Ma c'è un terzo soggetto che solitamente viene trattato anch'esso come vincente, in modo del tutto errato, ed è lo Stato italiano. Solo miopi criteri ragioneristici possono portare a credere che rispetto all'azzardo lo Stato sia nel campo dei vincenti, grazie alle entrate per tassazione. Entrate rilevanti, (11,4 miliardi nel 2025, il 6,9% della raccolta) ma in costante calo, per effetto della inarrestabile crescita del canale online; le entrate dello Stato sono ormai prossime al sorpasso da parte del fatturato dei concessionari. Entrate che noi riteniamo decisamente inferiori alle uscite. Un bilancio sociale dell'azzardo dovrebbe esaminare per prima cosa i costi sanitari generali, non limitandosi a quelli strettamente legati alla cura delle persone con disturbi da gioco d'azzardo”.
Prosegue
il Rapporto: “Nell'online sono 17 milioni i conti-gioco attivi, l'84% dei quali
ha chiuso il 2025 con una perdita. Sono stimabili in 4,8 milioni i giocatori
attivi nell'online; tutti i segnali dicono che è sempre più forte l'attrazione
di giovani e giovanissimi verso il gioco da remoto… Nel 2025 in Italia,
nell'azzardo complessivo, cittadini e cittadine hanno “investito” 3.284 euro
pro capite. Spiccano i 12,8 miliardi di Roma Capitale, gli 11,5 mld di Napoli
Città Metropolitana, i 9,4 mld di Milano CM…” e così via. Una parte del Rapporto
è dedicata alle strette relazioni tra malavita organizzata e gioco d’azzardo,
un veicolo efficace per riciclare denaro sporco derivato da attività criminali.
Bene. Allora, come abbiamo già fatto tante altre volte, poniamo
la domanda: dove si trova una culla del virus devastante della ludopatia? Semplice:
nel cuore del Servizio Pubblico ovvero segnatamente al Teatro delle Vittorie e
in onda tutte le sere su Rai Uno dalle 20.35 alle 21,40. Il programma è visto mediamente
da oltre 4 milioni di persone. Non richiede alcuna abilità o capacità o conoscenze:
si tratta solo di “azzardare” il pacco giusto, esattamente come si può fare con
un Gratta e vinci. Riteniamo che questo gioco sia un “fattore abilitante” alla cultura,
al racconto sociale dell’azzardo come possibilità di riscatto, di esaudire un sogno
o avverare un desiderio affidandosi alla sorte. Nonostante lo abbiamo scritto più volte, non abbiamo
mai letto un pensiero, una dichiarazione, un comunicato stampa dei consiglieri
di amministrazione Alessandro di Majo e Roberto Natale che su questo problema
potrebbero e dovrebbero avere una sensibilità particolare, superiore a quella
dei loro colleghi espressi dal “governo” che su questo tema invece fa il “doppio
gioco”. Sotto il segno del bilancio aziendale si consuma un crimine sociale che
vede il Paese intero soccombere e lo Stato, come denuncia il Rapporto citato, perdere
soldi e credibilità.
Questa mattina però parliamo pure di cose meno serie. Nei giorni
scorsi siamo stati sfortunati. Ci eravamo preparati prosecco e olive per l’audizione
del Ministro Giorgetti e invece nulla. Tutto rinviato. Poi ci eravamo preparati
caffè e cornetto per assistere alla Vigilanza Rai che, dopo due richiami di Mattarella
e lo sciopero della fame di Giachetti, tornava a riunirsi. La seduta ieri non era
pubblica e quel poco che si è saputo è stato vicino al nulla, alla fuffa allo stato
puro, se non peggio. Il peggio consiste in una clamorosa “bufala” normativa:
secondo quanto disposto dalla Legge in vigore, la 103 del 14 aprile 1975, all’art.
4 si legge che “… formula gli indirizzi generali per l'attuazione dei principi
di cui all'articolo 1, per la predisposizione dei programmi e per la loro
equilibrata distribuzione nei tempi disponibili; controlla il rispetto degli
indirizzi e adotta tempestivamente le deliberazioni necessarie per la loro
osservanza…” ovvero la Legge oggi in vigore NON dispone in alcun modo che la Vigilanza possa occuparsi
di Piano Immobiliare o di altri temi di carattere economico. Convocare il Ministro
Giuli per il suo interesse al teatro delle Vittorie, o i dirigenti Rai responsabili
del Piano Immobiliare NON compete alla Vigilanza Rai, non è di suo interesse.
Punto, non ci sono possibilità di dubbi interpretativi. Certamente la “svendita”
del patrimonio immobiliare pubblico è un tema importante ma non è al primo posto.
Nel frattempo però ieri come per i prossimi giorni, siamo in alto mare, nella
confusione più totale sui due grandi temi che interessano il presente e il futuro
della Rai: la sua riforma cioè l’applicazione immediata dell’EMFA e, in subordine,
la nomina del presidente del Cda ovvero una prerogativa fondamentale della
Vigilanza Rai. Non ci giriamo intorno: la confusione riguarda tutti, maggioranza
e opposizione. Nessuno è in grado di fare una mossa, esprimere un segno
politico in grado di sbloccare la situazione. Ieri il Corriere ha titolato in modo efficace “Rai,
la Commissione Vigilanza si riunisce dopo 2 anni di stop. Ma i dossier cruciali
restano «congelati»” e neppure il caldo di questi giorni sarà in grado di
scongelarli. Forse, a molti, va bene, benissimo, così.
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