“Io non ce l'ho con te, ma con quello che ti sta accanto
perché ancora non ti ha buttato di sotto” E. Petrolini
Notizia recente: grosso modo, circa 12 mila anni addietro i
cacciatori raccoglitori del Nord America inventarono una sorta di dadi, con due
sole facce ovvero una specie di “pari o dispari”. Fino a poco tempo prima si riteneva
che fossero stati “inventati” intorno al V millennio a.C. in diverse aree del
mondo: dalla Scozia all’Egitto.
Da allora, il genere umano in diverse latitudini e
continenti ha iniziato a fare i conti non tanto e non solo con il “gioco” (merita
la citazione “Homo Ludens” di Huizinga) ma con il senso della casualità, con la
sorte, con la necessità della scelta e con quel sottilissimo e impercettibile spazio
che divide il certo con l’incerto, un destino fausto da uno infausto. I dadi
sono una metafora pressoché perfetta delle combinazioni infinite che possono determinare
le nostre sorti. La faccia visibile del dado è una sola e mostra un numero pari
o dispari esattamente come le scelte che costantemente dobbiamo compiere che spesso e volentieri non lasciano molto margine all’incerto, al “forse”, al “dipende” o al “quasi”. Tutto
si mostra per la sua duplice natura e lettura: bianco o nero, sotto o sopra,
davanti o dietro, destra o sinistra e così via. Prima Parmenide e poi Aristotele
lo avevano intuito in modo chiaro con il principio di “non contraddizione”: una
cosa è o non è. Qualche secolo dopo Matteo nel suo Vangelo scrive “ … Non
giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o
nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di
più viene dal Maligno”. Per arrivare, infine, al noto pensiero di Einstein “Dio
non gioca a dadi con l’Universo” a cui David Bohr rispose con “… smettila di dire
a Dio cosa deve fare con i suoi dadi”.
Tutto ciò premesso per arrivare alla “figurina” che
entrerà giocoforza nel nostro Album sulla Civiltà delle immagini 2026: Bruno Vespa
con il ditino puntato in faccia all’autorevole esponente del PD, Giuseppe
Provenzano, nel mentre che gli intima “stia zitto!!!”. Per tornare alla metafora di cui sopra: o si
sta con Vespa o contro di lui, non c’è o non ci dovrebbe essere margine di
trattativa o lo vedi o cambi canale ovvero o frequenti il suo studio oppure no.
Oggi su Repubblica Filippo Ceccarelli gli ha modellato un bel taglia e cuci
dove ha colto elementi significativi dell’immagine televisiva: la foto della
Meloni sullo sfondo con il suo claim (“…il Governo va avanti fino alla fine ...”)
e una mano in tasca di Vespa. In questa immagine, nella sequenza televisiva,
a nostro avviso, manca qualcosa e non è cosa da poco conto: la mancata reazione
di Provenzano.
Un parlamentare, a nostro avviso, non dovrebbe accettare in alcun modo che qualcuno gli possa intimare di “stare zitto” ancor più se questo avviene in uno studio del Servizio Pubblico. E qui arriviamo al contesto della vicenda. Vespa “è” in ragione del fatto che gli si consente di “essere” ovvero di rappresentare il monopolio della comunicazione politica della Rai in modo pressoché totale e assoluto. Vespa “è” il suo contratto il suo ricco contratto da autore e conduttore con il Servizio Pubblico, Vespa “è” la naturale prosecuzione del “potere” politico in forma televisiva, da tempo immemore blandito, vezzeggiato e “rinnovato” ormai ad ogni cambio di stagione politica.
Ma, domanda banale, è mai possibile che con oltre 2000 giornalisti a busta paga Rai non ce ne sia uno/a, o anche mezzo/a, in grado di condurre un “Porta a porta” qualsiasi?
Non c’è molto altro da aggiungere. Qualcuno, un consigliere
a caso, ha scritto di “… toni scomposti …” usati da Vespa per i quali dovrebbe
financo “chiedere scusa”. Non c’è un problema di toni ma, semplicemente di Vespa
e di chi gli rinnova il contratto.
ps: Bloggorai possiede un discreta collezione di dadi, di diverse forme a materiali, provenienti da diverse parti del mondo, alcuni antichi e particolari.
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