“Niente passi indietro sul Piano Immobiliare, la Rai non è
un Museo” così ha titolato ieri il Sole intervistando l’AD Rai, Giampaolo Rossi.
Abbiamo letto attentamente tutto l’articolo e, in effetti, il termine “museo”
nel testo non compare. Si legge solo che “Ho trovato il dibattito in parte
surreale dal teatro delle Vittorie al teatrino della retorica il confine è
stato molto labile nessuno nega il valore effettivo e storico del luogo ma è un
teatro degli anni quaranta dentro un condominio acquistato negli anni sessanta
e trasformato in studio televisivo non risponde più agli standard produttivi
tenerlo significa spendere 14 milioni 7 per ristrutturarlo e sette per la
mancata vendita”.
Magari c’è stata enfasi di interpretazione del titolista del
Sole ma, tant’è, che il succo della notizia rimane invariato: si vorrebbe
vendere il Delle Vittorie. Però il termine “museo” viene comodo per la riflessione:
concettualmente è vero la Rai non “un” Museo ma “il” museo dell’identità
audiovisiva nazionale. Le sue Teche costituiscono il patrimonio esclusivo e
inalienabile della Storia del Paese: la sua cultura, la società, la politica
degli ultimi 70 anni è tutto lì dentro. Ed è un patrimonio pubblico, appartiene
all’Azienda che per conto dello Stato ha realizzato e documentato le immagini del Paese.
Se mai fosse, come pure abbiamo scritto e proposto recentemente, il teatro Delle
Vittorie potrebbe proprio diventare un Museo ovvero la Casa della televisione
Italiana, una istituzione pubblica a disposizione dei cittadini, studenti, ricercatori
e studiosi, un luogo di ricerca e di studio sul vasto materiale cartaceo (la ex
Biblioteca di Mazzini ora dispersa al Salario, quella di Via Teulada e l’emeroteca
di Saxa Rubra) e l’infinito materiale audiovisivo delle Teche. Con uno sforzo
di immaginazione, si potrebbe ipotizzare anche una partecipazione delle altre
emittenti nazionali e locali. Con ulteriore sforzo di fantasia, potrebbe essere una specie di Centre Pompidou italiano.
Rossi ieri ha sostenuto che “… tenerlo significa spendere 14 milioni 7 per ristrutturarlo e sette per la mancata vendita…”. Se proprio lui e il "suo " cda" hanno questo problema di reperire risorse economiche, gli ricordiamo (e ne parleremo prestissimo) che i soldi sa bene dove vanno trovati, ci sono già e sono tutti all’interno dell’Azienda come peraltro, la Corte dei Conti raccomanda da anni.
Sono tutti, e sono tanti, nella possibilità/necessità di definire un Piano editoriale
sull’informazione per rendere più efficiente, produttiva e razionale una macchina
composta da oltre 2000 giornalisti e 8 testate, dove la sola Rai News24 costa
oltre 250 milioni con circa 200 giornalisti per fare lo 0,qualchecosa. Se vuole
intervenire e trovare risorse più immediate, si riprendesse il termine “newsroom”
come necessità aziendale e non come patrimonio personale della Maggioni (che
merita una storia tutta ancora da scrivere, a partire dal luogo in cui la “sua”
trasmissione viene mandata in onda). Rossi facesse, subito, una vera “newsroom”
a disposizione di testate e reti: con quanto potrebbe risparmiare ci ripagherebbe
abbondantemente il Teatro Delle Vittorie e ci farebbe pure una gran bella figura:
da “filosofo di Colle Oppio” a “salvatore
della storia Patria”, forse pure al Meloni ne sarebbe felice.
Dobbiamo poi parlare di tanti altri temi sollevati da Rossi,
della puntata di Report di ieri sera e della faccenda Minetti. C’è tanto da
dire. Rimanete sintonizzati.
bloggorai@gmail.com

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