martedì 6 ottobre 2026

RAI. Sacro e profano, miracoli e bluff

By Bloggorai ©

La vita non è sempre questione di tenere in mano delle buone carte ma, a volte, di saper giocare bene una mano svantaggiosa. (Jack London)

Per chi ha vaga ide di cosa sia il “bluff” o si fosse mai avvicinato ad un tavolo di Poker, sa bene che il bluff è arte sopraffina quanto rischiosa: puoi trovare la fortuna di una serata o romperti l’osso del collo.

Non è stato sufficiente l’intervento divino del Santo Francesco a risollevare le sorti cupe e disperate dei telespettatori in fuga dalla Rai. Domenica scorsa è andato in onda il “solito” Benigni ormai anche lui stanco e ripetitivo, come una persona anziana che ripete le stesse cose senza rendersi conto di averle già dette. O, forse lo sa talmente bene che non può altro che gongolare per aver rivenduto un “usato sicuro”. E, in verità, l’evento ovvero la “serata speciale” su “Francesco -il Cantico” inonda su Rai Uno non solo era già nota sugli schermi di Paramount + dal 2022 ma il DVD è normalmente in vendita su Amazon o da Feltrinelli al modico prezzo di 12,99 euro. Un affare. E fin qui, ci può stare: i telespettatori hanno visto lo spettacolo “aggratisse” ovvero compreso nel canone, cioè vero Servizio Pubblico. Magari ripassato in padella ma tanto il Santo Francesco quello era e quello è.

Se non che, come si dice: “si può prendere in giro qualcuno qualche volta ma non tutti sempre” e allora è successo che Benigni ha perso per strada qualche milione di telespettatori passano dai 12 milioni per la trasmissione sulla Costituzione nel 2012, ai circa 10 milioni nel 2014 sui Dieci Comandamenti per finire ai 4,5 sull’Europa dello scorso anno e concludere domenica scorsa con 3,7 milioni che, comunque, sono tanti. Certo, si dirà, gli ascolti non sono un dogma ma non sono nemmeno una variabile indipendente della quale non tenere conto specie poi se si tratta di un prodotto non originale e con evidenti riflessi commerciali (il produttore esecutivo è il noto agente artistico Lucio Presta) ma i telespettatori in fuga sono un problema e non di poco conto. Nota a margine: la “serata evento” di “Francesco, il Santo di tutti” è iniziata alle 22.15. A Villa Arzilla a quell’ora hanno spento le luci: i nonni e le nonne dormono. Amen.  

Bene, andiamo ora alla notizia del giorno: la Rai ha sospeso Ranucci per dieci giorni. Difficile interpretare e commentare. Per quanto sappiamo e per quanto abbiamo seguito ci siamo fatti una vaga idea. La Rai ha annaspato nel buio e nella confusione sin dall’inizio della vicenda e, ad aggravare la sua posizione, gli sono giunti “aiutini” da autorevoli esponenti dei partiti di Governo (La Russa, Salvini etc.) e da autorevoli quotidiani che hanno “pompato” costantemente la vicenda con paginate intere di “fonti” interne Rai con lavori del Comitato Etico. Tra i quotidiani, sceglietene uno a caso.

Amico di Lavitola o meno, simpatico o antipatico o meno, sbruffone o meno, il perno centrale di tutta la vicenda è e rimane uno solo e chiarissimo: Ranucci doveva e deve essere stroncato subito, prima dell’inizio della nuova campagna elettorale. Impensabile, impossibile immaginare che il prossimo l’8 novembre Report potesse partire da “Eravamo rimasti a “l’amico mafioso” o qualche indagine sui software comprati dagli israeliani”. Ecco allora che nella confusione e nel nulla in cui si sono agitati i legali Rai arriviamo alla decisione comunicata ieri. “Solo” dieci giorni e non il licenziamento a cui molti speravano sono la prova provata, la canna fumante del nulla che hanno in mano e un autogol clamoroso di un tentato bluff che gli rischia di finire miseramente. Partiamo da questo che è il punto più grave: vengono imputate a Ranucci le conversazioni tra lui e un parlamentare dei 5S, Dario Carotenuto. Non si può intercettare un parlamentare e non si possono utilizzare sue intercettazioni senza l’autorizzazione della apposita commissione della Camera. In altri termini: se avevano prove forti, convincenti e robuste da resistere in ulteriore giudizio lo avrebbero licenziato in tronco, senza esitazioni. Come abbiamo scritto e supponiamo: c’è altro. Non potevano, non volevano e non dovevano licenziare Ranucci.

Di autogol i legali Rai &C ne hanno commessi senza sosta: l’ultimo è “l’ucronia” (genere narrativo e un esperimento mentale basato sull'ipotesi che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale - Wikipedia) del direttore Corsini (amico e sodale della Meloni) il quale ha auspicato che “Speriamo che Ranucci non venga reintegrato”. Un classico “wishful thinking” di altri tempi che detto nel pieno di un procedimento in corso non sembra proprio una bella mossa. Semmai fosse che invece Ranucci venisse reintegrato dal Giudice che succede? Corsini si dimette? Nota bene: nelle “note aggiuntive” che la Rai ha presentato al giudice del lavoro di Roma, c’è il famigerato articolo del Corriere del 27 settembre con il titolo “Se ritorna lui ce ne andiamo noi. Report, la redazione contro Ranucci” ovvero veleno inzuppato nel nulla intriso di niente senza un nome, una persona della redazione che sia uscita allo scoperto. Poi, ovviamente tutto smentito.

La “guera” è in corso …

bloggorai@gmail.com

lunedì 5 ottobre 2026

FLASH: Ranucci sospeso per 10 giorni

 Apprendiamo dal Fatto Quotidiano 

che la Rai ha comminato una sanzione di 10 giorni a Sigfrido Ranucci.

A domani il commento 


https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/05/rai-ranucci-sospeso-report-news/8528060/  

RAI Uno: è notte ... per gli anziani è ora di dormire e per i giovani è tempo di migrare

By Bloggorai ©

Iniziamo bene la settimana con un grazie ad una nostra attenta e qualificata lettrice che ci permette di affrontare un tema importante: perché milioni di telespettatori abbandonano la Rai? 

È successo nei giorni scorsi che Rai Uno ha mandato in onda DOC, una fiction di successo (e ci dicono anche interessante). Abbiamo poi constatato che questa nuova serie ha perso oltre 3 milioni di persone da quando è iniziata nel 2020. Ci siamo chiesti perché è avvenuto questo fenomeno, cosa è successo, quali sono gli elementi che hanno indotto così tanti telespettatori a cambiare canale o piattaforma?

Abbiamo accennato a due possibili cause: “Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza enorme attenzione poi, per fortuna, ora scemata. Un’altra possibile risposta è legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme”. Ora, la nostra lettrice ci ha segnalato forse la causa più rilevante, quella che ha modificato sostanzialmente le abitudini serali degli italiani di fronte alla TV: l’ora della messa in onda della “antica” prima serata che non inizia più intorno alle 21.15 ma quasi intorno alle 22. Giovedì sera DOC è iniziato esattamente alle 21.50 al termine del solito lunghissimo gioco dei pacchi, un aperto sostegno alla ludopatia.

Passo indietro: il 28 gennaio 2026 l’AgCom delibera un “Richiamo nei confronti della società Rai-Radiotelevisione italiana S.p.A. al rispetto delle previsioni di cui al punto 3 dell’allegato 1 al Contratto di servizio” ovvero “RICHIAMA la RAI – Radiotelevisione italiana S.p.A. all’osservanza degli obblighi derivanti dal punto 3 dell’Allegato 1 al Contratto di servizio, garantendo la coerenza tra gli orari di trasmissione comunicati al pubblico e l’effettiva messa in onda dei programmi, anche 19/26/CONS 4 nella fascia di prime time…”. Cosa è successo dopo? Nulla. Lettera morta, nessuno se l’è filata. Un richiamo formale dell’Autorità di Controllo e Garanzia del Servizio Pubblico viene completamente ignorata come se nulla fosse. Come al solito, ci domandiamo se i consiglieri di amministrazione, oltre che diffondere comunicati stampa del giorno dopo e partecipare festosi all’inaugurazione del nuovo Studio Pippo Baudo, si accorgono che ci sono regole che andrebbero rispettate dal Servizio Pubblico, altrimenti poi difficile lamentarsi del fatto che la Vigilanza è sospesa. A cosa serve il Contratto di Servizio se poi nessuno provvede a farlo rispettare?

Ma andiamo avanti. Il tema della “prima serata” è ormai vecchio anche se, ufficialmente, ha una data recente: tutto inizia il 14 luglio dello scorso anno con l’inizio della Ruota della Fortuna di Mediaset, con un format iniziale di circa 50 minuti poi scivolato verso i 70 per concludersi regolarmente intorno alle 21.50 uccidendo così completamente il “prime time”. Rai segue “a ruota” Mediaset, pur andando regolarmente “sotto” il diretto concorrente. 

Sono trascorsi “appena” dieci anni da quando il DG Campo Dall’Orto e il direttore Fabiano dichiararono “la prima serata deve iniziare alle 21.15”. Altri tempi, altra Rai. Non se li sono filati nessuno e le cose sono sempre peggiorate. Secondo il glossario Auditel “Prime Time- E’ l’orario “di punta” della Televisione. In Italia, il Prime Time inizia ufficialmente alle 20:30:00 e termina alle 22:29:29. Tuttavia, si è andato progressivamente diffondendo l’uso del “Prime Time” compreso tra le 21:00:00 e le 22:59:59”. Ovvero, una volta iniziava subito dopo i Tg ed ora inizia subito dopo la fine dei giochi (Canale 5 ha aperto la strada). Nei giorni scorsi, l’attrice Elena Sofia Ricci ha protestato: “Prima serata troppo tardi, mancanza di rispetto per il pubblico” e il “pubblico” poi si scoccia a cambia canale oppure emigra verso altre destinazioni: le piattaforme. Al solito: cercate i soldi. Leggendo i listini di Rai Pubblicità e di Pubblitalia i costi degli spot variano dagli 80 ai 130 mila euro per 30 secondi. Il “rispetto del pubblico” passa attraverso questa mannaia: per evitarla i telespettatori fuggono e le piattaforme gongolano.

Nota bene: l’emigrazione di telespettatori in fuga da Rai Uno ha riguardato pure il sabato sera, ovvero  la trasmissione di punta della rete: “Ballando con le stelle” negli ultimi 5 anni ha perso per strada circa 1,5 milioni di persone, passando dai 4 dell’edizione del 16 ottobre 2021 ai 2,4 del 3 ottobre scorso.

Gli anni passano, i figli crescono e i telespettatori Rai invecchiano. I figli “scappano di casa” e gli anziani guardano Rai Uno o ciò che ne resta.

bloggorai@gmail.com     

sabato 3 ottobre 2026

RAI. I have a dream ...

By Bloggorai ©

Ogni tanto, succede, che si possa immaginare o sognare che la Rai, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, possa essere diverso da quello che oggi è e magari vagamente somigliante a quello che era … una volta. I sogni, si sa, sono materia misteriosa e non costano nulla.

Ecco allora che, succede, che va in onda la quarta serie di Doc, una serie fiction su Rai Uno di grande successo. Ne parlano gran bene e lo stesso Corriere oggi ne magnifica le qualità a tal punto da scrivere “Miracoli della fiction. Argentero, ministro subito!!!”. Ovviamente, c’è stato subito chi ne ha applaudito l’ennesimo successo di pubblico: giovedì sera “vince la serata …” oppure “sbanca gli ascolti …” etc. Verrebbe da dire che, succede, che pure alla Rai si fanno “cose” buone. Già, se non che le “cose” ovvero gli ascolti di Doc vincono la serata ma non convincono i telespettatori: dalla prima edizione ad oggi sono “emigrati” poco meno della metà, passando dai circa 7 milioni del 2020 a circa 4 di quest’ultima puntata. La perdita non è di poco conto: lo share è rimasto pressoché invariato (circa il 26%) ma le “teste” di fronte alla tv sono diminuite con grande disappunto degli inserzionisti pubblicitari che, notoriamente, comprano spazi in relazione agli individui presenti di fronte alla Tv e non per lo share. Cosa è successo? Perché un numero così elevato di telespettatori abbandona il suo interesse? Ci sono tante risposte plausibili. Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza enorme attenzione. Un’altra possibile risposta è legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme. Non tutto funziona come Montalbano, o come la Principessa Sissi o come Pretty Woman con la televisione dei bei tempi che furono.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi si è sparsa sui social una notizia: Rai Storia manderà in onda il prossimo 10 ottobre il documentario Naza sul genocidio “tecnologico” compiuto dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza dove sono stati massacrati oltre 70 mila civili. La voce gira velocemente e solleva incredulità: possibile mai che la Rai possa essere così coraggiosa ma mandare in onda una cosa del genere? Bloggorai ha sollevato dubbi e chiesto in giro: naaaaaa, tranquilli … sereni. Non ci pensano lontanamente e, anzi, se ne guardano bene anche solo da sollevare il tema.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi è iniziata la programmazione di “Italiana” sul canale 57 al posto di Rai Scuola. Abbiamo provato a vedere e ci è passata subito ogni fantasia. Niente, non c’è verso: sprovveduti allo sbaraglio che pur di impossessarsi di un territorio televisivo non si fanno scrupoli di cancellare un vincolo di Servizio Pubblico e metterci al suo posto una riedizione di vecchi programmi rivisiti e corretti in acqua fresca. Techedeche, a confronto, è una grande novità. “Vogliamo promuovere il Made in Italy nel mondo” ha detto il direttore distribuzione Ciannamea (una volta, si leggeva, molto quotato in area Lega, ora non si sa). Già: ne abbiamo tanto bisogno.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi andavano in onda i mondiali di ciclismo su RaiDue. È successo che, ad un certo punto, la trasmissione è stata interrotta per dare la linea al Tg2 proponendo di proseguire e spostare la visione su Rai Play. “Demenziale” è stato il commento più generoso: passare dal DTT allo streaming è come darsi una zappata sugli stinchi e vivere felici. Nella Rai di oggi succede.

bloggorai@gmail.com

venerdì 2 ottobre 2026

Vittoria: "Loro" 4 ... "Noi" 0

By Bloggorai ©

Un rumore, un brontolio cupo, antico, sordo e profondo si avverte nelle viscere, nelle fondamenta, nei retrobottega di quanti (ormai pochi e con una certa età) seguono, si occupano e si preoccupano di Rai e del futuro del Servizio Pubblico.

Si avverte un vago senso di distaccata attenzione, di malumore e di diffuso malmostio nella consapevolezza di aver perso una battaglia non perché erano più forti “loro” (la destra ovvero il Governo) ma perché eravamo deboli e confusi “noi” (i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo”) che ancora non riusciamo ad inserire questo tema come prioritario e strategico nell'agenda politica.

Hai voglia a dire e protestare: la partita la stanno vincendo “loro”. “Noi” non abbiamo una squadra con un reparto di difesa e tantomeno uno di attacco capace di buttare la palla dentro la rete almeno una volta. Ha scritto Vincenzo Vita sul Manifesto ormai sei mesi addietro “La Rai da tempo non è una priorità, ora è un fastidio”. Già, forse è un “fastidio” e forse non solo per la maggioranza.

Primo gol. La riforma RAI: nei giorni scorsi abbiamo avuto la conferma di quanto da tempo Bloggorai ha scritto chiaro e tondo da mesi, in epoca non sospetta: il Governo intende portare in Aula la “loro” proposta di Legge di riforma della RAI prima della fine legislatura per scrivere una ipoteca granitica sul “nuovo” Servizio Pubblico che verrà dal 2027. Ebbene, il prossimo 26 novembre la “riforma RAI” targata Meloni andrà in Aula del Senato e con i numeri di cui dispongono se la canteranno e suoneranno da soli, come previsto e prevedibile. Il prossimo anno ci giocheremo tutto: elezioni, rinnovo della Concessione e nuovo Cda. Il rischio di avere Tele Meloni per i prossimi quattro anni è più che concreto.

“Dati causa e pretesto, come siamo giunti a tutto questo?” È successo che “noi” ovvero “i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo” siamo partiti da lontano, talmente lontano con tante innumerevoli proposte di riforma RAI che ci siamo persi per strada senza mai riuscire a trovarne una comune. Bloggorai possiede tutto l’archivio di ogni proposta di Legge, documento di lavoro, ipotesi di dibattito, che proviene da tempo, tanto, forse troppi anni di incertezze e vaghezze. Tutto poi naufragato recentemente (aprile /luglio scorso) in strampalati e bizzarri emendamenti immeritevoli di nota. Tanto per capirci: il famigerato “COM” (Contratto Obiettivi e Mezzi) che pure laddove lo hanno inventato poi lo hanno spernacchiato; oppure il “canone scorrevole” oppure ancora una faraonica “Fondazione”. L’opposizione si è persa non solo sui sentieri della tattica ma pure nell’autostrada a quattro corsie della strategia: ci si è ancorati all’EMFA senza aggiungere una parola sul progetto, sulla visione e sulla prospettiva del Servizio Pubblico con la speranza che la soluzione della governance e del finanziamento risolvesse il problema della sua offerta editoriale, del suo assetto organizzativo e del suo futuro tecnologico.  

Secondo gol. Storia analoga per la Vigilanza RAI: bloccata da quasi un anno. Per la protervia della maggioranza ma anche per la confusione dell’opposizione: era giusto opporsi al nome della Agnes “imposto” dal Governo ma forse si poteva e doveva trovare una soluzione alternativa proposta dalla stessa opposizione con un altro nome. Perché non è avvenuto? Lo scorso luglio i parlamentari dell’opposizione si sono dimessi e quale è stato il risultato, cosa ne è venuto fuori? Nulla, come e forse peggio di prima: se mai fosse che si andrà alle elezioni anticipate la Vigilanza non c’è (e dovrebbe occuparsi del regolamento par condicio).

Terzo gol. Questo Cda Rai, questo AD Rossi stanno portando a termine il loro mandato tranquilli e beati, incuranti dello stato di estinzione dove si trova la Rai e Il Servizio Pubblico. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo forte e chiaro: si tratta di un Cda frutto malato di un albero avvelenato che non doveva nascere: a settembre 2024 le indicazioni dell’EMFA su criteri di nomina erano già noti (seppure ancora non vincolanti) e si potevano e dovevano adottare tant’è che l’opposizione era tutta unita (fino al pomeriggio del 25 settembre” con l’indicazione “prima la riforma e poi le nomine”. Sappiamo come è andata a finire. M5S e AVS da una parte e PD dall’altra con i due consiglieri, di Majo e Natale, specializzati nei comunicati del giorno dopo e che nonostante gli inviti a dimettersi venuti da più parti, rimangono incollati alla poltrona.

Quarto gol. L’Azienda RAI, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, è avviata sulla strada di un progressivo e ineluttabile declino sia per le nuove dimensioni del mercato, sia per la sua incapacità/impossibilità ad essere migliore di quello che oggi è. Questo processo non è frutto di una combinazione casuale, di una fortuita coincidenza (oppure come qualcuno ha scritto "autolesionismo"): vedi le dichiarazioni dell’AD sull’emigrazione dei telespettatori da RAI Tre. Si tratta di un processo di degrado in termini di pubblico: sempre meno e sempre più anziano. Lo è in termini in termini di offerta editoriale: palinsesti infarciti di repliche e di format d’acquisto e pure quando c’è un “format” o un brand fatto in casa, di proprietà, viene ceduto in “comodato d’uso” ad una persona esterna (vedi Maggioni con il “suo” Newsroom). Lo è in termini di “piani” inesistenti (informazione), oppure industriale (non ci sono risorse per sostenerlo, vedi conclusione del deal RAI Way: vedi ieri sul Sole un articolo a firma Andrea Biondi con titolo "Rai, sui conti l'incognita Rai Way" dove si legge "...senza la valorizzazione delle quote di RaiWay ... la Pnf andrebbe oltre i - 600 mln ".  ) oppure immobiliare (scelleratezze varie: dall’operazione Portello di Milano alla vendita di Torino, Venezia e Roma).

Nota bene. Questo campionato non prevede un girone di ritorno.

bloggorai@gmail.com

mercoledì 30 settembre 2026

La RAI "nera"

By Bloggorai ©

Iniziamo con una nota a margine: ieri l’AD Rai Rossi ha ribadito un suo concetto primigenio con “ … se il giornalismo d'inchiesta si trasforma in un giornalismo di Teorema non è più un valore della democrazia ma è un cancro della democrazia”. Allora sarà pure necessario capire bene cosa si intende per “cancro della democrazia” e chi lo crea e lo nutre e quale è la differenza tra “inchiesta” e “teorema”. Ci torneremo.

Questa nota ci consente di tornare su un argomento già affrontato da Bloggorai tante volte. La “cronaca nera” è dentro di noi. L’omicidio, il crimine, la strage o il genocidio è come un virus che da millenni si è insinuato nell’anima profonda e nessuno sembra in grado di debellarlo. Il racconto dell’orrore, la “narrazione” televisiva della paura è il pane quotidiano, è la razione di sostanza tossica della quale sembriamo assuefatti e il “pusher” ovvero il primo spacciatore è la Tv, pubblica e privata, universale e generalista oppure in streaming sulle piattaforme, senza distinzione.

La Rai, il Servizio Pubblico, nonostante che ogni tanto qualche anima bella si lamenta del “troppo Garlasco” fa scuola, apre la pista e segna il sentiero. Nel palinsesto settimanale la cronaca nera occupa sempre uno spazio centrale e laddove non si trova un pertugio libero lo si reinventa. E quale è il canale che meglio si presta al sostegno, allo spaccio di cronaca nera quotidiana? Senza dubbio: RaiTre. Inizia il lunedì con Giletti e il suo “Lo stato delle cose” e i suoi finti scoop, segue il martedì la fotocopia imbruttita dei finti scoop del giorno precedente con “Filorosso” di Monteleone, poi arriva il mercoledì con lo storico “Chi l’ha visto” della nuova conduttrice Raffaella Grigi. Il giovedì un momento di pausa (si fa per dire), con la “cronaca familiare” che magari non è proprio nera ma non è sempre limpida, con “Le cose che non sai” (e certe volte meglio non saperle). Il venerdì c’è il film e questa volta RaiTre è sul pezzo con Exodus, forse per dare un’alternativa al grande successo di Naza. Arriva poi il sabato che vede il ritorno in grande spolvero di Lucarelli con “Blu notte – i misteri dimenticati” dove si arriva a punte eccelse di “racconto criminale” e si pongono domande esistenziali del genere “Chi ha rapito Emanuela Orlandi?”. Ce lo stiamo chiedendo in tanti e ogni volta speriamo che sia la volta buona e magari Lucarelli ci propone una risposta. No, non è necessario: basta porre l’interrogativo e la serata televisiva si porta a casa. La domenica si chiude in bellezza, magari in tarda serata con “Un giorno in Pretura” con la sempiterna Petrelluzzi. Il giorno dopo si ricomincia.

Poi, per non perdere il filo del “racconto criminale” proposto dal Servizio Pubblico ci si può sempre rivolgere a Rai Play con la sua vasta collezione di “crime story” di ogni genere. E, se non bastasse il “true crime” della cronaca nera quotidiana c’è sempre la fiction di vecchia generazione con le repliche di Montalbano oppure di Don Matteo o con la recente generazione delle varie Tataranni, Schiavone, Coliandro etc.

Vale la pena ricordare da chi è composto il pubblico che segue prevalentemente il “genere” crime: “… la prevalenza di un pubblico femminile, che raggiunge il 14% in share. Molto bene tutti i target giovani-adulti, e adulti fino a 64 anni. Un'audience che presenta anche buoni o ottimi livelli di istruzione, coi laureati che per la versione «crime» balzano al 18% di share, mentre i diplomati crescono raggiungendo il 15% della platea. Il pubblico del crime in tv appare diffuso a livello nazionale, ma emerge una certa prevalenza nel Nord, col le regioni di quest'area del Paese (Lombardia, Piemonte, Veneto) che registrano tutte una share oltre il 14%.” (dal Corriere su dati Auditel rilevati da M. Scaglioni).  

Ma è esattamente nella punteggiatura usata nel racconto della cronaca nera televisiva che risiede tutta la sua fascinazione. Nel momento in cui si mette un semplice “.” la storia finisce lì e non c’è più bisogno di porre il punto interrogativo come, ad esempio, succede con “Chi ha veramente ucciso Chiara Poggi?”. Il nome della vittima o dei carnefici può variare ma il risultato è lo stesso: “Olindo e Rosa sono i veri colpevoli della strage di Erba?”. Oppure “Chi è veramente il Mostro di Firenze”. Oppure ancora, per stare ai giorni nostri, a queste ore: “Chi e perché ha “suicidato” a Siena Davide Rossi?” oppure ancora “Chi ha ucciso con la ricina madre e figlia a Pietracatella?”. Già, a saperlo.

Lo abbiamo scritto tante volte: il “crimine in tv paga” bene e in contanti. Il pubblico segue e premia con gli ascolti. Si torna quindi all’eterno dilemma: cosa deve fare il Servizio Pubblico? Quale dovrebbe essere il suo ruolo, la sua funzione, il suo progetto editoriale? Se non si riesce a schiodare una risposta a questa banale e semplice domanda hai voglia a fare “riforme” sulla governance, hai voglia ad applicare l’EMFA. Oggi Vincenzo Vita scrive sul Manifesto di “Un Servizio Pubblico di nuova generazione…” già, interessante ma quale Servizio Pubblico si immagina e quale “nuova generazione”. La sensazione che il “campo largo” sui temi e problemi del sistema audiovisivo annaspa ancora nel vuoto di idee e proposte è forte, fortissima.

bloggorai@gmail.com


ps. anche oggi il Corriere non ha scritto una riga, una parola sul "caso" Lavitola.

 



 

martedì 29 settembre 2026

LA Storia di ieri, di oggi e (forse) di domani

By Bloggorai ©

Se avete a cuore i vostri figli o nipoti, fategli una carezza e regalategli una copia del Corriere di questi due giorni: rimarranno nella storia e tra qualche decina di anni avranno un valore.

Tra ieri ed oggi abbiamo letto “storie” che meritano grande attenzione. La tragica morte di Giulio Regeni in Egitto si è risolta con la condanna dei responsabili per il suo sequestro ma non per il suo assassinio. Davide Rossi, non è “caduto” dalla finestra del suo Ufficio del Monte dei Paschi: i parlamentari della Commissione d’inchiesta hanno stabilito che non si è “suicidato” come ci hanno voluto far credere per molti anni ma è “stato suicidato” ovvero gettato di sotto. La Francia, dopo decenni di silenzio, ha deciso di rendere noto quando avvenne la notte del 27 giugno 1980 quando venne abbattuto l’areo Itavia sopra Ustica, ovvero dopo 46 anni. L’assassino di Chiara Poggi potrebbe non essere Alberto Stasi: la Procura di Pavia sostiene che alla prova decisiva a suo carico (i pedali) mancavano due perizie “scomparse”: “I RIS lo sapevano ma nascosero il dato”.

E fin qui siamo nell’ambito della cronaca politica e giudiziaria che già potrebbe giustificare la conservazione del giornale. Ma quello che lo renderà un pezzo unico da collezione sarà per quello che non c’è scritto: dopo il polpettone avvelenato pubblicato domenica sul “caso” Ranucci, con ricostruzioni fantomatiche peraltro poi smentite dal CdR, sul tema è calato uno spesso strato di cemento armato di silenzio: non una riga, non un titoletto, mai citati né Lavitola e tantomeno Ranucci e tantomeno riportata la smentita. Dopo aver tartassato i lettori del Corriere, sempre in buona compagnia di altri giornali governativi, da mesi con titoli a tutta pagina e in più pagine spesso e volentieri sul niente e sul nulla spacciati per notizie, improvvisamente la “vicenda” scompare e la sua “narrazione” si interrompe e passa il testimone alla Rai dove il Giletti di turno ieri sera su RAI Tre ha preso il testimone. Anche ieri sera tra il nulla e il niente, tra il vago e smentite di ogni genere (“Ranucci era implicato?” risposta “No!) la serata è passata spensierata con un finale degno della migliore televisione di Servizio Pubblico: lo scontro frontale tra il Generale Garofano dei RIS dei Carabinieri al tempo di Garlasco e gli avvocati difensori di Stasi entrerà nella storia del grande giornalismo RAI.

Domani sarà un altro giorno e si vedrà: è prevista la sentenza al Tribunale di Roma sul ricorso Ranucci. 

bloggorai@gmail.com