“Rai. Sia benedetta la lottizzazione! Intrighi, leggende
metropolitane, verità. La Rai che pochissimi conoscono vista dal Gr2, dal Tg3,
dal Tg1 e dal covo dell’Usigrai, storico sindacato dei giornalisti” è il titolo
del libro di Giorgio Balzoni in distribuzione in questi giorni. Per chi non lo conosce:
è una firma apprezzata e storica del giornalismo Rai. Il volume lo abbiamo
appena ordinato e ne parleremo meglio e di più dopo averlo letto. Per ora ci
limitiamo ad osservare che Balzoni è stato testimone di un passaggio cruciale
della storia moderna del giornalismo del Servizio Pubblico: la bocciatura
del primo Piano editoriale sull’informazione con il quale si intendeva mettere
mano e riordinare tutto il perimetro dell’informazione Rai ovvero il famigerato
Piano Verdelli. Questa vicenda ci ricorda uno dei grandi misteri politici
italiani al pari dei famigerati 101 “grandi elettori” del PD che il 19 aprile
del 2013 impallinarono Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. Mai uno di
loro, a nostra memoria, è mai uscito allo scoperto con un “si, sono stato io a
votare contro”.
Di informazione Rai ce ne siamo già occupati spesso e volentieri
e merita tornarci sopra. È una pietra miliare indispensabile per comprendere l’attuale
situazione in cui versa l’informazione pubblica. Da allora, 2017, la Rai si è
dotata di Piani industriali, Piani editoriali e Piani immobiliari ma di piano sull’informazione
non se ne è più parlato. Il tema scotta e chi ci mette mano si brucia: si tratta
di capire se oltre 2.000 giornalisti e 8 testate sono adeguate, razionali ed
efficienti per questo Servizio Pubblico. Di Piano sull’informazione di “newsroom”
e di “… un piano di riorganizzazione che può prevedere anche la ridefinizione
del numero delle testate giornalistiche nonché la riprogettazione e il
rafforzamento dell’offerta informativa sul web” come previsto dal Contratto di Servizio
precedente (art.23) non se ne è più parlato perché qualcuno, dentro la Rai, ostacola
e tutt’ora ignora in ogni modo ogni tentativo di riforma.
Balzoni ha scritto nel titolo del suo libro “… covo dell’Usigrai…”
e sarà interessante leggere e capire perché lo ha scritto. Ricordiamo che a quel
tempo era Presidente della Rai una certa Monica Maggioni e il Direttore
generale Antonio Campo Dall’Orto (dopo le sue dimissioni arriverà Mario Orfeo) mentre
i consiglieri erano persone del calibro di Carlo Freccero (ne parleremo più
avanti), Arturo Diaconale e Franco Siddi. Il segretario Usigrai era Vittorio Di
Trapani. Merita riprendere quanto scritto dallo stesso Verdelli nel suo monumentale
“Roma non perdona” a pag. 57: “Dall’altra parte del tavolo, uno squadrone di almeno
quindici persone, con al centro il leader dell’Unione Sindacale dei Giornalisti
Rai (da qui, USIGRAI), Vittorio Di Trapani, un Gesù attorniato dai discepoli,
abituato a fare la voce grossa senza alzare la voce. Nei suoi confronti, era
palpabile una devozione che non ho mai visto concentrarsi su nessuno dei vari
referenti dei comitati di redazione frequentati in carriera, nemmeno su
Raffaele Fiengo, trascinatore a cavallo di due secoli del Cdr del “Corriere
della Sera”.
Napoletano precocemente romanizzato, vicino a tutte le
associazioni di stampa “libera”, Di Trapani è un quarantenne di potere,
svezzato da Vasco Rossi e cresciuto alla sapiente scuola Rai di Beppe
Giulietti (ulivista, dipietrista,
presidente della Fnsi, il sindacato dei sindacati giornalisti, stesso ruolo
ricoperto in passato anche da Franco Siddi, poi diventato consigliere di Viale
Mazzini). In azienda da quando era ragazzino (1999), il giornalista Di Trapani
guida il sindacato dal 2012, secondo mandato in scadenza nell’estate del 2018,
dopo di che sarebbe dovuto tornare a fare il suo mestiere a Rai News24, dove è
redattore, visto che per statuto non esiste un terzo mandato. E invece, proprio a giugno 2018, verrà
modificato quel certo articolo dello statuto e lui si ritroverà confermato con
una maggioranza da plebiscito: Vittorio il vittorioso, influente notabile della
Bolla, parole d’ordine “non passi lo straniero” e “prima gli interni”, con un
involontario retrogusto salviniano”.
Merita poi ricordare un passaggio di un articolo de Il Post
del 4 gennaio 2017 (https://www.ilpost.it/2017/01/04/rai-verdelli/
): “ … Secondo il giornalista di Repubblica Sebastiano Messina, il piano è
stato bocciato a causa delle resistenze interne alla RAI, che non vedono di
buon occhio le riforme e i cambiamenti imposti da figure esterne: «Ha vinto,
alla fine, il muro di gomma tenuto in piedi proprio dai giornalisti che fanno
parte del Cda, a cominciare dalla presidente Monica Maggioni che non ha mai
speso una parola per difendere Verdelli e la sua squadra, per finire con
Francesco Siddi e Arturo Diaconale che sono stati i protagonisti di un vero e
proprio tiro al bersaglio”. Pochi mesi prima il quotidiano il Foglio aveva
scritto “…In molti ormai in Rai sospettano per esempio che sia stata lei a
passare al settimanale l’Espresso la bozza del piano per l'informazione con
l’obiettivo di mettere in difficoltà il suo estensore Carlo Verdelli e forse
anche il direttore generale Campo Dall’Orto”. La Maggioni poi ha smentito: “volgari
calunnie”.
Comunque, questo è solo un capitolo e certamente non secondario
della storia Rai. Certo è che, volendo, si potrebbe scrivere un’enciclopedia
con tutte le storie faste e nefaste di cui siamo a conoscenza diretta e di
tutte quelle che nel corso di tanti anni ci hanno raccontato e che pochi hanno la voglia (o il coraggio) di ricordarle. Non sono belle storie,
sono scheletri negli armadi di cui avere un certo imbarazzo. Sono storie anzitutto
umane, personali, e poi anche politiche. Come ha scritto Balzoni “Intrighi,
leggende metropolitane, verità” che non vediamo l’ora di leggere e conoscere. Sono
storie che hanno fatto e fanno tutt’ora la “storia” di questa Rai. Alcuni dei personaggi
di allora sono ancora presenti sulla scena e ancora in grado di determinare
o influenzare scelte strategiche dell’Azienda.





