sabato 7 marzo 2026

Rai: parliamoci chiaro !

By Bloggorai ©

Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere tra le righe e e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura…” Prima pagina del Corriere, Milano, 5-6 marzo 1876

Un incipit del genere è il sogno di tanti che si affacciano o praticano questo mestiere. Secco, incisivo e diretto, almeno negli auspici. Che poi i lettori (o i telespettatori) siano "educati e maturi", tutt'oggi, è un dibattito molto aperto.

Sicchè, ieri stava trascorrendo un placido e convalescente pomeriggio primaverile quando, sul far della sera, comodamente adagiati in poltrona, ci siamo messi a scorrazzare tra i canali tv per vedere cosa passava il convento. Giocoforza, abbiamo iniziato con RaiUno e li ci siamo fermati. Siamo rimasti affascinati dalla trasmissione in onda in quel momento : La vita in diretta dove dibattevano amabilmente il conduttore Matano con ospiti Giletti, Canino, Simona Izzo ed un’altra gentile signora di cui ora non ricordo il nome. Gli argomenti erano sublimi e fascinosi: perché il comico Frassica ha preso in giro la soubrette Marini? E, a seguire, la canzone che ha vinto a Sanremo sarà destinata ad allietare i prossimi matrimoni napoletani? Ovviamente, questo dibattito arriva nella parte finale della trasmissione, ovvero ben dopo aver dedicato oltre un’ora a temi di cronaca grigio/nera.  

Allora ci torna in mente una domanda, un tema antico e profondo che pure proprio ieri mattina Grasso ha sollevato sul Corriere a proposito del pubblico televisivo: “vogliamo aprire una parentesi?”. Care lettrici e cari lettori “vogliamo parlarci chiaro” e allora apriamola questa parentesi e poniamo la domanda: è il pubblico, sono i telespettatori che richiedono a gran voce un’offerta editoriale “bassa”, ovvero overdose di cronaca condita da “racconto leggero” cioè la “vita in diretta” come realmente avviene e si svolge intorno a noi, oppure è la “televisione” che decide, propone e compone la propria offerta editoriale modulata sulle richieste del pubblico visto il "successo" di ascolti che ne ricava? 

Abbiamo cercato di capire mediamente quante ore a settimana Rai e Mediaset dedicano, ad esempio, al solo caso di Garlasco: per quanto abbiamo potuto verificare, seppure in modo approssimativo) Rai con le sue trasmissioni di punta (Ore 14 nelle due versioni, Storie Italiane, Lo stato delle cose, Far west, Chi l’ha visto)) insieme ai minuti interni ai Tg e alle varie trasmissioni di informazione intrattenimento occupa circa 8 ore settimanali. Mediaset invece (con Quarto grado, Pomeriggio Cinque, Quarta Repubblica e Le Iene) ha dedicato al tema Garlasco mediamente 5 ore. Non sono poche ore e non “pesano” poco nella cosiddetta “narrazione” del Paese specie se si considera, in particolare in questo momento in vista del prossimo referendum, quanto possa incidere nella formazione di un pensiero collettivo sul tema “funzionamento della giustizia e ruolo dei giudici”. Vedi, appunto, le dichiarazioni di ieri della Meloni a proposito della “famiglia nel bosco”

Allora riposizioniamo la domanda: sono i telespettatori che “richiedono” di essere costantemente aggiornati ed informati sullo sviluppo del caso Garlasco o è “la Tv” che “spinge” e propone questo tema in modo compulsivo ed ossessivo?  Per esteso: son i telespettatori che richiedono e apprezzano prevalentemente la “cronaca” di vario colore o sono gli editori che scelgono di dedicare ampio spazio a questo genere?

Grosso modo, siamo orientati per la seconda ipotesi.

Ps. Per le figurine dell’Album sulla Civiltà delle Immagini 2026 per febbraio abbiamo valutato che la migliore è quella dell’Uomo Vitruviano privato dei genitali e proposto nella sigla delle Olimpiadi invernali. Per marzo già ne abbiamo un paio da tenere in considerazione: la Meloni che “parla” ad una radio privata e i resti di un missile conficcato nel terreno circondato da pecore.

(dal Corriere della Sera)

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giovedì 5 marzo 2026

La RAI e i referendum: la destra e il suo Governo scende in campo

By Bloggorai ©

La Rai è sempre stata “in campo” ovvero da sempre ha partecipato al “campionato” della politica, da sempre ha prevalentemente sostenuto una “squadra” che solitamente è quella di governo. La Rai, da sempre, è stata in campo nel racconto e nella formazione sociale e culturale del Paese e pure in questo momento storico non può non assolvere il suo dovere di Servizio Pubblico. Seppure, come spesso avvenuto, per una parte di “pubblico”. Da non dimenticare il referendum sulla privatizzazione Rai (1995, vinsero i si con il 54,9%, sostenuto anche dal Partito Democratico della Sinistra PDS e il cui esito non è stato mai applicato).

Ci avviciniamo velocemente verso il referendum del prossimo 22 e 23 marzo sulla riforma costituzionale della giustizia voluto fortemente dall’attuale governo Meloni. Gioco forza, la Rai è chiamata a fare la sua parte nell’informare i cittadini e, nei limiti del possibile, “dare una mano” al Governo di cui è stretta e fedele emanazione coni suoi uomini al comando.

Quello sulla giustizia non è non sarà uno scontro tecnico giuridico sul suo funzionamento, non è uno scontro nel “merito” dei suoi problemi come piace sostenere anche a molti “sinistri”, ma sarà uno scontro frontale tra due visioni della democrazia, ovvero tra due pensieri costituzionali contrapposti. Se il governo, segnatamente questo governo, vota da una parte è banalmente e semplicemente obbligatorio che tutti coloro che vi si oppongono debbano votare dalla parte opposta, non c’è mediazione o spazio per sotterfugi interpretativi. Se il governo invita ad andare alle urne, chi si oppone dovrebbe fare il contrario.   

Come noto, questo referendum non richiede il quorum e quindi vince quale parte prende più voti anche se il numero dei votanti risultasse basso. 

Alla vigilia della consultazione, sono molti i sondaggi che evidenziano un dato comune e condiviso: l’esito delle urne sarà caratterizzato dell’affluenza e, grosso modo, si conviene che una forte affluenza potrebbe favorire il si mentre una scarsa partecipazione al contrario potrebbe favorire il no. Vedi https://www.ipsos.com/it-it/referendum-giustizia-22-23-marzo-2026-scenari-dati-intenzioni-di-voto oppure https://lespresso.it/c/politica/2026/2/27/referendum-giustizia-come-vince-no-secondo-sondaggi-cosa-succede-affluenza/60262 oppure ancora https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/02/20/referendum-si-al-51-con-affluenza-alta-no-al-515-se-bassa_2aa24457-e96d-4c0d-8ef0-922960d03fad.html e così via.

Le variabili sono molte e si prospettano diversi scenari con tre ipotesi: partecipazione bassa (intorno al 40%), media (intorno al 50%) e alta ovvero oltre il 60%. Quindi, in buona sostanza, “spingere al voto” per paradossale che possa apparire, agevola e sostiene le ragioni del si ovvero del Governo, ovvero della Meloni.

Ecco allora che la Rai “scende in campo” e a dispetto del suo organo di Vigilanza e controllo parlamentare incapace ad agire per opera della maggioranza, dispone le sue artiglierie con la messa in onda di uno spot che invita ad andare a votare in modo “singolare”: vedi  https://www.youtube.com/watch?v=gztOl5Gp5N8 . Si tratta di uno spot realizzato da un certo “Studio Polpo” che pone non poche domande. Il Cda Rai ne era informato? I consiglieri di Majo e Natale sapevano e, nel caso che dicono? Chi e perché ha commissionato questo spot che non sembra essere uno spot “istituzionale”? E’ stata fatta una gara? Quanto è costato? La Rai non era in grado con le sue formidabili risorse interne di realizzare una cosa del genere?

A proposito di referendum e di giustizia. Oggi avremmo voluto scrivere e tornare su un tema che già abbiamo affrontato: l’over dose di cronaca nera in Rai (e non solo). Ancora ieri sera la Sciarelli su Chi l’ha visto si è concentrata sul tema Garlasco. La prevalenza della cronaca nera nei teleschermi non è più un “tema” al pari degli altri “generi editoriali”. La cronaca nera, il suo perenne racconto e la sua diffusione pervicace e ostinata richiede uno sforzo di comprensione superiore al solito. Sconfina dalla narrazione sociale al consenso politico. Oggi Grasso sul Corriere riprende il tema con il titolo “Il Garlasco Show e i rischi dei processi mediatici”.

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martedì 3 marzo 2026

Europa, Italia e RAI come un pugile suonato

By Bloggorai ©

Fatte le debite proporzioni e definito il giusto contesto, si può sostenere serenamente che l'Europa non conta nulla nel mondo ... l'Italia non conta nulla in Europa … la Rai non conta nulla in Italia e il Cda del Servizio Pubblico non conta nulla all’interno o all’esterno dell’Azienda se non a garantire una “gita” a Sanremo a favore di telecamera.

Sul ruolo e sul peso dell’Europa e dell’Italia nella scena internazionale non c’è molto da dire (magari c'è da ridere): è tutto abbastanza evidente. La “nuova era” globale segnata dalla militarizzazione delle relazioni internazionali vede un solo uomo al comando mentre nessuno ha la voglia e la forza di opporsi. Il nuovo marchese del Grillo agisce impunito e indisturbato ed anzi talvolta supportato. Accanto a lui solo servi sciocchi oppure solo servi addormentati che non vengono nemmeno disturbati nei momenti critici quando si tratta di premere il grilletto.  

Sicché, tutto scorre sotto il segno di una apparente afasia e relativa indifferenza. Si sente dire e si legge “rischio terza guerra mondiale” come se fosse un semplice incidente sul monopattino e tutto scorre in attesa di un qualcosa di indefinito che nessuno è in grado di intuire quale possa essere. La Pace? Boh!

Bene, veniamo alla Rai e al suo “peso” ovvero alla sua irrilevanza nella gerarchia dei temi di interesse nazionale. Come un pugile suonato è pari a zero e si riprende solo per il successo (!!!) di Sanremo! Oggi pomeriggio era atteso al Senato il previsto dibattito sulla proposta di riforma Rai che invece non ci sarà e nessuno sa dire se e quando ci potrà essere. Non ci sarà perché anzitutto non c’è un testo condiviso sia all’interno della maggioranza che ne ha predisposto uno suo indipendente dall’opposizione e sia perché la stessa opposizione ha rinunciato ad un testo proprio preferendo invece emendamenti al testo di maggioranza (peraltro elaborati e confinati tra una ristrettissima cerchia di “esperti europei” e professori pescati a caso) .

Lo stato dell’arte dal punto di vista tecnico è semplice: il testo è tutt’ora in discussione in VIII Commissione Senato che, teoricamente, dovrebbe validarlo prima di andare in Aula. Se non che, il testo non solo non è stato validato ma è ancora in attesa di una parallela validazione della Commissione V (Bilancio) che deve necessariamente esprimere un parere sulla sostenibilità economica del testo di riforma. E questo parere, per quanto noto, non c’è e non è prevedibile che ci potrà essere per un banale e semplice motivo: la Lega, ovvero il “proprietario” della Rai nelle vesti del ministro Giorgetti non ha nessuna intenzione di sostenere questa riforma. O per meglio dire, usa queta opposizione alla riforma Rai come grimaldello ovvero strumento di ricatto/trattativa con i suoi alleati. Il Ministro ha tanti buoni motivi. Formalmente, le obiezioni del MEF sono limitate a due punti: i criteri di nomina e durata del prossimo Cda (di fonte parlamentare e non governativa come avviene ora e la possibile riduzione del canone del 5% progressivo). Sostanzialmente, è in corso un braccio di ferro tra le componenti di governo non solo e non tanto sulla riforma quanto sulla redistribuzione di sfere di potere rilevanti dentro e fuori la Rai. Sono oltre 100 le nomine nelle società controllate o partecipate dallo Stato che si dovranno rinnovare nelle prossime settimane tra le quali 5 sono di assoluto rilievo: ENI, Enel, Leonardo, Poste e Terna. In particolare, per quest’ultima si è letto di una possibile candidatura della Agnes, attuale presidente Rai designata ma non ratificata dalla Vigilanza (che giace bloccata). Giù pe li rami, dentro la Rai è prossima ad essere libera l’ambitissima poltrona dell’AD di Rai Way dove ora siede Cecatto (Lega) con un “modico” compenso di oltre 500 mila ero l’anno (il doppio del suo controllore Rossi). Chi verrà prescelto, forse, dovrà guidare la possibile “vendita/fusione con EiTowers: una operazione di assoluto rilievo strategico per il futuro dell’Azienda Rai.

Per ora, in attesa di un futuro improbabile e con buona pace di chi ha menato vanto di “prima la riforma e poi le nomine”, tutto rimane fermo e non c’è nessun valido motivo per muovere qualcosa: del resto il partito di Governo, FdI, ha l’AD Rossi, l’altro partito, la Lega, ha il “presidente” si far dire F.F. e FI è al palo con una presidente designata che rimane tale. L’opposizione in cda Rai, nel frattempo, va in gita a Sanremo.

Già. La Rai può attendere, c’è ben altro a cui pensare.

Attenzione: il capitolo Sanremo non è affatto chiuso. C’è ancora molto da dire.

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lunedì 2 marzo 2026

Sanremo e il declino dell'Impero televisivo: la Rai e il suo grande futuro dietro le spalle

By Bloggorai ©

Anzitutto un caloroso ringraziamento alle lettrici e ai lettori che in questi giorni hanno inviato messaggi di auguri a Bloggorai. Ce la siamo vista brutta ma siamo sopravvissuti, forse miracolati. Eccoci tornati.

In questi pochi giorni di “pausa” abbiamo avuto modo di riflettere attentamente su quanto stava avvenendo. Ci siamo lasciati parlando di Civiltà delle Immagini 2026 e di Sanremo.

Per ora, riprendiamo il capitolo Sanremo, lo chiudiamo mentre riproponiamo l’immagine che abbiamo usato tante volte e aggiorniamo quanto abbiamo scritto nel 2024 (vedi https://bloggorai.blogspot.com/2024/02/sanremo-lo-specchio-infedele-della.html ) e nel 2025 (vedi https://bloggorai.blogspot.com/2025/02/la-rai-normale-e-la-sua-morale.html ). I titoli dei due Post sono ancora attuali: “Sanremo: lo specchio infedele della normalità?” e “La Rai "normale" e la sua "morale"”.

Mettiamo qualche punto fermo. Sanremo è stato un “successo”? per la Rai e per chi lo ha visto certamente si. Leggiamo Francesco Siliato oggi sul Sole.it: “Una trasmissione televisiva che viene seguita da una media di 9,6 milioni di persone per 27 ore e mezzo, non è solo un successo, è uno straordinario evento media…Detto questo, va rilevato che questa edizione ha prodotto ascolti più bassi delle edizioni immediatamente precedenti. Rispetto allo scorso anno la media della fascia Sanremo, che va dalla fine del Tg1 alle due della notte, tra Prima Festival; Sanremo Start; Festival e Dopofestival, registra - secondo le elaborazioni dello Studio Frasi su dati Auditel - un calo di 1,7 milioni che diventano -1,8, considerando la perdita di 98mila spettatori da small screen. «Ragionare su queste perdite - sottolinea Siliato - significa inoltrarsi sul lento declino della tv tradizionale…”. Inoltre, sembra che la raccolta pubblicitaria ha superato i 70 mln di euro, 5 in più rispetto allo scorso anno e ora si dovrà vedere se e come ci potranno essere compensazioni per il ridotto numero di telespettatori. Per la cronaca, rispetto agli scorsi anni ne sono “emigrati” milioni (nell’ultima serata oltre 2). Ma la domanda non è tanto nel sapere perché milioni di telespettatori sono emigrati da Sanremo ma perché altrettanti ci sono rimasti. Perché tanti milioni di telespettatori hanno assistito ad uno spettacolo mediocre, noioso, con canzonette che non sono canzonette, la scenografia dell’Ariston declassata ad una festa paesana, una “Morticia Addams” sul palco ad officiare liturgie necrologiche, un comico che non fa ridere, una modella russa che non parla italiano, un Sandokan vero e uno finto, un ultranovantenne che viaggia con l’elicottero dei Vigili del Fuoco? Già, quale è il fascino misterioso di tanto “successo”???

Oggi Grasso scrive sul Corriere “… normalizzare il Festival, anche a costo della noia. Secondo Ferrara, «la malinconica normalità del calo degli ascolti rende sfavillante la stagione dell’adesione mostruosa…”.

Bloggorai però, notoriamente, con i numeri non è molto capace e guarda altro. Anzitutto guarda la conferma di un fenomeno ormai inarrestabile: la platea televisiva generalista si restringe ed è sempre più adulta. Ovvero, in soldoni: il DTT, il digitale terrestre resiste agli assalti dello streaming e delle piattaforme ma cede progressivamente spazio e numeri, contenuti e “fruitori” con altri device mentre gli “over” guardano la Rai e i “giovani” no. Ha scritto il Corriere alcuni giorni addietro: “La fruizione musicale è ormai polarizzata su Tik Tok e Spotify. Il modello televisivo tradizionale appare meno centrale rispetto a soli tre o quattro anni fa”. Allora succede quel noto fenomeno secondo il quale se tutto avanza e tu rimani fermo e non segui il passo, di fatto, vai indietro. Se la Rai continua a rivolgersi agli “anta” (età media Sanremo: 51,7 e pure gli “over65” sono calati dal 57 al 50% rispetto allo scorso anno e rimangono comunque la fascia di ascolto più numerosa, da fonte Geca  su dati Auditel) e non riesce ad intercettare i “giovani” il suo destino è segnato.  Semplificando. Il “successo”, al solito, c’è stato ma è un successo drogato, illusorio e rivolto ad una sola parte di pubblico, ovvero un farmaco anestetico somministrato ad un paziente con poche speranze di riprendersi.

Ecco allora che torniamo allo “specchio del Paese” concavo e convesso al tempo stesso (rima casuale), deformato e appannato. Sanremo non riflette il Paese per intero (ma solo quella parte di esso che lo guarda) e quella stessa parte che una volta premia “cuoricini…cuoricini” e la volta successiva, ieri, il romanticissimo e matrimonialissimo “…Saremo io e te …Per sempre… Legati per la vita che Senza te Non vale niente…”. E quel  " ... sarà per sempre Si".. è una pura combinazione fantapolitica, una fatalità. 

Se è vero il luogo comune che sostiene che “la Rai è lo specchio del Paese” ed in buona parte è vero, oggi questo specchio riflette esattamente questo momento politico, sociale e culturale di questo Paese. Come ha scritto Lisa di Giuseppe su Domani “E’ Sanremo, sembra Atreju, l’egemonia culturale di FdI”. Se questo Sanremo ha rappresentato il massimo che questa destra di Governo, questa Rai di questo Cda è quanto gli è di meglio possibile esprimere, verrebbe da pensare che possiamo stare tranquilli. Ma, come si dice a Roma, “Er sor Tranquillo è morto de’ pizzichi”.

Infine, se è vero il luogo comune della fisica universale (il vuoto non esiste), allora è vero che il “festival” occupa uno spazio lasciato libero (per reciproco interesse) dal suo diretto concorrente Mediaset che si è ben guardata da mettere i bastoni tra le ruote di Sanremo. Eppure, bastava poco: dicono che “non gli conveniva abbassare la media della De Filippi”. Anche questo “è” il Paese: la terra di mezzo dove pure il telecomando fatica ad essere giovane. La Rai ha un radioso futuro dietro le sue spalle.

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giovedì 26 febbraio 2026

!!!

 Care lettrici e cari lettori...

Bloggorai è costretto a sospendere temporaneamente le pubblicazioni: incidente in moto... serio ma non grave.

Chi può...mandi notizie.

Grazie 

A presto 

la Noia del giorno prima e quella del giorno dopo

By Bloggorai ©

Nei giorni scorsi ci siamo cimentati nella raccolta delle figurine sulla Civiltà delle Immagini 2026 (per febbraio ne abbiamo poche). Ora ci viene l’idea di collezionare pure le “parole” che segnano questo nostro tempo. Oggi ne abbiamo due: “noia” e “tristezza”.

È un Paese del “vorrei ma non posso” oppure del “potrei ma non voglio”. È un Paese sempre in bilico nella terra di mezzo che ancora non ha sanato l’eterno dilemma: monarchia o repubblica (non Repubbica). È un Paese che è saldamente progressista e democratico e invece si ritrova con un governo conservatore e di destra. Un Paese che non ha ancora deciso se essere “moderno” oppure con un “occhio sempre attento al suo passato”. È un Paese spaccato in due dove la stragrande maggioranza dei telespettatori ovvero gli “adulti” over 55 guardano ancora la Tv generalista e universale e i “giovani” non la guardano proprio (esattamente l’età media di questo Sanremo è 51,7).  È un Paese che celebra e vuole ancora le “canzonette” di Fausto Leali (82 anni) a tarda notte e poi si ritrova in prima serata con Achille Lauro come co-conduttore insieme alla co-conduttrice Pausini e due aiutanti conduttori “comici” neutri come Lillo e la Fogliati che vorrebbero far il loro mestiere, far ridere, e invece non possono o non vogliono. La stessa Pausini che sembrava destinata a “spaccare” il ritmo soporifero di Conti si è comodamente adagiata sul morbido nulla vestita di niente e infarcita di poco.

Eppure, c’è ancora qualcosa di incompiuto e di non detto, qualcosa non ancora completamente svelato in questo Sanremo dell’epoca Meloni. Doveva e poteva essere un ennesimo volano alla propaganda di questo Governo dell’Italia ordinata e ben accolta (si fa per dire) nei grandi palcoscenici internazionali. Doveva e poteva essere una vetrina del “fior da fiore” del Made in Italy canoro. E invece no, stenta ad essere compreso e metabolizzato. Doveva e poteva essere la ciliegina sulla torta del "filosofo diColle Oppio" ovvero Rossi&C. E invece la Rai ne viene travolta, il suo AD ne viene travolto, la sua dirigenza ne viene travolta. Un nostro affezionato e qualificato lettore ci ha suggerito un battuta “La dirigenza Rai si è trasferita a Sanremo e il pubblico di Sanremo si è trasferito altrove”.  A tal punto che non viene nemmeno mai inquadrata tra il pubblico dell’Ariston come invece si era soliti fare negli anni passati, come se non volessero “metterci la faccia” (solo uno viene spesso ripreso, un certo Maurizio Imbriale, chissà perché?)

Come abbiamo scritto e come siamo sempre profondamente convinti, il buongiorno si vede dal mattino e le prime luci dell’alba sul festival di Sanremo erano grigie e nuvolose. Lo abbiamo visto subito dal Prima Festival, in onda alle 20.30 dopo il Tg1, che solo ieri sera abbiamo scoperto di cosa si tratta: uno sciatto, volgare, banale e fastidioso contenitore di brand pubblicitari senza capo ne coda, senza logia e senza senso che non sia solo raccogliere pubblicità. Pecunia non olet e tutti sanno quanto la Rai ne ha bisogno ma un pizzico di decenza e intelligenza si poteva pure applicare. No, l’intelligenza è un optional a pagamento. Se non che, inizia la serata e un altro segno della “serata” è il palco dell’Ariston: una povertà e una tristezza disarmante che neanche alla Sagra del carciofo di ColdisottoValMaggiore hanno mai saputo fare di peggio. Vedi sopra: non ci sono pecunie e pure il palco ne risente.

Gli ascolti della seconda serata confermano la tendenza: le solite tre milioni di persone sono "emigrate" da altre parti" e manca il 5% di share. Rimanete sintonizzati, ne riparleremo.

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mercoledì 25 febbraio 2026

La lunga e noiosa notte di Sanremo


By Bloggorai © 

Tutte le vicende umane hanno un prologo, uno svolgimento e un epilogo. Per tutte le cose c’è sempre un prima, un durante e un dopo. Le vicende umane e le “cose” poi hanno un loro naturale contesto, un ambito dove si collocano ed è questo stesso che permette la lettura, la decifrazione dei codici, dei segni e dei significati.

Il “contesto” sociale, politico e culturale del Festival è il “fatto” stesso, è la “cosa” in sé prima ancora del concorso canoro di Sanremo e delle stesse “canzonette” che si diluiscono e si confondono nel rumore di fondo del Paese.

Ieri sera è partito l’evento musicale dell’anno ed è partito subito con tanti piedi sbagliati. Dimentichiamo “l’unico comico di destra” e il presidente del Senato che se ne occupa e limitiamoci ad annotare i piedini sbagliati. Sono appena usciti i “numeri” Auditel che fanno tanto clamore: la prima serata del festival cala di oltre 3 milioni di telespettatori e quasi il 7% in meno rispetto allo scorso anno. Tre milioni di persone che hanno visto altro, che non hanno voluto partecipare a questo rito stanco e financo peggiore del precedente. Ci vuole molta fantasia a proporre come “personaggio” per la prima serata il Sandokan di antica memoria rimpannucciato sotto sembianze turche che avrebbe fatto perdere i freni inibitori alle signore in sala come ha scritto Repubblica. Attenzione: abbiamo scritto “Repubblica” e non “Repupplica” come invece è apparso sul palco del Festival. Una curiosità: tra gli autori di Sanremo compare nei titoli di testa, un certo Giancarlo Leone. Chissà se è lo stesso che conosciamo bene noi tutti e che tanta parte ha avuto nella storia recente della Rai. Magari è un omonimo.

Già, torniamo anzitutto al “prima” nel senso del Prima Festival alle 20.30 su RAi Uno: una parentesi di vuoto assoluto, il nulla strillacchiato nel niente, senza capo né coda, forse il senso intimo e profondo di questo Sanremo che si intravvede già dal suo incipit: non c’è nulla prima, non si vede nulla durante e non si vedrà nulla alla fine (tarda notte, quando a Villa Arzilla hanno spento le luci da un pezzo). 

L’anno scorso ci siamo consolati con i “cuoricini … cuoricini” che almeno hanno fatto gongolare gli esegeti del “brillante successo” (Natale dixit). Quest’anno non sembra di avere ascoltato nulla del genere, nulla che si possa fischiettare allegramente. Il termine che abbiamo letto questa mattina e che forse segnerà questo Festival è semplice quanto rilevante: noia. Ovvero quel senso disperato di abbandono, di mestizia, di pigrizia e di svogliatezza che ti prende quando non sai più a che Santo votarsi. Con in più un tantinello di qualcosa di “strano”: dal palco dell’Ariston si inizia subito con una celebrazione semi liturgica di chi, ahimè RIP, non c’è più: da Pippo Baudo al Maestro Pisicchio e ad officiare la cerimonia si presenta la co-conduttrice con un abitino nero che la fa tanto somigliare ad un noto personaggio del cinema (provate ad indovinare di chi si tratta). Da ricordare che proprio Baudo fu artefice dell’edizione del Festival con il tonfo negativo mai registrato prima e dopo: nel 2008 ha raggiunto una media del 35% con circa 7,2 mlm di telespettatori.

Ma, si sa, e Bloggorai ne è quanto mai convinto, i numeri dicono tanto ma non dicono tutto. Semmai, semmai fosse, questo Sanremo questo Festival figlio di questo Cda Rai non passerà nei libri di storia per il suo successo non sarà difficile comprendere il perché e il per come. E non sarà solo per colpa o responsabilità di chi ha messo in piedi la baracca, questa baracca. C’è, come abbiamo scritto prima, un suo contesto, un suo luogo sociale, politico e culturale di riferimento. C’è il Paese reale, c’è un’altra televisione, ci sono altri giovani e ci sono altri anziani e magari ci sono pure altre “canzonette” che questo Festival ci vuole negare oppure proporre diluire e annebbiare nella noia, banale e quotidiana.

Abbiate pazienza, è solo l’inizio o già un “durante”. Se, come si dice il “buongiorno viene dal mattino”, la giornata sarà lunga e faticosa. Vedremo.

Ps: per gli appassionati del genere, suggeriamo di leggere il post di ieri.

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