domenica 31 maggio 2020

Il Nonno, la Paura e la televisione


“Nonno, quando finirà questa brutta cosa del Coronavirus, quando tonerò a scuola, quando ci toglieremo le mascherine?” Risponde il Nonno: “Quando lo dirà la televisione!!!”. Dialogo surreale ma nemmeno poi tanto. Già… domani inizierà una specie di “libera tutti” ma questo non significa che sarà finita e non sono pochi coloro che già hanno la mano sulla pistola con la minaccia che “presto il  Covid  tornerà” oppure “dobbiamo  abituarci a convivere con il Cornonavirus e con la distanza sociale”.

Ma come sono finite le grandi pandemie nella storia? Vediamo come si conclude Cecità di Josè Saramago: “… perchè siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscere la ragione, Vuoi che ti dica una cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono …”. Poi leggiamo La Peste di Albert Camus: “Ascoltando, infatti i gridi di allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegrria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine d’anni addormentato nei mobili e nella biancheria…e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”. Poi, Gabriel Garcia Marquez ne L’amore ai tempi del colera: “ Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi bagliori di una brina invernale. Poi guardò Florrentino Ariza, il suo dominio invincibile, il suo amore impavido, e lo spaventò il suo sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti. «E fin quando crede che possiamo proseguire questo andirivieni del cazzo? » gli domandò. Florrentino Riza aveva la riposta pronta da cinquatatrè anni, sette mesi e undici  giorni con le loro notti. «Tutta la vita» disse.”. infine, Alessandro Manzoni con la Storia della colonna infame: “così è avvenuto più volte, che anche le buone ragioni abbian dato aiuto alle cattive, e che, per la forza dell’une e dell’altre, una verità. Dopo aver tardato un bel pezzo a nascere, abbia dovuto rimanere per un altro pezzo nascosta”.

Nei giorni scorsi l’Internazionale ha ripubblicato un articolo del New York Times, con la firma di Gina Kolata, dal titolo “Come e  quando finisce una epidemia” e leggiamo “Gli storici distinguono due momenti conclusivi per le pandemie: la fine sanitaria, quando crollano l’incidenza e la mortalità, e quella sociale, quando sparisce la paura dovuta alla malattia. “Oggi, chiedersi ‘quando finirà tutto questo’ significa essenzialmente domandarsi quando arriverà la conclusione sociale”, spiega il dottor Jeremy Greene, storico della medicina dell’università Johns Hopkins. In altre parole, può accadere che la fine non arrivi perché l’epidemia è scomparsa, ma perché la popolazione si è stancata di vivere nel panico e ha imparato a convivere con la malattia”.

Conclusione: da quando le pandemie hanno fatto la comparsa nella storia dell’umanità, allo stesso modo con cui si sono diffuse sono poi “scomparse”. La Peste che pure da millenni ha fatto milioni di morti in tutto il mondo non è stata “debellata” da vaccini, mascherine o “distanze sociali”. Il virus tuttora esiste, insieme ad altri non meno violenti e aggressivi: è semplicemente “svanito nel nulla” come quando mancavano del tutto le conoscenze e le competenze tecnologiche e scientifiche di cui oggi disponiamo ampiamente. Ha scritto Susan Murray in un articolo pubblicato dal New England Journal of Medicine: ” Dobbiamo essere pronti a combattere la paura e l’ignoranza con lo stesso impegno con cui combattiamo il virus”, ha scritto Murray, “altrimenti la paura infliggerà danni enormi alle persone più vulnerabili, anche in luoghi dove non viene registrato nemmeno un caso di contagio. Un’epidemia della paura può avere conseguenze terrificanti, soprattutto se abbinata a problematiche legate alla razza, al privilegio e alla lingua”.

A questo punto torniamo agli interrogativi posti dalla nipotina. Chi gestisce la “diffusione” della paura? Attraverso quali meccanismi si diffonde il timore, la preoccupazione, come si forma l’ansia collettiva, l’angoscia esistenziale, come si definisce l’inquietudine? Domande complesse alle quali difficile rispondere e cavarsela sommariamente con qualche battuta sulla responsabilità e sull’uso sociale dei media. A noi è accessibile e rimane solo la coda corta di questi interrogativi: quando finirà? E, per tornare alla nipotina, sarà la televisione a comunicarcelo “ufficialmente” o saranno le persone, ormai esauste e insofferenti che faranno una dichiarazione unilaterale di resa al Coronavirus strappandosi le mascherine dal volto e chiedendo a gran voce di poter tornare ai riti collettivi fondamentali per lo sviluppo della civiltà: dalla Santa Messa allo stadio, dalla spiaggia libera ai banchi di scuola, dai balli in piazza ai mercatini domenicali ? In questo caso, la televisione, non potrà fare altro che riprendere le immagini di impazienza e intolleranza.

Temiamo fortemente che non sarà la “televisione”, non sarà questa televisione a dirci nulla di tutto questo. Questa televisione, tutta intera, pubblica e privata, ci ha solo proposto una parte di questo drammatico racconto, ha dato prontamente forma e corpo ai suoi capitoli visibili attraverso le telecamere,  ma dubitiamo fortemente che sarà in grado di proporci il capitolo finale, le ultime righe, i titoli di coda e, infine,  scrivere la parola “fine”.

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ps: ovviamente,oggi non ci sono notizie sul Servizio Pubblico


   

sabato 30 maggio 2020

Il ballo in piazza

Questa mattina le dita sulla tastiera sono più pesanti del solito. Non ci sono notizie e pure il commento, l'opinione diventa faticosa. Ci sarebbe pure molto materiale sul quale scrivere ma oggi ci prendiamo una giornata di riposo e ne approfittiamo per leggere "Cecità" di José Saramago, tanto per festeggiare il ritorno a quella normalità che ci è stata sottratta dal 4 marzo, con la speranza di sentire parlare sempre meno di "distanza sociale". 
Da queste parti, in questi giorni, di solito si cominciano ad organizzare le feste nei borghi, i balli in piazza, le gare di briscola dove si vince una damigiana di vino. Il rischio grave è che potrebbe fare più danni privarci di tutto questo di quanti ne potrebbe fare il virus. Da quest'ultimo, in qualche modo, se ne potrà uscirà con la sua estinzione naturale, con una terapia o un vaccino. Dai danni prodotti dall'isolamento, dalla distanza, dalla depressione, dalla mancanza di felicità, ancora nessuno è in grado di trovare un rimedio efficace. 

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venerdì 29 maggio 2020

Farsa e tragedia


Scrive il saggio Sun Tzu:
19. Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.
20. Se vuoi attaccare in un punto vicino, simula di dover partire per una lunga marcia; se vuoi attaccare un punto lontano, simula di essere arrivato presso il tuo obiettivo.
21. Offri al nemico un’esca per attirarlo; fingi disordine fra le truppe, e colpiscilo.
22. Quando vedi il nemico pronto, preparati contro di lui; ma evitalo, dove è forte.

Scusate, abbiamo scherzato… anzi… no…. era tutto serio poi la situazione ci è sfuggita di mano. Questa, in sintesi, la storia di ieri e dei giorni precedenti relativa alle “voci” sulle dimissioni di Salini.  Cosa è successo? Iniziamo da cosa non è successo: stamattina non ne parla nessuno, a parte Il Foglio, a firma Valerio Valentini, che dice qualcosa ma ovviamente non dice tutto. Qualcosa lo possiamo aggiungere noi.

Iniziamo dai dettagli. Alle 17.15 di ieri pomeriggio un solerte e attento lettore ci segnala un lancio de La Presse dove si legge “Rai, Salini: No dimissioni, unico obiettivo portare a termine percorso - Roma, 28 mag. Alcuni organi di informazione insistono nel  rilanciare ipotesi di mie dimissioni. Vorrei nuovamente ribadire  che questa eventualità è del tutto esclusa: il mio unico obiettivo, a cui lavoro tutti i giorni, è portare a termine il percorso iniziato in questi due anni in Rai, tanto più in questo momento  così difficile in cui il Servizio Pubblico svolge una funzione davvero cruciale per il Paese. Dopo aver approvato il bilancio, siamo concentrati sui nuovi palinsesti tv, radio e Rai Play sulla nuova proposta culturale e scolastica e su tutti gli obiettivi ambiziosi che ci siamo dati per il prossimo anno". 
Questa mattina (alle 10.13) cerchiamo riscontro sia sul sito de La Presse sia sul sito dell’Ufficio Stampa Rai (incredibile !!!!) e, a meno che il mio isolamento tecnologico possa aver combinato guai, di questa notizia non c’è traccia. Attenzione: questo tema ha una rilevanza specifica anche rispetto alla quotata Rai che, a breve, dovrà svolgere l’Assemblea degli azionisti e quindi questa informazione ha un rilevante interesse finanziario per Consob. La notizia, dunque, oggi viene ripresa solo dal Foglio. Da notare che fino a poche ora prima il lancio di Agenzia, si dibatteva animatamente sui nomi di chi avrebbe dovuto succedere a Salini, dando quasi per certa la sua uscita da Viale Mazzini: per dire, Aldo Fontanarosa, un collega solitamente bene informato, ieri scrive che la “politica” era già al lavoro su un nome condiviso (una donna) per poi concludere il pezzo scrivendo che Salini ferma le voci. Nel frattempo, nei vari siti imperversava il totonomine mentre, quando si diffonde la notizia, molti rimangono apparentemente sorpresi e stupiti.

A questo punto, ieri pomeriggio, ci mettiamo in caccia di verifiche e cerchiamo di capire. Questo il resoconto, parziale e sommario di quanto abbiamo potuto ricostruire..
1) la trattativa per l’uscita di Salini era in corso e da tempo e, nelle sedi opportune, tutti ne erano a conoscenza;
2) PD e 5S stavano lavorando sul problema;
3) la palla principale era sui piedi di Gualtieri, azionista di maggioranza;
4) tutte le ipotesi si infrangevano contro ostacoli giuridici complessi e con tempi lunghi;
5) le sue sole dimissioni non avrebbero risolto il problema “politico” di Foa che sarebbe rimasto saldamente al suo posto;
6) una forte componente “governativa” ha sostenuto che in questo momento delicatissimo non si poteva aprire un “file” Rai;
7) come abbiamo scritto e come ci è stato ribadito, prima di Rai c’è AgCom ed è ancora insoluta la delega alle TLC (ruoli  strategici di rilevanza ben più lunga della scadenza di Salini);
8) le “condizioni” per il suo ricambio non erano raggiunte: sul nome del sostituto/a non c’era pieno accordo tra PD e 5S, si stava lavorando sui dettagli ma non c’era convinzione. Una tra queste riguardava la posizione del DG che Salini avrebbe voluto “blindare” prima della sua uscita con un contratto a tempo indeterminato (sembra che da RUO gli hanno rimbalzato picche:… nun se’ pò fa !!!!). Da notare, pochi giorni prima sembra esserci stato un tentativo di piazzarlo a Rai Way come presidente al posto di Orfeo.
9) a questo punto non c’era più tempo da perdere e non si poteva continuare a tenere tutti sotto scacco; 
10) scatta l’ordine: rimanete tutti casa, mantenete la distanza sociale, mettetevi le dannate mascherine, preparate i palinsesti, raschiate il fondo del barile e preparatevi a tempi cupi. Non è questo il momento di scherzare. I Carabinieri hanno un motto “Usi obbedir tacendo”. In questo caso… comunicando.

Ca va sans dire: abbiamo la nostra solida e solita rete di interlocutori interni all’Azienda che, in quasi 40 annui di onorato servizio, più o meno, riteniamo di conoscere. I commenti sono disparati, ma la maggioranza è propensa allo scetticismo: “… è tutto un bluff …” oppure “ era meglio se taceva e non dava ascolto alle “voci”… un altro “in due anni ha cambiato più idee che Carlo in Francia”.  Vi risparmiamo quelle più brutali e malefiche  mentre una fonte, quella più “tecnica” chiude la questione semplicemente ricordando le difficoltà oggettive (la Legge) e soggettive (le persone). A questo proposito, abbiamo verificato anche la “voce” sulla presunta disponibilità di alcuni consiglieri a dimettersi: appena ne hanno sentito parlare hanno subito messo mano a carta e penna e chiamato l’avvocato di fiducia (… quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile…).

Conclusione e morale della favola. Per quanto ci riguarda, registriamo con soddisfazione che il tema sollevato relative al coro di “voci” richiedeva un intervento netto e forte e così è avvenuto. Per tutto il resto, manteniamo la posizione: anche con la permanenza di Salini la Rai è sull’orlo di una crisi imminente di progetto, di risorse economiche e di organizzazione del lavoro che il Covid,  inevitabilmente, farà esplodere.  Per ora, si tratta di far passare la nottata… più avanti… si vedrà.

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giovedì 28 maggio 2020

Flash

Con una nota a La Presse l'AD Salini ha dichiarato: TOP Rai - "Alcuni organi di informazione insistono nel  rilanciare ipotesi di mie dimissioni. Vorrei nuovamente ribadire  che questa eventualità è del tutto esclusa: il mio unico obiettivo, a cui lavoro tutti i giorni, è portare a termine il percorso iniziato in questi due anni in Rai, tanto più in questo momento  così difficile in cui il Servizio Pubblico svolge una funzione davvero cruciale per il Paese. Dopo aver approvato il bilancio, siamo concentrati sui nuovi palinsesti tv, radio e Rai Play sulla nuova proposta culturale e scolastica e su tutti gli obiettivi ambiziosi che ci siamo dati per il prossimo anno".

Domani aggiornamento e commenti

La Guerra delle Cose: il Servizio Pubblico contro la Rai


Ho avuto una visione, ho ascoltato una voce: il Servizio Pubblico Radiotelevisivo è una cosa e la Rai altra cosa. Sta per scoppiare la Guerra delle Cose.

Anche questa mattina mettetevi comodi e leggete tutto (visto che nei giorni scorsi avete gradito). Oggi c’è arrosto (Salini) insieme a poco fumo, però ve lo proponiamo in fondo. 
Obbligatorio un passo indietro, al 28 ottobre scorso quando abbiamo pubblicato su questo Blog quanto segue: “Ieri il Corriere, a firma Renato Franco, ha pubblicato un pezzo importante relativo all’acquisizione di Endemol da parte del gruppo francese Banijay. La notizia riguarda fortemente la Rai. Si legge nell’articolo “Tutti i prodotti esterni del day time di RaiUno a questo punto saranno realizzati da un’unica casa di produzione”… aggiungiamo noi: controllata dai francesi (il 32% è di Vivendi) e aspira ad essere il più grande gruppo di produzione audiovisivo europeo. Un sottile brivido corre lungo la schiena, la miccia è sempre più corta. Questa notizia sottolinea ed evidenzia, ancora una volta, una profonda crisi di credibilità, di produttività, di creatività che non lascia speranze. Eppure, come abbiamo scritto, è stata creata una apposita Direzione incaricata di proporre nuovi prodotti, sperimentare nuovi linguaggi. Ne avete sentito parlare? Non stupisce che pure il direttore di Rai Tre ha gongolato come un pupo per aver avuto il coraggio di mandare in onda un format acquistato di valore industriale pari allo zero (intervistatore che intervista un intervistato). Se qualcuno parla ancora di Piano Industriale e del perché e del per come ci sono molti dentro Viale Mazzini che non ci credono come dargli torto?.

Oggi, dopo 6 mesi, leggiamo su MF a firma del solito bene informato Andrea Montanari ”Intanto la politica si interroga sulle produzioni esterne della tv: Banijay si è aggiudicato il 70% dei contratti, Intanto, diventa d'attualità la tematica degli appalti e dei contratti esterni in merito alla produzione di format tv. Perché da una analisi sulle produzioni affidate a società private italiane ed estere nello scorso anno è emerso che il colosso mondiale Banijay, leader di mercato dopo l'integrazione con la rivale Endemol, si è aggiudicata il 69,7% degli appalti con un totale di 1.923 ore di trasmissioni andate in onda su Rai I , Rai2 e Rai3, lasciando le briciole alla concorrenza: Freemantle (4,75%), Stand by Me (4,13%) e Luxvide (2,75%)… La questione ieri è finita all'attenzione del Parlamento. «In considerazione dell'imminente rinnovo dei palinsesti estivi, vorremmo fare luce sulle produzioni esterne in Rai e sulla loro trasparenza. E' lecito domandarsi se la pluralità delle voci non venga messa a rischio dalla preponderanza negli appalti per le produzioni esterne di due grandi gruppi, che si accaparrano i due terzi delle produzioni in Rai e gestiscono il relativo budget messo a disposizione dall'azienda», ha dichiarato il deputato dei 5 Stelle Maria Laura Paxia”.

Scriveva Aldo Fontanarosa su Repubblica.it dell’11 marzo 2019: “L'ad Salini ha "rispetto" per i produttori privati (lui che ha lavorato anche in uno di questi, la Stand by me). Ma conferma la linea che ha esposto fin dalla sua prima audizione davanti ai deputati e senatori della Commissione di Vigilanza Rai (il 16 novembre 2018). Il capo azienda Rai pensa che i prodotti esterni debbano essere comprati se "sostenibili e se hanno un senso". In caso contrario, bisognerà virare su realizzazioni interne. Il proposito di Salini, dunque, è di risparmiare sulle commesse esterne e di fare in casa tutto il possibile, secondo la rotta tracciata dal suo Piano Industriale. Servirà a questo punto una transizione accorta dalla Rai di oggi, che compra tanto fuori, alla Rai di domani che vuole comprare meno senza perdere ascolti. E la gestione di questo passaggio rappresenta forse la principale sfida per Fabrizio Salini.” Magari Fontanarosa potrebbe tornare sull'argomento e chiedere come è andata a finire la sfida ma questa mattina l'autorevole collega è impegnato a scrivere di candidature "rosa".
Non siamo molto esperti di matematica ma fino a sostenere che 2 + 2 uguale 4 ci arriviamo. L’AD e il Cda dovrebbero trarne qualche conseguenza. Poi, magari qualcuno si duole se Salini intende lasciare la Rai ....

Ieri è stata votata, all’unanimità, un atto di indirizzo al Governo da parte della Commissione cultura della Camera dove si propone di destinare parte dell’extragettito del canone al sostegno per l’editoria. “Cazzate… solo un messaggio politico...privo di conseguenze” è stato bollato da un autorevole lettore. Non siamo per nulla d’accordo: l’idea che si possa attingere dal canone Rai si sta diffondendo e rafforzando in tutto lo schieramento politico parlamentare sempre più diffusa: questo è grave! Aggiungiamo di nostro: fra poco si avvertirà il problema del canone speciale dovuto dagli esercenti attività commerciali che, dal loro punto di vista giustamente, chiederanno di essere esentati dal pagamento del canone a causa del Coronavirus. E così via…

Arriviamo  alla questione dimissioni AD che tanto hanno appassionato i nostri lettori nei giorni scorsi. Ieri da registrare una sortita, improvvida e maldestra di Anzaldi sulla clausola di non concorrenza da rispettare a fine mandato: evidentemente non ha letto il nostro blog di ieri. La prevede esplicitamente la legge fortemente voluta dal leader del suo partito (Renzi) nel 2015. Nel merito, ci hanno riferito due notizie (non verificate): la prima sarebbe che Salini avrebbe “confidato” i suoi intendimenti in pubblico, di fronte a soggetti “istituzionali” al fine di avviare la ricerca di un suo sostituto. La seconda rinforza una “voce” già nota e letta da tempo: prima di andarsene vorrebbe garantire ai suoi amici Matassino e Giannotti la trasformazione dei loro contratti a tempo indeterminato (altrimenti scadrebbero con il suo mandato). Questi potrebbero essere due buoni motivi per rallentare l’ipotesi di dimissioni a tempi brevi. Sul nome del sostituto, una maggioranza trasversale vorrebbe un nome interno, sulla trasformazione dei contratti sarebbe molto difficile… anche se …

Morale della favola: vorrei ma non posso e non lo dice solo Salini ma tutti coloro che girano intorno a questa giostra che però vede due punti fermi, granitici: il primo è la nomina del nuovo consiglio AgCom che vale 5 volte più di quella  dell’AD Rai e se non si raggiunge l’accordo politico sul quel fronte non è pensabile che possa trovarsi per Viale Mazzini. In questo contesto si defila all’orizzonte una battaglia di ben altro e lontano livello: l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, argomento sul quale non si faranno prigionieri. Il mandato scade dopo sette  anni  dal giuramento (Febbraio 2015) cioè febbraio 2022, tra poco più di un anno e mezzo. La politica corre veloce e guarda avanti, molto avanti.

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mercoledì 27 maggio 2020

Probabilità, possibilità e necessità


Visto il successo del post di ieri tra i nostri lettori, anche oggi mettetevi comodi e leggete fino in fondo. Torniamo sul tema delle possibili dimissioni dell’AD Salini. Anzitutto riportiamo un breve articolo de La Stampa a firma Paolo Festuccia. Si legge “Dell'addio di Fabrizio Salini alla Rai si parla ormai da settimane. Nelle ultime ore, però, nei palazzi della politica prima ancora che l'Ad lasci (ammesso che lasci), si cerca già il candidato più idoneo a sostituirlo. Anzi, più che un successore, dicono negli ambienti di viale Mazzini, si cerca un traghettatore. Un uomo Rai che per undici mesi guidi l'azienda fino al rinnovo dell'intero cda”.

Come noto, il sottoscritto ha la fortuna di conoscere “gli ambienti di Viale Mazzini” e abbiamo cercato di capire. Anzitutto parliamo di “voci” e,  giustappunto, sull’articolo di Festuccia si riporta un mezzo virgolettato:  “Per ora comunque Salini c'è ancora. Anzi, chiarisce l'attuale numero uno della Tv pubblica che sta lavorando «alle nuove offerte editoriali dell'estate e dell'autunno, della tv, della radio e di Rai Play. Abbiamo ancora molto da fare. Siamo e sono al lavoro, come sempre». Insomma, «solo voci sul mio futuro»”. Posto che, per quanto ne sappiamo, solo Santa Giovanna d’Arco e Edoardo De Filippo erano in grado di “ascoltare” le voci “di dentro” e di fuori. A noi comuni osservatori rimane a mala pena la possibilità di interpretare i fatti e leggere i documenti. Ieri abbiamo scritto chiaro e tondo che di fronte ad una situazione del genere un atto di responsabilità sarebbe solo quello di dire forte e chiaro quali sono gli intendimenti che l’AD intende perseguire senza incertezze, dubbi e ambiguità e non è sufficiente un mezzo virgolettato per chiarire. Giornalisticamente si dice: “non si commentano le voci” ma non è questo il  caso. Non è più una “voce” ma un coro che non è iniziato ieri, viene da lontano e si lega a molte vicende interne ed esterne all’Azienda. È iniziato tempo addietro, quando si manifestavano le prime difficoltà e incertezze sulla  guida dell’Azienda, sia sul piano industriale (vedi il Piano) sia sul piano “politico “ (vedi il tira e molla sulle nomine). La sua nomina, era frutto di un accordo politico venuto meno con il cambio di maggioranza di Governo ed è noto che si vorrebbe (PD) rimettere in discussione quegli equilibri ormai superati. Inoltre, come abbiamo scritto più volte, la partita più generale sulle nomine (AgCom… Giacomelli ???) è sempre aperta (vedi quanto successo ieri al Senato e poi alla regione Lombardia con il voto/veto dei renziani).  
Questo, sommariamente, il contesto. Poi, qualora fossero vere le “voci” si pone il problema tecnico giuridico: cosa succede in caso di dimissioni dell’AD? Le Legge  del 28 dicembre 2015, n. 220, all’art. 2, al comma  8, prevede solo che “8. In caso di dimissioni o impedimento permanente ovvero di revoca del presidente o di uno o più membri del consiglio di amministrazione, i nuovi componenti sono nominati con la medesima procedura di cui al comma 6 entro i novanta giorni successivi alla data di comunicazione formale delle dimissioni” . Successivamente, al comma 11, si legge “Nell’anno successivo al termine del mandato di amministratore delegato, non può assumere incarichi o fornire consulenze presso società concorrenti della RAI Radiotelevisione italiana Spa”. Non ci sono riferimento di procedure da adottare in caso di dimissioni dell’Ad se non come  componente del Cda e quindi in questo caso si dovrebbero  applicare le norme previste dal Codice Civile: significa che A) la Rai non può rimanere senza AD;  B) la sua assenza non si può supplire e sarebbe necessario nominare, con la Legge in vigore,  un nuovo AD. Come ci dice un esperto legale “Salini lascerà solo quando sarà certo il nome del suo sostituto”.

Ecco allora che il quadro si fa molto ma molto complesso e si tratta di riflettere all’interno di tre parametri: probabilità, possibilità e necessità. La probabilità si riferisce alla fortuita combinazione di fattori esterni a lui e alla Rai (Va a Netflix? La politica raggiunge nuovi equilibri? etc etc ). La possibilità riporta ad un calcolo geometrico: siamo di fronte ad un panorama incerto e forse anche drammatico per Viale Mazzini per le note prospettive economiche altamente rischiose per canone e pubblicità. La “politica”si può permettere di lasciare a bagno maria l’Azienda? Per quanto abbiamo potuto capire, NO. Infine, la  necessità si collega al  dovere diremmo “civile” di assumersi le proprie responsabilità e nel dovere di non lasciare l’Azienda nel guado delle incertezze e delle confusioni. Non vi è dubbio, infatti che le “voci” in Azienda si sentono e modulano i comportamenti delle persone che ci lavorano. 

Per quanto abbiamo potuto raccogliere, queste alcune tra le opinioni che girano: molti sono propensi a ritenere che le dimissioni siano imminenti (una fonte ci riferisce che Salini ne avrebbe parlato “ufficiosamente”) magari dopo l’approvazione del bilancio; la minoranza degli interpellati invece sostiene, con varie argomentazioni, che non ci sono le condizioni e quindi resta fino a scadenza. Infine, una buona parte, più problematica, riporta tutto alla difficoltà di affrontare il problema che non sarebbe solo suo ma anche del Presidente e di tutto il Cda. Un commento tra i tanti merita di essere riportato: “Facciano qualsiasi cosa ma, per favore, non ci propongano un esterno con la una nuova corte al seguito. Il peggiore tra i candidati  interni è 10 volte migliore di un esterno, non fosse altro perché non si porterebbe appresso la sua corte dei miracoli”. A proposito di candidati interni, ricordate quando si trattava di nominare un DG (peraltro non previsto dalla Legge e che Salini ha voluto forzare con la nomina l'esterno Matassino)?  I nomi per quell’incarico c’erano tutti (noi ne abbiamo fatti tre: Flussi, Ciccotti e Claudio). Non ci presteremo a questo gioco ma sosteniamo quanto ha scritto il nostro lettore: solo un interno, una persona che conosce la natura e la cultura del Servizio Pubblico può cercare di salvare il salvabile.

Infine, nota a margine: tra ieri e l’altro,  Rai Uno ha riproposto due repliche di Montalbano. C’è altro da aggiungere?
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martedì 26 maggio 2020

Ponti d'oro al nemico che fugge


Mettetevi comodi e leggete con calma. Questa mattina ci troviamo a raccontare una storia tutta da scrivere (The future is unwritten, Joe Trummer, Clash, 2007) e lo spunto lo prendiamo da un nutrito articolo comparso sul Foglio, a firma Salvatore Merlo e Valerio Valentini, con il titolo “Sopra e sotto la Rai. Imminenti le dimissioni dell'amministratore. L'ad Salini sta per lasciare”. 

Non è un argomento nuovo: sono settimane che se ne parla e mesi che se ne discute. Questo AD non sembra essere stato mai particolarmente amato ed apprezzato, dentro e fuori l’Azienda, e con lui il suo stretto collaboratore (esterno, imposto e non previsto). Dicono di lui ai vari piani di Viale Mazzini ”…è un’ottima persona… ma…”. Aveva un compito da svolgere: dare alla Rai una nuova missione, un nuovo progetto, che solo in parte consisteva nel Piano Industriale che lui stesso si è trovato tra capo e piedi e del quale non aveva nessuna competenza e responsabilità (al momento del suo insediamento BCG lo aveva già impostato). In altra buona parte, a lui e al Cda che lo accompagna era affidato un compito ben più rilevante: cambiare l’Azienda, come si diceva allora “rinnovarla” nella sua cultura e nelle sua natura, nei suoi comportamenti e nel suoi linguaggi, nelle sue attitudini e nelle sue propensioni, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Nulla di tutto questo è avvenuto e di nulla rimarrà traccia. Se non fosse stato sufficiente di suo, è arrivato il meteorite Coronavirus che ha spazzato via gli ultimi dubbi. Sono emerse drammaticamente tutte le debolezze, lacune e carenze strutturali che, come abbiamo scritto più volte, stanno portando il Servizio Pubblico sempre più verso la marginalità del sistema audiovisivo nazionale (aggiungiamo pure internazionale).

Ecco perché ora si tratta di capire come si inizia a scrivere  questa nuova pagina che potrebbe avere un incipit con le possibili dimissioni di Salini. Cominciamo a dire subito: delle due l’una. O smentisce tutto subito e giura fedeltà con il sangue alla Repubblica di Viale Mazzini fino alla scadenza del suo mandato e quindi restituisce, per quanto possibile, sicurezza e fiducia ad un ambiente che già di suo tanto felice non appare. Oppure, sia gentile e nell’interesse dell’Azienda, si faccia da parte subito, il prima possibile. Nel mezzo, significa solo rimanere nell’incertezza, ambiguità e incapacità a decidere che non può generare che altri danni.

Sull’articolo del Foglio si legge: “C'è un asse Franceschini-Renzi… Rai e deleghe di governo, rimpasto e nuovi equilibri nei rapporti tra Pd e M5s. E non è un caso che, nelle chiacchiere d'anticamera a Palazzo Chigi, i ministri del Pd se lo sono detti, tra loro, che Matteo Renzi avrebbe graziato Alfonso Bonafede in Senato anche per effetto di un accordo sulla Rai. Renzi vuole contare, su tutto (e qualcosa ne sa il suo amico e agente televisivo Lucio Presta). Dunque è con Renzi che negli ultimi giorni ha molto discusso Dario Franceschini… L'amministratore delegato lo sceglierà il Pd con il benestare di Renzi e il silenzio assenso dei grillini (che intendono rifarsi, ma è cosa assai difficile, sul presidente della Rai, il leghista Marcello Foa)… Renzi, che minacciava di fare naufragare il governo da lui propiziato e fatto nascere l'estate scorsa, ha riscoperto la dimensione antica della politica, l'equilibrismo, la trattativa serrata, il baratto. E in questa ginnastica, non a caso, si trova benissimo con Franceschini che la pratica da sempre, visto che tra loro il doppio passo incrociato sulla Rai è un giro di valzer che si estende alla nomina dell'Agcom (l'autorità andrà ad Antonello Giacomelli, deputato amico di Franceschini e ora benedetto anche da Renzi che prima aveva posto un veto sul suo nome). Ma non solo. Ci sono pure le deleghe ancora vacanti sulle Telecomunicazioni, al governo. Tutto si tiene. Tutto è materia di scambio, dentro, fuori, sopra e sotto la Rai. Ricordate quando abbiamo scritto, già dallo scorso dicembre sulla madre di tutte le battaglie, che in ballo c’erano e ci sono posti di rilievo (AgCom in testa) ???

Tanto basta per iniziare a scrivere: da che parte si inizierà questo nuovo racconto? Cambierà solo l’AD o va a casa tutto il consiglio? Verrà utilizzata ancora la vecchia Legge del 2015 con i suoi criteri di nomina? Si attenderà la fine naturale di questo mandato per dare tempo alla politica di proporre una nuova legge di sistema che possa includer anche nuovi criteri di scelta della governance (vedi battuta di Fico dei giorni scorsi)? Tutto si può fare ad una sola, semplice condizione: subito, ora, immediatamente. Se, come tutti auspichiamo, stiamo per uscire dall’emergenza Covid, allo stesso tempo stiamo per entrare nell’emergenza delle risorse sulle quali contare quasi nemmeno più per lo sviluppo ma per la mera sopravvivenza della baracca. Il crollo della pubblicità (vedi anche oggi articolo di Claudio Plazzotta su Italia Oggi) insieme alle minacce sulla riduzione del canone non lasciano scampo. All’orizzonte si intravvedono tempi molto duri. Per la fine di giugno, solitamente, si prevede la presentazione dei palinsesti: di cosa saranno composti, con quali budget si potranno sostenere e chi se ne assumerà la paternità? A proposito di paternità: ieri sera dopo il solito Report (da vedere con un lanciafiamme a portata di mano) è andato in onda su RaiTre una produzione firmata, appunto, RaiTre/Ballandi. Avete letto bene: si tratta del noto agente artistico che ora firma le produzioni insieme alla rete. Si tratta dello stesso che ha fatto gongolare l’attuale direttore di Rai Uno e allora direttore di Rai Tre quando si vantò di aver riportato Raffaella Carrà in video grazie, appunto, alle solerti attenzioni di Ballandi. Ci mancherebbe, tutto normale, todos Caballeros, ma è esattamente da queste cose che si capisce molto di più di tante parole.

Conclusione: ponti d’oro al nemico che fugge purché lo faccia in fretta, altrimenti rimanga ben saldo e lo dica chiaro e tondo.
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lunedì 25 maggio 2020

Scoppio



Questa mattina vi proponiamo un piccolo regalo per quando, speriamo tra pochi giorni, torneremo “liberi” di poter uscire dalla regione. Cercate su Google Maps “Scoppio”: è uno dei più piccoli, isolati e abbandonati borghi italiani, sperso tra i Monti Martani, in provincia di Terni. Ha una caratteristica particolare: spaziando lo sguardo a perdita d’occhio, non si vede traccia di abitazioni o costruzioni. Un luogo integro, pulito, intatto, posto a strapiombo su un costone roccioso, dove solo c’è solo la natura nel suo stato primordiale. È il luogo perfetto per “tornare” alla normalità, dove respirare senza mascherina e senza timore di incontrare un fantasmico “asintomatico”.


Bene. Veniamo ai nostri soliti temi che, negli ultimi giorni, hanno suscitato un vivo interesse nei nostri lettori che sono ancora cresciuti di numero. La settimana inizia maluccio: la sola notizia interessante la riporta Repubblica AF a firma di Beniamino Pagliaro, dove leggiamo “La pubblicità soffre anche online e ora guarda alla rivoluzione dei cookie. Tutto il mercato cala, pure il digitale che però si prepara a una novità: lo stop alla circolazione universale dei profili degli utenti. I media avranno più controllo sui loro dati. L'industria della pubblicità digitale è stata colpita con vigore dagli effetti del Coronavirus sull'economia in tutta Europa. L'Italia è il paese che più ha registrato una frenata nella spesa pubblicitaria digitale del primo trimestre: il dato di lab Europe, l'associazione dell'ecosistema della pubblicità, segna un -18,1% rispetto allo stesso periodo del 2019, escludendo motori di ricerca e social”. Argomento scottante: si tratta di capire come tutta la macchina del broadcast potrà ripartire con una dose di risorse più contenute. Per Rai la morsa potrà essere anche più dura a causa dell’annullamento dei grandi appuntamenti sportivi. In ballo rimane sempre la spinosa questione del presunto dumping sollevato da Agcom e  con il giudizio pendente al TAR del Lazio (era prevista l’udienza lo scorso 22 maggio ma non sono pervenute notizie).

Abbiamo sollevato il problema Rai Play (con notevole successo di lettori nei giorni scorsi, nonostante il calo fisiologico del sabato e domenica), come uno dei tanti che affligge il servizio pubblico (minuscolo, visto che un servizio del genere lo offre anche la concorrenza e, a quanto sembra, è anche migliore di quello di Viale Mazzini) ed era strumentale ad introdurre un tema più vasto: il prodotto Rai sulle tre piattaforme (Tv, radio e Web). Quando si parla o si scrive di Servizio Pubblico (maiuscole) si intende solitamente riferito al solo mondo della televisione mentre radio e web appaiono sullo sfondo. Tanto per capirci: oggi la notiziona del giorno è l’ennesima replica di Montalbano su Rai Uno che, certamente, porterà a casa il solito gruzzolo di telespettatori. Questi tre mondi, storicamente, a Viale Mazzini hanno convissuto con fatica e spesso anche con antagonismo. A questo proposito e riferito ancora  Rai Play e della mancata realizzazione di una CDN proprietaria: da tempo il problema era noto (parliamo di ICT di qualche anno addietro) e la mancata realizzazione, in buona sostanza ci racconta un esperto “storico di vicende Rai”, è stata dovuta al conflitto di competenze tra Rai e la quotata Rai Way su chi dovesse realizzarla, con quali risorse e con quali prospettive di strategia industriale. Morale della favola: il Servizio Pubblico (maiuscolo) non è dotato di una propria CDN ed è costretta a sottostare a logiche e dinamiche di mercato esterne, con tutto quanto ne consegue in termini di costi e affidabilità. Come abbiamo scritto, il Piano industriale in parte la prevedeva ma non solo era privo di risorse cui attingere ma era carente dell’impostazione strategica dell’utilizzo della CDN per l’intero mondo dei prodotti Rai. Nel frattempo, da tenere bene a mente, la concorrenza (Mediaset in particolare) corre a grande velocità e si candida ad essere il primo broadcaster europeo “made in Italy”.

Di tutto questo non trovate traccia da nessuna parte, non si ascoltano voci dall’interno quanto dall’esterno, come una nave alle deriva con l’equipaggio a bordo senza capitano, in attesa di un refolo di aria che possa dare forza alle vele. Il problema vero è che se pure si alzasse buon vento per andare a dieci nodi con andatura di traverso, non si saprebbe bene dove dirigersi, quale rotta prendere.  

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domenica 24 maggio 2020

Puzza di bruciato



Buona domenica care Lettrici e cari Lettori.
Vi accenno una breve storia di ordinario giornalismo: chi vi scrive ha iniziato a frequentare notizie e opinioni nel lontano 1977: prima con le radio libere, poi con la carta stampata e, infine, con la Radiotelevisione Italiana. Dopo tanti anni, è naturale che crescano tondini di ferro sullo stomaco e si maturi una certa “sensibilità”, una capacità a sentire la puzza di bruciato da lontano, a distinguere il grano dall’oglio. Tutto questo per riprendere il post di ieri e fare un passo indietro e uno avanti. Il tema è l’informazione su Rai Play. Passo indietro: lo scorso 17 aprile sul sito di Repubblica.it compare un pezzo (mai smentito), a firma Adriano Bonafede, con il titolo “RaiPlay, questa sconosciuta, è la stessa Rai a bocciarla”. Al suo interno si legge: “Bocciata. RaiPlay, la piattaforma multimediale che permette di accedere ai contenuti della Rai, è ancora troppo poco conosciuta. Gli sforzi comunicativi fatti finora, in particolare lo show di Fiorello che veicolava l’operazione “Viva RaiPlay”, non hanno sortito l’effetto sperato. E, anche tra chi sa cos’è, sono pochi coloro che hanno provato a effettuare l’accesso e ne sono diventati fruitori fedeli. Inoltre, il sito Internet stesso costituisce una barriera al suo uso perché lontano dall’esperienza intuitiva e facile di Netflix e Amazon Prime, che sono ormai il benchmark del settore.
A stroncare RaiPlay non è un rancoroso critico della Rai, ma la stessa sezione di marketing della società pubblica, che ha appena comunicato all’interno i risultati di un sondaggio effettuato su un "campione di italiani” e giù via raccontando. Su questa notizia, per certi aspetti, un piccolo scoop, nessuno, dicasi nessuno, ha ripreso l’argomento. 

Torniamo all’apertura di questo post. Chi si occupa di comunicazione, impiega buona parte  del suo tempo appunto a “comunicare” cioè a diffondere messaggi o notizie; succede che spesso, altra parte del suo tempo debba essere impiegato nel cercare di “non comunicare” o non fare uscire una notizia, silenziarla, non dargli peso o credito. Un metodo usato è quello del distogliere l’attenzione. Ricordate quando è avvenuto il cambio di proprietà a Repubblica? Il 23 aprile. Quando “riciccia” la storia della mail truffa alla Rai sulla prima pagina di Repubblica? compare il 9 maggio. Ci mancherebbe altro … le due storie non hanno nulla in comune. Si parla d’altro ma succede, appunto, sempre così: quando un argomento “brucia” o lo si spegne o lo si dimentica. 
Ma perchè questa storia di Rai Play può essere tanto rilevante? Per un semplice motivo: è una storia trasversale, un paradigma, che interessa tanti del presente e del passato, investe tante risorse e responsabilità manageriali e, sostanzialmente, mette a nudo ancora una volta l’eterno e banale problema: chiamatelo come volete ma si tratta di progetto, di visione, di prospettiva, di strategia editoriale e  industriale che hai o non hai, non è merce che si compra al mercatino dell’usato. Rai play sarebbe potuta essere una buona occasione per aprire nuove strade per il Servizio Pubblico (con le maiuscole) e si sta sprecando, si corre il rischio di gettarla alle ortiche, nonostante ogni tanto qualcuno prova a dire che sono relativamente aumentati il numero dei LS (Legitimate Streams). Le chiacchiere stanno a zero: questi l’ultimo “bollettino di guerra” di Auditel Digitale e se avete voglia confrontatelo con i dati di alcune mesi addietro:

Ieri una nostra esperta e autorevole lettrice ci ha detto:  “Ma perché è stata riposta tanta energia nello sviluppo di Tv Sat e non in una analoga piattaforma Web?” Bella domanda. Aggiungiamo e riproponiamo quanto già scritto: perché Rai non si è dotata, come avrebbe potuto e dovuto, di una propria rete senza dover sottostare al giogo di fornitori esterni con tutti i problemi che ne possono derivare. La risposta facile è: non ci sono i soldi. Bugia …Tremenda bugia!!! I soldi c’erano e in parte ci sono, il problema è che vengono spesi in altre direzioni: vogliamo parlare dei profitti che genera Rai Way e dove vengono reinvestiti o redistribuiti gli utili? Vogliamo parlare del costo delle produzioni esterne e del peso degli agenti sulle scelte editoriali? Vogliamo parlare di quanto costa Rai News24... E così via scrivendo.

Visto che anche oggi non ci sono notizie di rilievo vi proponiamo un articolo di ieri sul Corriere a firma Renato Pagnoncelli dal titolo “Il 63% (degli italiani) teme la rabbia sociale: impedirà la ripresa del Paese”. Abbiamo posto anche noi questo tema: come ne usciremo dalla crisi del Coronavirus, quale sarà il livello di ”coesione sociale” cui siamo pervenuti dopo questa drammatica esperienza? In particolare poi, come e quanto il Servizio Pubblico (maiuscolo) può contribuire a modificare queste dinamiche? Giriamo la domanda a nostri esperti autorevoli lettori particolarmente impegnati su questo tema.

A questo proposito, infine, un nostro lettore qualificato ed esperto, ci ha proposto una specie di “manifesto” per “La Rai che sarà”: c’è molto materiale sul quale discutere e ve lo proporrò.

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sabato 23 maggio 2020

La gomma bucata


Questa mattina siamo in ritardo ma abbiamo la giustificazione: è stato necessario fare un paio di verifiche.
La colpa è della solita gomma bucata. Lo avevamo intuito che su Rai Play qualcosa non andava e non perché siamo particolarmente arguti ma soltanto perché cerchiamo di  applicare all’interpretazione dei fenomeni la logica dei numeri semplici (materia, peraltro, dove non siamo nemmeno particolarmente esperti). Ci riferiamo ad una notizia che nessuno oggi si è ben guardato da scrivere:  nei giorni scorsi è andato  in streaming su Rai Play il film “Magari” che, per come ci è stato segnalato, ha avuto notevoli problemi in quanto la rete non ha retto i picchi di ascolto rendendo, di fatto, la fruizione del film molto faticosa e lenta.

Anzitutto, come al solito, ci chiediamo come mai una notiziola del genere scompare dai radar. Abbiamo chiesto chiarimenti e siamo in grado di riportare: una  prima fonte ci dice:  “Rai Play non è tarata per alti numeri di fruizione ed ha un player meno aggiornato di altri concorrenti (vedi Mediaset)… si tratta di CDN inadeguata e il problema è sorto quando è stata fatta la gara di affidamento alla società che non prevedeva un livello di traffico come quello avvenuto in questo periodo. Inoltre, è verosimile che in Rai sia avvenuta la separazione tra gestione della parte tecnologica e parte editoriale con due distinti responsabili e, di conseguenza, si incontrano notevoli  difficoltà a tarare insieme prodotti e piattaforme”. Altra fonte molto esperta, a difesa di Rai, ci dice: “Rai Play non ha avuto problemi, il disservizio è stato temporaneo e non ha riguardato le dirette. Inoltre, ha avuto conseguenze diverse a seconda delle zone e dell’operatore TLC a cui gli utenti erano connessi. Comunque, il problema si è risolto progressivamente in serata”.
Bene, grazie ai nostri autorevoli interlocutori. Tanto basta per poter esprimere qualche valutazione.

Non siamo in grado di sapere e capire perfettamente come stanno le cose realmente e in che termini sono stati sottoscritti i contratti di fornitura. Ma non è solo questo il problema. Ci sembra più convincente la prima “lettura” e viene peraltro confermata dalla seconda quando si dice che “il problema si è risolto in serata”. Dunque, il problema c’è stato e si tratta di stabilire la rilevanza e i tempi per la soluzione. Ricorderete bene l’entusiasmo di quando venne “inaugurata” la nuova Rai Play alla vigilia di Sanremo e l’enfasi posta quasi si trattasse la soluzione di tutti i problemi Rai. In quella occasione abbiamo scritto chiaro e tondo che si trattava dell’ennesima macchina con una ruota bucata, cioè priva di risorse adeguate e di un progetto strategico in grado di renderla competitiva con le altre piattaforme streaming. Inoltre, proprio nei giorni scorsi ne abbiamo accennato, lo streaming ha fame di contenuti nuovi, adatti ad un pubblico diverso da quello solitamente abituato al broadcast tradizionale e questi contenuti costano e i soldi in cassa Rai non ce ne sono e ce ne saranno sempre meno. Inoltre, pensare di mescolare i pubblici su questa piattaforma dove si trovano i giovani dinamici con tablet e cellulari e anziani comodamente seduti in poltrona è, a nostro modestissimo avviso, un errore strategico rilevante.  
In questo senso, ci appare convincente il rilievo posto alla “direzione strategica” del progetto RaiPlay che opera su un terreno dove contenuti editoriali e tecnologie di diffusione non possono e non devono essere disgiunti.

E torniamo a bomba: quale progetto, visione, prospettiva si vuole intraprendere per il futuro del servizio pubblico (lo scriviamo con le minuscole)? Quello straccio di Piano industriale è prossimo a svanire nel nulla mentre, nel frattempo, la concorrenza incalza sia sul fronte free sia sul fronte pay. Quello stesso Piano industriale (pag. 232) prevedeva esplicitamente che Rai dovesse “evolversi verso una Media Company sempre più digitale attraverso il rinnovamento ed il potenziamento delle infrastrutture ICT” che potrebbe anche significare dotarsi di una rete streaming proprietaria.  Potrebbe, appunto, “magari”, chissà , forse …
Riproponiamo ancora una volta: “Quale sarà la Rai Prossima ventura” ???
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venerdì 22 maggio 2020

Gli ultimi giapponesi


Da tempo scriviamo che appare allarmante il fatto che di Rai, di Servizio Pubblico, si parla e si scrive poco o nulla (come oggi, appunto). Molti condividono l’opinione secondo la quale sta venendo sempre meno la sua centralità e rilevanza nel panorama sociale, culturale e tecnologico del Paese. Si rischia di confondere l’aumento del numero di telespettatori dovuto al Coronavirus con la sua legittimità o necessità.

Siamo indotti, nostro malgrado, a cominciare a pensare che ci dobbiamo abituare a sostanziali mutamenti. Il primo, piccolissimo, riguarda questo blog: dobbiamo rivedere le maiuscole e minuscole che adoperiamo quando scriviamo di servizio pubblico. Finora abbiamo sempre utilizzato le maiuscole: il Servizio Pubblico, e così abbiamo inteso sottolineare la specificità, l’unicità, l’essenzialità e l’indispensabilità di un servizio audiovisivo di carattere generalista e universale con l’obiettivo specifico di fornire al Paese informazione, educazione e intrattenimento. Aggiungiamo: nell’interesse generale e senza finalità di lucro.

Ebbene, consapevoli di addentrarci in un terreno molto complesso e delicato, progressivamente e inesorabilmente siamo indotti a ritenere che tutti questi servizi “al“ pubblico vengono proposti, in modo differenziato, articolato e seppure con finalità commerciali (perseguite anche da Rai), anche da altri soggetti che talvolta sono anche migliori di quelli offerti da Viale Mazzini. Il Servizio Pubblico, per come lo abbiamo conosciuto, difeso e sostenuto finora, sarà e dovrà essere necessariamente diverso. Questo processo, già presente da tempo e avvertito non solo su questo blog, volente o nolente si sta facendo strada sempre più velocemente e la crisi drammatica del Coronavirus potrebbe accelerarlo. Gli ingredienti ci sono tutti: la politica anzitutto che annaspa da tutte le parti ed essa stessa è nel pieno della sua crisi esistenziale tra governi “tecnici e di emergenza”. In secondo luogo per conto suo l’Azienda sembra tutta avviluppata al suo interno, alle prese con gli eterni giochetti del totonomine, di chi c’è e di chi ci sarà, in buona compagnia di tanta parte della stampa che si occupa di Rai solo quando si tratta di scrivere gossip o avventurarsi in qualche fantomatica quanto misteriosa storia di mail, di viaggi per interviste di complesso significato. Dal suo interno, arrivano voci di preoccupazione per il presente e per il futuro: non ci sono soldi per investimenti in nuovi prodotti e servizi per la produzione e la sola politica industriale che si sta perseguendo è quella dei tagli o dell’ efficientamento.  Infine, ma non meno importante, il solito tema delle risorse, in particolare, del canone che rimane in attesa della prossima bordata indirizzata alla sua riduzione o taglio.

Per tutto il resto, tra Task force di varia natura, Direzione Nuovi format e gruppi di lavoro tutti chiusi al loro interno, non si avvertono segni di vita. Dall’esterno, riferito a tutti coloro che gravitano intorno al  sistema dell’audiovisivo, non arrivano indicazioni, idee, suggerimenti, proposte: l’ultima volta che qualcuno  ha sollevato un battito di ciglio è stato un incontro promosso dal Senatore Di Nicola lo scorso autunno sul futuro della governance di Viale Mazzini. Dopo di ché, da ricordare, solo l’appello www.manifestoperunanuovarai.it che sta raccogliendo crescenti adesioni (da alcuni giudicato con la puzzetta sotto il naso ma intanto nessuno ha proposto di meglio).  Infine i prodotti, i contenuti: il grande sport è pressoché  scomparso ben da prima del Covid;  l’intrattenimento è fermo a Checchennina, da Domenica in o L’eredità, mentre infuriano repliche e fondi di magazzino e Un Posto al sole festeggia 24 anni di anzianità; di cinema lasciamo perdere: per vedere un buon film in prima serata su Rai Uno è necessario aspettare Natale con la Principessa Sissi. Non resta che attendere il prossimo Sanremo o il discorso del Presidente della Repubblica per poter ribadire con enfasi che “la Rai è leader negli ascolti”. Rimane la radio e l’informazione. Della prima si parla e si scrive poco, eppure nonostante che le reti Rai non siano tra le prime, raggiunge buona parte della popolazione e concorre in modo rilevante alla formazione del “sentimento nazionale” . Sull’informazione si può dire che a fronte di oltre 1500 giornalisti in organico (dei quali circa 200 a Rai News 24) si potrebbe fare di meglio e di più.

Questo blog non vorrebbe far parte della nutrita e affollata schiera degli ultimi giapponesi che non si accorgono che la guerra, prima ancora di cominciare, è già finita. Gli avversari potrebbero aver già vinto e non ce stiamo accorgendo. Forse, potrebbe esserci ancora speranza però, per questo, ci vuole coraggio.
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giovedì 21 maggio 2020

Lo stallo apparente


Nel deserto dei tartari delle notizie che interessano la Rai, il Servizio Pubblico, oggi corre l’obbligo di segnalare solo l’articolo di Avvenire con il titolo “La Rai adesso per il sociale fa di tutto e di più. Dal "Tavolo" ad aprile si è acceso il «motore» che monitora le tante attività e le campagne socialmente utili in seno ai palinsesti della Rai… l'obiettivo è promuovere più contenuti e creare consapevolezza nel Paese reale dell'immenso patrimonio etico tutelato dal servizio pubblico”. C’è vita su Marte, poca ma c’è.

Per tutto il resto, rimane evidente una situazione di stallo apparente che merita attenzione. Le recenti tensioni sulla questione Foa e sulle nomine, ha riaperto uno squarcio sulle dinamiche prossime venture che potrebbero avvenire. Si riparla con insistenza del cambio dell’AD ed è iniziato il consueto balletto dei nomi. Abbiamo fatto il solito mini sondaggio con “esperti”” del settore (ca va sans dire…colleghi in SPE) e la maggioranza degli interpellati si è mostrato scettico: “fuffa che fa solo piacere a chi si sente citato e proposto” ci dice uno di loro. Per quanto ci riguarda, un filo di sospetto lo nutriamo: quando inizia questa musica, prima o poi, qualcuno inizia a ballare, si tratta solo di capire quando ma soprattutto come.

Un primo elemento potrebbe essere del tutto incidentale e magari potrebbe avvenire in coincidenza dell’udienza del TAR attesa per domani. Si tratta della multa di 1,5 mln alla Rai perché l'Agcom (DELIBERA N. 61/20/CONS) ha accertato il mancato rispetto da parte della Rai dei principi d'indipendenza, imparzialità e pluralismo in tv. Da ricordare inoltre che è sempre aperta anche il problema della diffida AgCom sui listini pubblicitari praticati da Rai Pubblicità. Posto e non concesso che qualcosa potesse andare storto anche su uno solo di questi due problemi, per AD e Cda qualche problemino si porrebbe.

Il contesto entro il quale avvengono queste manovre è quello di una compagine governativa che, seppure apparentemente ricompattata sia sul fronte parlamentare, sia sulle recenti nomine, di fatto, per quanto è noto sapere e per quanto si legge, il malumore, per usare un eufemismo, è palese. In particolare, sulla Rai sono nervosi entrambi i partiti, PD e M5S. Il primo può vantare di avere portato a casa il risultato di Orfeo al Tg3 ma, di fatto, non ha intaccato il duopolio ex Governo Conte al Tg1 e al Tg2 che ha visto il primo al 5S e il secondo alla Lega. Poca cosa, sostengono alcuni. I grandi numeri, le grandi scelte non sono nell’area della terza rete che, con tutta la gloria e la storia, non regge il confronto dei numeri delle altre due reti. Tanto rumore per quasi nulla. Il secondo partito può vantare di aver mantenuto le posizioni, in particolare al Tg1 e di aver migliorato qualcosa ma, di fatto, non sembra proprio padroneggiare la “stanza dei bottoni” di Viale Mazzini dove invece soggetti più trasversali e a loro sconosciuti riescono a dettare temi e agenda. Il cosiddetto quanto fantomatico e storico “partito Rai” (interno ed esterno a Viale Mazzini) è vivo e lotta insieme a noi e a questo partito non sembrano iscritti i vari Salini o il suo amico Matassino. La sensazione (per carità … opinabilissima sensazione e opinione) è che questa triste vicenda dell’attuale governance che all’inizio venne attesa come la Provvidenza con il compito di “rinnovare” tutta l’Azienda, alla fin fine, se tutto va bene, potrà rinnovare qualche autorevole contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Sul costosissimo Piano industriale è stato già dichiarato in anticipo il De Profundis e questo brucia a tutti coloro che, direttamente o indirettamente, ne sono responsabili.  Su questo argomento non si fanno prigionieri e, speriamo, a nessuno venga in mente di usare la scusa del Coronavirus per giustificare il suo fallimento. Come abbiamo scritto: tutti innocenti e quindi tutti colpevoli.

In questo contesto, non stupirebbe che si potesse avviare una complessa e delicatissima manovra per traghettare l’attuale Cda verso una nuova dimensione che lo potrebbe vedere soccombere del tutto o in parte al fine di avviare una “fase2” che, al primo posto dovrebbe vedere la revisione, l’aggiornamento o chiamatelo come meglio credete di un Piano o un progetto di riforma dell’Azienda o di tutto il sistema radiotelevisivo o più ancora delle TLC (come ha dichiarato nei giorni scorsi Fico) che di fatto, al momento non esiste nemmeno nelle più illuminate fantasie. Si tratta solo di capire esattamente anzitutto come (dimissioni di qualcuno e sua sostituzione?) e quando.

Infine, lo scorso lunedì il supplemento economia del Corriere ha pubblicato un articolo curiosamente sfuggito ai più dal titolo “Lo streaming ha fame… Gli schermi piccolo o grandi hanno bisogno di nuovi contenuti”. Appunto, proprio la materia prima che ora più che mai scarseggia nel Servizio Pubblico. Tutto ciò di nuovo che abbiamo visto finora ben che vada erano prodotti già realizzati da tempo oppure minestra ripassata in padella con i soliti Montalbano oppure, grande enfasi al prodotto acquistato da Rai Play con Jovanotti.
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mercoledì 20 maggio 2020

Il coraggio di pensare


La notizia di oggi, riportata in una sola riga (provare per credere) la leggiamo su La Repubblica “«La Rai ha un bisogno assoluto di una riforma di sistema», lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico, intervistato ieri sera a Di Martedì”. Attenzione, ha detto proprio “riforma di sistema” esattamente come previsto dall’attuale programma di Governo. Sta a significare semplicemente che la Rai è parte del tutto e che l’intervento si dovrà realizzare sul complesso degli elementi che lo compongono. Fantasia? Velleità?

Chi segue questo blog da quasi due anni, in oltre 640 post, saprà certamente che abbiamo cercato di seguire sempre filoni principali che interessano la Rai, il Servizio Pubblico (con le maiuscole): la sua natura cioè la sua missione, le risorse economiche sulle quali contare, le tecnologie che si dovranno utilizzare e, infine ma non ultimo, che tipo di governance debba guidare questi tre temi. Allo stesso tempo, abbiamo cercato (non sempre  con successo) di tenerci lontani da gossip su nomine, cambi di partito o adesioni “in quota” ) e di programmi, contenuti o palinsesto. Abbiamo trattato, poco, il tema degli ascolti solo perché i dati sono “transeunti” cioè sempre opinabili in relazione al contesto determinato dall’offerta generale, dal periodo di riferimento e dalla comparazione con altri simili etc. 

Si tratta di argomenti che, giocoforza, si intrecciano e si sovrappongono tra loro a tal punto da rendere assai complesso argomentare sull’uno indipendentemente dall’altro. Durante questi due anni è successo, sommariamente,  che per quanto riguarda la sua missione, sembra essere indebolito il ruolo del Servizio Pubblico inteso come motore propulsore di coesione sociale, indebolito nella sua centralità, autorevolezza e credibilità rispetto ai grandi problemi del Paese e, infine, marginalizzato il suo peso, la sua influenza rispetto alle scelte e le prospezioni strategiche di sviluppo non solo dell’Azienda Rai ma dell’intero comparto delle telecomunicazioni audiovisive.  Per quanto riguarda il tema delle risorse economiche due sono gli elementi che è necessario considerare: l’attacco frontale, diretto, sul canone che vede uno schieramento composito e trasversale a quasi tutte le forze politiche dove si spazia tra chi vorrebbe abolirlo del tutto a chi si accontenterebbe di una semplice riduzione. Il secondo elemento è la pubblicità che già da tempo è su un declino costante e inesorabile.  Il terzo tema riguarda l’innovazione tecnologica, gli investimenti nello sviluppo di nuovi apparati e sistemi di produzione e diffusione del prodotto audiovisivo: siamo alle porte della rivoluzione della transizione al DVB-T2 e al passaggio epocale al 5G, argomenti sui quali il Servizio Pubblico è fortemente chiamato ad intervenire e sui/dai quali potrebbe subire conseguenze importanti e, forse, non proprio del tutto positive. Per quanto riguarda, infine, la governance, abbiamo scritto da tempo che riteniamo la Legge del 2015 nefasta perché, anzitutto, riporta la Rai sotto il tallone di ferro del controllo governativo e la lega ancora di più alle logiche della politica partitocentrica. Si potrebbe aggiungere un ulteriore elemento di riflessione: i contenuti  sia editoriali, quanto informativi: cosa si produce, come, con quali costi e con quali indirizzi? 

Tutto quanto detto si riassume in una sole semplice parola: progetto.

La drammatica contingenza che stiamo attraversando con il Coronavirus ci offre una formidabile opportunità di affrontare tutti questi temi in modo organico e coordinato, sebbene si avverte un diffuso senso di smarrimento e frammentazione tra tutti i soggetti che potrebbero e dovrebbero intervenire. È un’occasione da non perdere e il soggetto promotore, il primo stimolo ad avviare questo dibattito, potrebbe e dovrebbe essere proprio la stessa Rai. Più o meno esattamente quanto stanno facendo gli altri Servizi Pubblici nel resto d’Europa (la BBC ha iniziato nel 2017). Si tratterebbe semplicemente di riunire intorno ad un tavolo persone con idee e proposte per dibattere su “La Rai che sarà”.  Una specie di tavola rotonda, un’agorà, con il solo obiettivo di mettere a fuoco idee e visioni per un Servizio Pubblico che giocoforza sarà diverso da come lo abbiamo conosciuto finora, anche indipendentemente da quanto è avvenuto con il Coronavirus che pure ha lasciato e lascerà segni indelebili.   
Dal nostro piccolo, facciamo quello che possiamo: scriviamo e parliamo, magari qualcuno da qualche piano di Viale Mazzini o qualche parlamentare che sappiamo che ci legge, ci ascolterà. Ci vuole solo un pizzico di coraggio, ora, subito, domani, dopodomani potrebbe essere troppo tardi.

Se avete voglia e interesse date un occhio:
oppure

Infine,come spesso avviene, parliamo e ci scriviamo con autorevoli e competentissimi lettrici e lettori che ci aiutano a capire fenomeni che a noi spesso possono sfuggire. Anzitutto grazie: è un segno di grande vitalità che è necessario alimentare e sostenere. Gli chiediamo solo di aiutarci a rendere pubbliche le loro osservazioni perché solo in questo modo potranno scaturire risultati positivi. Comprendiamo la riservatezza e la rispettiamo fermamente.


                                                              bloggorai@gmail.com



martedì 19 maggio 2020

Stand By

Care Lettrici, cari Lettori,
oggi giornata di pausa operosa. Sono necessari approfondimenti su alcuni temi.
A presto.

lunedì 18 maggio 2020

Epifenomeno Rai


Questa mattina, con la consueta nebbia sui grandi temi che potrebbero interessare il Servizio Pubblico, la Rai e il sistema delle Tlc, ci è venuto in mente un termine: epifenomeno. La Treccani definisce questo sostantivo come “fenomeno accessorio o secondario, la presenza o l’assenza del quale non inciderebbe sulla esplicazione dei fenomeni essenziali” mentre su Wikipedia si legge “in filosofia è un fenomeno secondario e accessorio che talora accompagna o segue un fenomeno primario senza apparente necessario rapporto con esso”.

In altri termini, mettiamola così: il fenomeno primario è il Paese e i suoi problemi, il fenomeno secondario e accessorio è la Rai. Quale sia il rapporto, apparente o necessario, e in quale contesto di spazio e di tempo si possa collocare è discorso assai più complesso. Siamo costretti, indotti, limitati ad osservare quanto avviene nel breve arco di minuti, ore, giorni e poco più.

Ecco, appunto, per un verso siamo tutti consapevoli della rilevanza e della vastità dei problemi che si ponevano prima del Covid e si ripropongono ora per allora, per quando ci troveremo catapultati nella nuova era del 5G, della transizione al DVB-T2, delle piattaforme streaming sempre più aggressive e competitive rispetto al broadcast tradizionale. Per altro verso, sembra che tutto questo, a Viale Mazzini, venga vissuto come fatale destino incombente, verso il quale nessuno è in grado di opporsi o di intervenire e tutto, appunto, appare “secondario e accessorio” non tanto nelle forme esteriori di rappresentanza e percezione collettiva, quanto più nella sua intima natura. Il cuore pulsante di questi ragionamenti è, a nostro giudizio, esattamente quell’interrogativo che la BBC si è posta alcuni anni fa (esattamente alla vigilia del suo Piano Industriale 2018) quando stavano emergendo con particolare rilevanza le mutazioni “genetiche” del suo pubblico, che ne sarà del nostro futuro? Questa banale quanto semplice ed essenziale domanda sembra, appunto,  l’epifenomeno di cui abbiamo accennato che, a quanto sembra, non suscita particolare interesse o attenzione.

La domenica succede che si ha maggior tempo per riflettere e scrivere. In una bella lettera che ieri ci ha inviato un autorevolissimo ex collega ho letto: “Al mio sguardo di marinaio pare un galeone sfasciato, con le vele a brandelli, che naviga portato dalla corrente, gestito da un equipaggio con il solo proposito di sopravvivere a qualunque costo... La Rai è condannata per la sua natura ambigua al massimo a combattere battaglie di infima retroguardia…”. Dobbiamo anche osservare che questa deriva stanca e pigra sembra sapientemente accompagnata da una capacità di lettura e interpretazione dei grandi fenomeni da parte della  carta stampata pari a quella di un criceto che gira nella ruota della sua gabbietta: colleghi giornalisti da premio Pulitzer quando si tratta di scrivere valanghe di gossip mentre appaiono anchilosati quando invece sono alle prese con problemi più spessi di una foglia di rosmarino. Appunto, come se la “gente” non aspettasse altro che di sapere se Tinni Andreatta potrebbe diventare il prossimo AD Rai semmai Salini dovesse mollare per andare da Netflix (puro gossip).

Concludiamo su una riflessione interrogativa. I nostri lettori ricorderanno quando all’inizio del Covid ci siamo interrogati sul “linguaggio” e i modelli semantici utilizzati nella comunicazione e informazione Rai. Ci è venuto in mente un tema: “la distanza sociale”. È  stata ed è tuttora utilizzata come forma di profilassi preventiva contro la diffusione del Covid. Solo concettualmente, intendiamoci, osserviamo che si tratta dell’esatto opposto di quanto invece il Servizio Pubblico dovrebbe sostenere e perseguire: la coesione sociale. Allora, non si poteva almeno cercare di introdurre e sostenere una proposizione diversa che togliesse fuori il “sociale” da questa tragica dimensione sanitaria? Non si poteva cercare di usare una terminologia come, ad esempio,  “distanza sanitaria” o “separazione fisica”? Alimentare, sostenere e diffondere messaggi conflittuali e ambigui non aiuta nessuno. Al Servizio Pubblico dovrebbe competere anche questo compito. Ma, forse, si tratta appunto di un epifenomeno.

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domenica 17 maggio 2020

E' andato tutto bene ??? Boh!!!


Finora, è andato tutto bene? Non ne sono poi tanto sicuro. Siamo passati dai cori alle finestre come la Curva Sud alla caccia all’untore, dall’emergenza sanitaria a quella economica, dalla mancanza di mascherine per chi ne aveva necessità all’abbondanza per quanti con le mascherine stano facendo speculazioni mai viste. Vogliamo poi dire dei guanti? Si parla solo di “distanza sociale”, di precauzioni, di lavare spesso e bene le mani, eppure si vendono come il pane e cosa succederà dei milioni di pezzi di questa plastica nessuno è in grado di dirlo. Boh … speriamo possa andare tutto bene, ma non ne sono tanto sicuro.

Finora, è andato tutto bene per la Rai, per il Servizio Pubblico? Anche in questo caso, non ne sono tanto sicuro. Eravamo reduci dai fasti di Sanremo e dall'entusiasmo di RaiPlay. Ora entriamo in una nuova dimensione: se nella scienza, nella medicina, l’incertezza e il dubbio sono il fondamento e il motore della conoscenza, per quanto riguarda Viale Mazzini e dintorni può valere il contrario. Quello che è successo nei giorni scorsi è la prova provata del fatto che non ci sono esitazioni quando si tratta di agire per nome e per conto di interessi privati in atti pubblici.  

Allora, in ordine: non è andata per niente bene il fatto che il Piano Industriale sia stato “rinviato “ a dicembre, anticipando la sua fine ingloriosa senza aver prodotto nemmeno una virgola in rapporto a quanto è costato (tra realizzazione e “messa a terra” si parla di circa 3 MILIONI DI EURO). Non ci è mai piaciuto, lo abbiamo sin da subito considerato debole e inefficace ma ci dovevamo accontentare: meglio di un calcio su uno stinco. Non è andata per niente bene per quanto riguarda la cancellazione dei grandi eventi sportivi previsti per questa estate (Europei e Olimpiadi) con conseguente perdita di incassi pubblicitari. Tra l’altro, questa perdita si ripercuote ancor più negativamente sull’avvio dello switch off verso il DVB-T2 tutti coloro che avrebbero potuto trovare una motivazione a rinnovare il proprio TvSet ora se guarderanno bene (secondo la società di Ricerca Omdia si venderanno milioni di televisori in meno di quanto previsto). Non è andata per niente bene tutta la gestione dell’emergenza che ha visto la Rai senza una strategia o un piano preventivo di gestione delle crisi. Che poi magari sia andato tutto bene e sia stato possibile andare sempre in onda e garantire la continuità del Servizio Pubblico è solo grazie alla professionalità e al senso civico di quanti ci lavorano. Infine, non è andata per niente bene per come si è conclusa la “stagione delle nomine” con il voto di venerdì scorso. Una autorevole collega l’ha definita “la pietra tombale della gestione Salini” oppure Laganà “una brutta pagina del Servizio Pubblico”. Semplicemente è stata ratificata, timbrata e bollata,  la dipendenza della Rai dal Governo, non tanto e non solo dalla “politica” ma esattamente dal Governo che ha preteso ed ottenuto che il governo dell’Azienda sia a sua immagine somiglianza. Si potrebbe andare avanti, ma è domenica e ci limitiamo all’indispensabile.

Ovviamente, oggi non si cono notizie interessanti però ... però una cosuccia merita un filo di attenzione (non più di tanto in epoca di fake news …e stendiamo un velo pietoso sulla task force di Viale Mazzini su questo tema). Questa mattina Dagospia riporta un articolo di Francesca Pierantozzi sul Messaggero dove si legge che in Israele sarebbero stati arrestati gli autori delle truffe a grandi aziende  “ … sulla falsariga del “falso Giovanni Tria” che aveva tratto in inganno Foa e che lo aveva quasi convinto a versare un milione di euro a una fantomatica società cinese …”. Se non che, i due lestofanti sarebbero due signori franco-israeliani. Non esattamente quelli presunti identificati dalla Procura di Milano e gentilmente preavvisati dall’articolo di Repubblica di sabato 9 maggio.

Non centra nulla, ma è la stessa Repubblica che ieri ha pubblicato un soffietto glorioso sulla nomina di Orfeo al Tg3: da incorniciare e mantenere per i posteri. Oggi ci pensa Paolo Conti (uno che di TV se ne intende) sul Corriere del Mezzogiorno: “Vale la pena di riflettere sul fatto che, per la prima volta nella storia della Rai, un importante comparto della tv pubblica si è «napoletanizzato»: Rai 3, la rete generalista che deve la sua impronta più importante ad Angelo Guglielmi, è da due giorni diretta da Franco Di Mare. Mentre il Tg3, che nella memoria collettiva di tanti porta il volto di Sandro Curzi, ha ora come responsabile Mario Orfeo”.  Spettacolare !!!

Infine, ci stiamo chiedendo se è andato tutto bene sia per il PD che per il M5S in questa vicenda Rai. Il tempo di fare qualche telefonata e potremo sapere qualche parere.

Andrà tutto bene anche nei prossimi giorni, settimane, mesi ??? boh !!!

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sabato 16 maggio 2020

Il Gioco delle parti


Titolo alternativo: Il Grande Bluff. Scegliete voi.

Speriamo che i lettori ci perdoneranno la citazione di Abramo Lincoln: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”. A me sarebbe venuta forse più volgare ma non meno efficace: “Non pensate di prenderci per il culo a tempo indeterminato”. Ci riferiamo a quanto avvenuto nei giorni scorsi tra AgCom, Vigilanza e Cda Rai. E’ andato in onda un teatrino mesto e triste, con un copione tragicomico vecchio e logoro. Ci risparmiamo la tiritera sull’ingerenza della politica (giù le mani dalla Rai) che hanno detto più o meno tutti una volta nella vita. Ci soffermiamo invece sulla necessità di comprendere cosa si nasconde dietro queste apparenti sceneggiate.

Iniziamo da Agcom. Abbiamo scritto da mesi che il grande scontro politico istituzionale in tutto il settore delle telecomunicazioni passa attraverso alcuni crocevia che giocoforza si sovrappongono e intersecano: il primo è il rinnovo dei vertici di AgCom scaduto oramai da molti mesi. Parliamo di un organo istituzionale di grande rilievo chiamato a fare da arbitro e regolatore di tutto il sistema oggi più che mai rilevante per almeno due buoni motivi: il primo è la grande riforma del SIC (come vorrebbe il programma di Governo) e il secondo perché siamo nel pieno di una difficilissima transizione ad un nuovo sistema di broadcast/broadband con grandi implicazioni per i consumatori e operatori di mercato. Si capisce bene come la politica voglia avere al suo interno rappresentanti in grado di “garantire” la propria parte (magari poi succede che un commissario diciamo che si rimpannuccia la “casacca” come sembra essere successo nell’attuale consiliatura). Quindi in ballo ci sono le nomine di AgCom e nella non meno importante Autorità garante per la Privacy ancora in alto mare. Abbiamo scritto in epoca non sospetta che il ”pacchetto” di nomine era intrinsecamente legato e si estendeva a tutto il perimetro delle istituzioni e società controllate dallo Stato. Ora, cosa è  successo nei giorni scorsi? Molto banalmente, si sta svelando parte del disegno che i partiti di Governo intendono perseguire.  Cardani in Vigilanza ha avuto pochi “antagonisti” e tra questi hanno brillato i rappresentanti del PD. Non è un segreto (anche questo già scritto) che al posto di Cardani si parla da tempo di Giacomelli (do you remember ???) e che anche tra i 5S qualcuno sembra, pare, dicono, essere particolarmente interessato più ad una  comoda poltrona ben retribuita da commissario che quella incerta e impegnativa da parlamentare.  Ecco allora che, lentamente, il quadro si compone ed ecco allora che la minestra riscaldata apparecchiata ieri in Cda è andata in tavola. Con buona pace di quanti balbettano di autonomia e credibilità del Servizio Pubblico radiotelevisivo: che ci sia tizio, caio o sempronia a dirigere una rete o un Tg non cambia assolutamente nulla, uno vale l’altra o viceversa. Ecco, tutto qui.

Note a margine: la prima riguarda Riccardo Laganà, eletto dai dipendenti Rai. Ieri non ha votato sulle nomine “Oggi in Cda è stata scritta una brutta pagina della storia del servizio pubblico. L'AD ci ha chiesto in pratica  di ‘ratificare’ incarichi per la maggior parte decisi fuori dalla Rai, frutto dei soliti accordi politici tra partiti che sono stati ampiamente e puntualmente raccontati dalla stampa di questi giorni". Nulla di nuovo Riccardo, pagine sporche che abbiamo già letto durante il tuo mandato e chi le ha scritte?

Ancora, si fanno ricorrenti le voci che vorrebbe Salini “già con un profilo rinfrescato su Linkedin” (come ci ha detto un inquilino del VII piano) alla ricerca di nuova occupazione per non trovarsi impelagato nel patto di non concorrenza che dovrebbe rispettare per i successivi due anni qualora arrivasse a fine mandato. Sarebbe un bel colpo, non solo perchè li andrebbe a guadagnare certamente di più, ma anche per quanti con l’occasione potrebbero rimettere mano a tutto il cucuzzaro.

Infine: Rai Way. Il nuovo consiglio verrà radicalmente ridisegnato con uomini di stretta fede aziendale Rai (Pasciucco presidente e Ciccotti consigliere, in lista di riserva Claudio). Per Ciccotti la questione si fa seria: rimane sempre il CTO di Viale Mazzini ed è considerato una fonte molto autorevole e competente. Per quanto ricordiamo, la sua uscita da Rai Way non fu proprio un passeggiata su un tappetino di rose ed il motivo reale di quanto avvenuto non è stato mai chiaro a sufficienza. Ora il suo ritorno a Via Teulada, con lo switch off del DVB-T2 in corso lascia pensare che l’azionista di maggioranza voglia avere un peso maggiore nelle scelte che la quotata dovrà assumere. Avrà al suo fianco l’AD di Rai Way che guadagna più del doppio di lui. Auguri.

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venerdì 15 maggio 2020

La Guerra tra i mondi


Ci sono tanti mondi possibili dove, nel bene o male, si può anche sopravvivere. C’è un Mondo di sopra, dove aleggiano spiriti soavi, leggeri ed eteri come piume. Anime belle che divagano alti pensieri e fanno risuonare belle parole. C’è poi un Mondo di sotto, dove albergano figure opache, ombre sottili, profili sfumati e imperscrutabili che sfaccendano tra i bassifondi di quanto cade dal Mondo di sopra. Briciole, avanzi, rimasugli che spesso però celano grandi e imperscrutabili disegni.

Ecco, più  meno, questa la fotografia deformata, in bianco e nero, della giornata di ieri e di quella che sta per avviarsi oggi. Ieri, come abbiamo scritto, si è svolta l’audizione del presidente AgCom, Marcello Cardani, sul tema delle risorse pubblicitarie. Di quanto avvenuto ieri a San Macuto, oggi quasi nessuno riporta notizie (salvo una brevissima in MF) mentre su quanto potrebbe avvenire oggi in Cda Rai ci sono decine di colonne di carta stampata tutte e solo con le stesso tema: gossip sulle nomine. Sono due mondi, diversi distinti e distanti non tanto tra loro ma tra loro e il resto del Paese.
Sulla Vigilanza di ieri si può dire, semplicemente che abbiamo assistito ad uno spettacolo ai limiti dell’imbarazzante (sarà per questo pudore che quasi nessuno ne parla? …nooooo… la risposta è più complessa). L’imbarazzo consiste nel fatto che Organi istituzionali di garanzia, Vigilanza e AgCom, hanno evidenziato chiaramente tutti i loro limiti di autonomia e indipendenza. La prima perché è andata ad intervenire in un ambito ai limiti della sue competenze, la pubblicità e il mercato delle risorse economiche del sistema radiotelevisivo, la seconda perché sembra avere un solo ambito di interesse e attenzione che, seppure mascherato da ricerca di equilibrio, di fatto, colpisce una parte sola del sistema che si intende tutelare: la Rai. Riportiamo quanto detto ieri dai Senatori Airola e Di Nicola: “I broadcasters lavorano in un "mercato opaco" in cui "viene richiesto alla Rai di essere trasparente mentre Agcom lo dovrebbe chiedere a tutti i soggetti operanti nel settore nel rispetto di un listino che non so nemmeno se esista". Su chi gestisce il mercato manca un confronto con l'Antitrust e il Mise con produzione di documenti congiunti che avallino questa situazione di dumping che viene ascritto alla Rai. Se la Rai deve uscire dal mercato deve dirlo la legge. Bisognerebbe parlare dei centri media, intermediari che gestiscono la vendita dei soggetti di spazi pubblicitari e trattano i prezzi e lo fanno con un diritto di contrattazione che rappresenta una doppia percentuale: ovvero, prendono soldi sia da chi compra sia da chi vende, un modo di fare che distorce il mercato. Magari per favorire qualche altro competitor, come Mediaset. Aggiunge Di Nicola "Si denota un pregiudizio dell'Authority sulla concessionaria del servizio pubblico della Rai. L'impressione è che Agcom con le sue ultime delibere, e anche con la sua relazione odierna, non sia più un arbitro ma una parte in gioco. Non c'è traccia nella sua relazione del comportamento degli altri soggetti che agiscono nel campo pubblicitario e che pure in passato hanno pesantemente alterato questo mercato". Non abbiamo letto altro da parte di altri partiti.

In un certo senso, ha ragione Cardani quando ieri ha ribaltato il tavolo in faccia alla politica che dopo molti mesi ancora non ha provveduto a rinnovare il Consiglio. Infatti, lo spettacolo andato in scena ieri oltre che indecente è stato anche surreale. La politica ha messo sotto processo se stessa e le sue incapacità ad agire, la palude entro la quale si agita scomposta e inconcludente. Salvo poi, raggiungere punti di accordo su interessi convergenti e paralleli. Cardani, infine, ha sollevato il problema di Rai che omette di inviare i dati richiesti: delle due l’una o i dati sono stati inviati oppure Rai deve rispondere adeguatamente.  

Si è trattato di un teatrino che ha seguito e anticipa quello che andrà in onda oggi in Cda dove le dinamiche non sono da meno. Dopo aver rigirato la minestra per mesi sempre con gli stessi ingredienti, oggi viene servita in tavola, ormai irrancidita. Troppo facile sostenere che si tratta di manovre di bassa cucina senza alcun segno, senza alcuna strategia, senza alcun senso logico. Tutto avviene per il solo fine di “garantire” alla propria parte politica una quota di visibilità o rappresentanza o meglio di controllo di un pezzetto di Rai.

Tutti innocenti quindi tutti colpevoli, nessuno escluso, compresi quelli che voteranno oggi a favore o contro di tizio, caio o sempronia. Perché, comunque, da nessuno di loro si leverà un gemito a favore delle necessità, dell’obbligo, di dover pensare ad un prossimo futuro della Rai dove non c’è alcuna certezza di sopravvivere allo stesso modo con cui si è vissuto prima. E gli artefici di tutto questo siedono fianco a fianco, seppure, apparentemente, su sponde opposte.

Conclusione: si persegue un disegno complesso, organico, forse anche disordinato nei tempi, nei modi e nelle persone che lo sostengono finalizzato ad un solo semplice obiettivo: indebolire, ridimensionare, collocare il Servizio Pubblico radiotelevisivo da un orbita di interesse collettivo prioritario, strategico ed essenziale per la tutela e lo sviluppo sociale del Paese ad uno complementare, aggregato, parte del tutto.

I due mondi, quello di ieri e quello di oggi, dialogano perfettamente tra loro, spesso parlano la stessa lingua.

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