giovedì 7 gennaio 2021

Il trumpismo tra di noi

I “trumpisti “ sono intorno a noi oppure, forse, lo erano. C’è pure un’altra possibilità: ci sono ancora, si sono imboscati, camuffati o forse pentiti. Il più noto potrebbe essere stato il capo del Governo Giuseppe Conte (“Giuseppi”) che in momento di enfasi particolare ebbe a dichiarare: “Il mio governo e l’amministrazione Trump sono entrambi governi del cambiamento…” vedi   https://www.youtube.com/watch?v=TsOtFKGDXEE . Lunedi poi si è affrettato a lanciare un Tweet dove si è ben guardato dal condannare Trump per quanto stava avvenendo e non lo ha nemmeno menzionato. Per non dire poi dei vari messaggi espressi da personaggi politici (sempre Tweet) sui fatti di Washington che verso Trump non hanno mai nascosto simpatie, anzi. Due nomi a caso: Salvini e Meloni.

Però, torniamo con i piedi sulla terra. Quanto volte avete pensato ai disastri della sanità pubblica in Italia e a come, in modo martellante e costante, è stata attaccata e smantellata per far posto a quella privata? Più o meno, si tratta della stessa intenzione perseguita dal golpista americano che ha cercato di demolire l’Obama Care, la riforma sanitaria che si proponeva di garantire a tutti i cittadini USA il diritto alla salute contro l’invadenza e l’arroganza delle compagnie di assicurazione. Oppure provate a pensare a quanti nostri connazionali gli viene l’orticaria quando incontrano un extracomunitario profugo o clandestino, “negro” o del Bangladesh, tradotto nel diffuso modo di pensare “prima gli italiani” preso pari pari dal trumponiano “America First”. Del resto, come dimenticare le fortune che ha avuto nel nostro Paese un certo Steve Bannon, a suo tempo grande consigliere di Trump con forti “entrature”, simpatie e frequentazioni con i sovranisti nostrani?

Il “trumpismo” dunque come malattia infettiva della democrazia che porta, fatalmente, ad una architettura di pensiero di tipo fascista e ai bordi del neonazismo. Talvolta, questo virus non si manifesta apertamente, e striscia infido tra le pieghe della società e della politica fino ad assumere sembianze “moderatiste” e relativiste. 

Si pone il solito eterno e fondamentale problema: come vengono raccontati i fenomeni e come vengono "misurati" e percepiti? Vedi il caso dello scorso giorno con i fatti di Washington: come sono stati riportati dai Tg del Servizio Pubblico?  Come abbiamo scritto ieri, la rete che ha dedicato più spazio nell’ora di maggiore ascolto è stata RaiDue, con il suo Tg diretto da un noto esegeta di Trump, Gennaro Sangiuliano, che nella prefazione alla sua biografia del Presidente USA ha scritto : “L’elezione di Trump, a prescindere dai tratti naïf e in alcuni casi sconcertanti del personaggio, appare essere un tentativo di risposta alla dissoluzione delle identità nel magma cosmopolitico auspicata dalle nuove classi globalizzate, rampanti e segnate dal tratto estetico del giovanilismo. Una rivendicazione di democrazia rispetto a quella che viene definita la desovranizzazione della politica”. Lo stesso Sangiuliano ha poi dichiarato in un trasmissione di Agorà su RaiTre nello scorso novembre che “Io penso che per la difesa dei diritti umani e dei valori fondanti dell’Occidente, valori di libertà, di democrazia, anche di rispetto delle donne, di emancipazione sia auspicabile la vittoria di Trump…” (https://www.raiplay.it/video/2020/11/Agora-40654bc6-702a-4d68-9787-f14eed4a3a81.html circa al minuto 13o   segnalato da LaVigilanzatv.it). Per dovere di cronaca, segnaliamo anche anche le dichiarazioni di Marco Travaglio a La7: https://www.la7.it/laria-che-tira/video/usa-marco-travaglio-come-europeo-credo-che-avessimo-piu-da-guadagnare-con-trump-20-12-2020-356529 . Amen!

Un capitolo a parte si potrà dedicare al Tg1, al Tg3 e a RaiNews24.

Ora il tema è come verrà ancora raccontata questa vicenda: alcuni già la spacciano come un episodio isolato ad opera di un banda di scalmanati sciamani, senza arte ne parte, in una democrazia sostanzialmente sana. Altri invece come la naturale, e prevedibile, evoluzione di un modello sociale, culturale e politico di un Paese che non ha saputo ancora liberarsi dei tanti scheletri nell’armadio e ogni tanto ne rigurgita qualcuno e che, comunque, ha un’anima profonda (composta di 72 milioni di elettori) che sostiene, aderisce e si riconosce convintamente in Trump.

La domanda che ci poniamo è semplicemente se la Rai, il Servizio Pubblico, è in grado di raccontare correttamente questa storia? Forse anche si, a condizione che sia in grado di liberarsi anch’essa di qualche scheletro del “trumpismo” più o meno nascosto in qualche armadio di Viale Mazzini.  

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Cronaca di una tragedia annunciata e la Rai del 2021

Quante sono le notizie che meritano di entrare a lettere cubitali nei libri di storia e, di conseguenza, che meritano l’interruzione di un gioco su RaiUno per dare spazio ad una edizione straordinaria? Poche, per fortuna. Perché succede spesso che si possa trattare di notizie non proprio delle migliori, anzi. E chi decide se una notizia, un evento, merita di essere affrontato con metodo “straordinario” per quanto poi pure previsto e prevedibile? E la sua “straordinarietà” è tale da essere rivolta al più vasto pubblico possibile oppure è sufficiente che sia destinata ad un pubblico di “pochi ma buoni”? Insomma: chi decide se e come si deve affrontare una notizia di tale portata? Il solo Direttore di rete, di Tg o dell’Azienda o un assemblea dei tre messi insieme?

Cronaca di una tragedia annunciata (con larghissimo anticipo) e non solo per la democrazia USA. È noto a tutti, da tempo, che negli USA è forte ed ha una rilevante visibilità sociale politica, e quindi istituzionale, una destra supremazionista, razzista, neonazista, qualunquista, armata e con risvolti antidemocratici. Questo “popolo” ha radici antiche nella cultura americana ed ha prodotto da decenni lo spirito degli “esportatori di democrazia”  nel mondo con la Colt Magnum cal. 44 nella fondina. Nelle ultime votazioni per il loro nuovo presidente questo popolo ha preso la forma di circa 70 milioni di persone che hanno sostenuto Trump, cioè poco meno della metà dei votanti. Questo loro esponente, il Presidente, è l’espressione più pura e sintetica, visuale, simbolica di questa destra modellata a sua immagine e somiglianza. Era ed è quindi noto a tutti, da tempo, che il trumpismo avrebbe portato una deriva aggressiva e minacciosa. 

Si sapeva già dalle prime ore di ieri mattina (a Washington sono indietro di 6 ore) che una folla violenta e bellicosa (si sapeva pure che molti girano armati) si stava accampando di fronte al Campidoglio USA. Si è poco dopo saputo che Trump li avrebbe arringati con parole di fuoco e il Tg1 delle 20 di ieri sera cominciava a darne i primi segnali: “tensione che si respira” … “situazione senza precedenti” .. “manifestanti che cercano di fermare ..” etc. Alle 20.30 inizia il Tg2 che, come noto, al suo termine prevede l’inizio di Tg2Post che solitamente ha uno share intorno al 6% (esattamente come ieri sera con 1,6 mln di telespettatori). La situazione a Washington nel frattempo si fa più violenta e a RaiUno nessuno se ne accorge: continua indisturbato il giochetto di Amadeus (che ha fatto  il 22,7% con oltre 5,3 mln di telespettatori) e non gli passa lontanamente dalla testa di mandare in onda almeno un sottopancia per comunicare quello che stava accadendo. Si arriva poi a dare la linea all’edizione straordinaria del Tg1 alle 23.05 che ha fatto il 25,7% con oltre 5,5 mln ed è durato una manciata di minuti per restituire subito la linea ad Amadeus. Nel frattempo, la copertura della notizia era seguita da Rai News24 che, nel corso della giornata, ha raccolto l’1,6%  e, nel momento di punta della serata, alle 21, ha raccolto l’1,8% con 478 mila telespettatori. Per alcuni a Viale Mazzini, tanto era sufficiente. Nel frattempo, La7 ha interrotto il film e chiamato subito Mentana per un' edizione straordinaria.

Ora non poniamo il problema dei numeri e tantomeno della qualità delle informazioni fornite, ma semplicemente quello della tempestività e del coordinamento editoriale necessario quando avvengono eventi straordinari di questo tipo. 

Poniamo semplicemente tre domande. Era una notizia che meritava:

A) predisporre in anticipo uno “speciale” B) l’interruzione delle trasmissioni sulla rete di maggiore ascolto C) far passare almeno i sottotitoli su tutte le reti???

Per il momento, ma ci ripromettiamo di tornarci in giornata, ci limitiamo a registrare qualche “disappunto” da parte di autorevoli dirigenti di Viale Mazzini che appena si sentono presi con il sale sulla coda se la prendono con il “prode Anzaldi” che non perde occasione per menare mazzate. Forse, però, hanno ragione loro: “che vuoi che sia…” come usano ripetere gli autorevoli dirigenti Rai… in fin dei conti… che vuoi che sia… sono ragazzi… si tratta solo di un tentativo di golpe da parte di quattro scalmanati travestiti da Toro Seduto… già… che vuoi che sia. 

Già, questa è la Rai del 2021… bellezza !!! Cominciamo bene!

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mercoledì 6 gennaio 2021

Le nuove regole del gioco: la crisi di Governo e il piatto ricco

L’anno che è appena iniziato potrebbe essere quello di nuove regole e di una transizione tecnologica epocale. Le nuove regole saranno quelle che si dovranno scrivere per l’intero sistema delle telecomunicazioni dove, al primo posto, figurano quelle del mondo digitale e segnatamente della rete. Il nostro sistema delle TLC, nella sua forma più compiuta ed omogenea, è stato codificato e risale alla Legge Gasparri del 2004 e alle successive integrazioni/modificazioni (Romani). Un sistema tutto ancora ancorato ad un mondo analogico che però cominciava ad avvertire il nuovo mondo che stava avanzando. Da allora molto è cambiato e, come spesso avviene, la legislazione, la normazione, arriva sempre in ritardo rispetto all’innovazione. Tra chi arriva prima e chi in ritardo si apre una terra di mezzo dove impera la pirateria, dove governa chi mette per primo la bandierina come i cercatori d’oro nel Far West, dove le sorti della società e dell’economia sono dettate dal più forte che magari coincide con il più ricco. La tanto vituperata Europa, almeno da questo punti di vista, ha visto giusto e da tempo sta chiedendo con forza, seppure forse con scarso risultato, la revisione e la scrittura di nuove regole del gioco tecnologico valide per tutti, compresi i "prepotenti del Web" come i colossi americani. 

La recente sentenza della Corte di Giustizia di Bruxelles ha riposizionato il tema della concentrazione dei gruppi editoriali che operano nel continente (da rileggere https://www.ilsole24ore.com/art/mediaset-corte-ue-boccia-norme-che-congelano-quota-vivendi-AD9oqvm ) e, per quanto riguarda il nostro Paese, ha posto il vincolo della revisione del TUSMAR (la prima versione risale al 2005) e la ratifica della Legge di delegazione europea che, all’art. 4 detta i criteri di delega per l’attuazione del nuovo Codice europeo delle comunicazioni elettroniche (nonché l’introduzione di misure di semplificazione per lo sviluppo della connettività e per potenziare gli investimenti in reti a banda ultralarga, sia fisse che mobili, e la revisione dell’apparato sanzionatorio amministrativo e penale). Peraltro, occorre ricordare che AgCom è entrata nel pieno delle sue funzioni da pochi mesi e proprio su questi temi è chiamata subito a far sentire il suo peso. Superfluo ricordare che la riforma del sistema delle TLC fa parte del programma di Governo all’art. 14, argomento sul quale non è stata mossa una paglia, mentre PD (Orlando e Fedeli) e M5S hanno presentato proposte di modifica della governance Rai. Senza entrare eccessivamente nel merito, si tratta di iniziative destinate a ridisegnare in modo sostanziale il perimetro di azione e di sviluppo di tutti i comparti del sistema delle telecomunicazioni che, direttamente o indirettamente, sono connessi tra loro. Connessione non solo economica ma anzitutto politica e finanziaria. Vedi il tema BUL, 5G e prossima transizione al DVB-T2: mica robetta da poco.

Questi temi, appena accennati, saranno i capisaldi del prossimo anno sui quali si concentreranno tutte le tensioni e il dibattito politico economico e finanziario. Governare questi tre temi significa gestire le sorti, le redini, sul futuro del Paese.  

Molti in Italia in questi giorni si stanno lambiccando il cervello per capire il senso di una possibile crisi di Governo e tra le domande una regna sovrana: perché Renzi vorrebbe far saltare il tavolo? Al di là delle personali ambizioni, ci potrebbero essere almeno due buoni motivi: mettere la mani in pasta nella prossima grande tornata di nomine di partecipate e consociate e una voce in capitolo sui soldi che potrebbero arrivare in Italia, appunto, da Bruxelles con il Recovery Plan. Sono tutti argomenti che, in un modo o nell’altro, impattano frontalmente sul Servizio Pubblico radiotelevisivo destinato a subirne tutte le conseguenze. A settembre scorso, quando il dibattito sulla ipotesi di Rete unica si stava facendo più intenso, il Cda Rai approvò un indirizzo con il quale delegava l’AD a partecipare a tutti i tavoli di dibattito e confronto sull’argomento e, contestualmente, ha formato un “gruppo di lavoro”.  I tavoli non sono stati più apparecchiati e il “gruppo di lavoro” è rimasto tale. Non solo, come abbiamo scritto ieri, la Rai è stata e purtroppo sarà ancora merce di scambio e fa parte del pacchetto di nomine che presto si dovranno fare per rinnovare il Cda. Evidente come questa partita non sarà di secondo piano e non passerà inosservata. Il controllo sulla Rai è merce pregiata.

La cronaca quotidiana non ci fornisce spunti interessanti, a parte la coda lunga sulla “balla” di Pompei che con significativo ritardo (siamo stati forse i primi a sollevare il problema, nessuno ci ha citati ma è meglio così) è stata osservata dalla stampa. Verrebbe da fare una nota sul Fatto Quotidiano che ora, pur di sostenere il Governo Conte e le sua derivazione in Rai (Salini) si arrampica sugli specchi e, a proposito di Pompei, oggi pubblica un soffietto a difesa del documentario farlocco. Si potrebbe liquidare il tutto come chiacchere da bar, come sottobottega di polemichette, ma così non è:  si tratta di un piccolo tratto di un grande disegno. Se non si è in grado di cogliere i particolari, anche il quadro generale risulta confuso ed opaco.

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martedì 5 gennaio 2021

La crisi politica e la Rai merce di scambio

È inevitabile che nella complicata partita in corso sulle sorti del Governo Conte possa entrarci la Rai come pura e pregiata merce di scambio. Nulla di nuovo, lo è sempre stato e lo sarà ancora di più con l’avvicinarsi di una stagione incandescente che già dalle prossime settimane comincerà a bollire. Si parte con l’elezione dei sindaci di importanti capoluoghi: Bologna, Latina, Milano, Napoli, Novara, Ravenna, Rimini, Roma, Salerno, Torino e Trieste. Salvo possibile rinvio causa Covid (opzione politica tutt’altro che trascurabile) si tratta di un test di valore strategico per pesare le forze in campo in vista della partita immediatamente successiva: l’elezione del Presidente della Repubblica. Inoltre, per quest’anno sono previsti pacchetti di nomine nelle società controllate e partecipate dallo Stato di grande appetibilità: Saipem, Eni, Leonardo, Poste, Sogei e via dicendo per oltre 300 incarichi da assegnare. Tra questi, come noto, si prevede anche il rinnovo del Cda Rai a giugno. L’intreccio perverso tra politica e Servizio Pubblico è pronto a rinnovarsi seguendo la pista tracciata dalla nefasta Legge del 2015, fortemente voluta dal Governo Renzi, la stessa persona che ora mette a rischio il Governo Conte. 

Non abbiamo la palla di vetro e non tiriamo a sorte: oggi si potrà dire tutto e il contrario di tutto senza timore di essere smentiti. Domani è un altro giorno e si vedrà. Quello che possiamo certamente sostenere, e ci rivolgiamo ai parlamentari che leggono questo Blog, è che siamo in presenza di una finestra molto interessante per mettere le carte in tavola sul futuro della Rai. La domanda è semplice: si vuole porre le basi per il futuro del Servizio Pubblico con una guida, una governance, forte, autorevole, credibile e indipendente o si vuole rinnovare il carosello già sperimentato con questo Cda? Si vorrebbe presumere che la risposta, almeno sulla carta leggendo le intenzioni dei partiti di maggioranza, sia positiva e allora è necessario porre la domanda successiva di corollario: quando? Le risposte possibili sono due, secche: ora o chissaquando. Ora si intende subito per dare modo di arrivare alla fine di giugno con una modifica alla Legge del 2015 che possa indicare in nuovi criteri di nomina. Altrimenti sarebbe difficile ipotizzare che una volta insediato un nuovo Cda a luglio si possa poi procedere a ridosso per un cambio successivo in corsa. Sarebbe una mazzata mortale per le sorti della Rai. C’è poi una terza via, che consideriamo scellerata e nefasta seppure gradita ad alcuni (prevalentemente al VII Piano di Viale Mazzini): la proroga dell’attuale Cda. Anatema, sciagura, peste, iattura, honi soit qui mal y pense: significa semplicemente allungare un’agonia senza alcuna speranza di guarigione. Una nuova governance quindi ora o mai più, almeno per molto tempo ancora. Lasciare tutto com’è avrebbe un chiarissimo quanto evidente significato. La Rai relegata in queste condizioni significa, di fatto, aumentare la sua marginalizzazione, la sua subalternità, rispetto ai grandi disegni che si stanno definendo nel mercato audiovisivo nazionale e globale. Ci sono in ballo scelte strategiche sul piano economico (pubblicità) e tecnologico (transizione al DVB-T2, banda larga) dove già Rai è in sofferenza.

A farla corta: difficile pensare che si possa far saltare il banco del Governo e prospettare nuove elezioni dove si potrebbe assistere ad una Caporetto insostenibile. Allora “non ci resta che piangere” e accontentarsi di rimescolamenti vari dove, quasi certamente, si potrebbe stare pure quello Rai. La domanda successiva è con chi e quando?  È partita la caccia all’uomo o alla donna: dall’interno o dall’esterno? Noi abbiamo i nostri candidati. Il quando potrebbe anche essere con la presentazione del bilancio ad Aprile.

Già, la sofferenza. È un triste destino quello che accompagna la cronaca quotidiana di Viale Mazzini. Sembrano tanti piccoli sassolini fastidiosi nelle scarpe che nessuno sembra in grado di togliere. Vedi le ultimissime polemiche di questi giorni: il documentario su Pompei, la barca del prossimo Sanremo, San Patrignano con il materiale Rai Teche utilizzato da Netflix e, notizia buon’ultima, scoprire che il cognato del ministro Gualtieri che lavora in Rai sembra godere di buona fortuna in questo momento. Sul tema “marchetteria” verso Netflix (leggi oggi articolo su Libero “Lo strano caso”),  ammettiamo di non riuscire a capire bene il meccanismo. Ne abbiamo già scritto quando è uscito il film “L’incredibile storia dell’isola delle rose” tanto sostenuto da reti e testate Rai. Difficile sostenere che si tratta di “pubblicità occulta” sebbene, forse, retribuita. Un po’ tafazziana ma … va a sapere. Altra ipotesi è “facciamoci del male” tanto per gradire, tanto per fare quelli che si tengono aggiornati con quanto di bello fanno gli altri e che Rai invece non può o non vuole. Qualcosa non torna.

Nei prossimi giorni vi riporteremo alcune considerazioni su quanto abbiamo ricevuto dal nostro sondaggio sul futuro della Rai e del servizio pubblico sul piano tecnologico e le grandi sfide che si prospettano.

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lunedì 4 gennaio 2021

Il Paese e la Rai: navi senza rotta dove dirigersi

Ricordiamo a tutti che da oggi è disponibile, con una mail di richiesta, 

il nuovo BloggoRaiReport con la sintesi mese per mese di un anno di Rai e dintorni.  


L’anno che verrà è già arrivato e la transizione è iniziata da molto tempo. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, sul piano politico e su quello sociale per non dire per quanto riguarda la Rai e il Servizio Pubblico. In ordine: sul versante del panorama politico abbiamo vissuto gli ultimi anni con governi altalenanti tra una maggioranza di un tipo (Lega e M5S) una di segno opposto (PD e M5S), sempre guidati da qualcuno che non è stato eletto da nessuno e così potrà essere, forse, fino compimento della legislatura. Potrebbe anche esserci una crisi e allora vedremo cosa potrà succedere. Avevamo alle spalle, da ormai quasi un anno, una drammatica crisi sanitaria, nonché sociale,  e non solo non è finita ma potrebbe pure permanere per molto tempo, salvo sperare nell’efficacia dei vaccini. Abbiamo lasciato la Rai sull’orlo di una crisi di nervi economici e, al netto del recupero di 80 milioni indebitamente sottratti in precedenza, non ci sono all’orizzonte segnali di speranza: la pubblicità continua a rimanere sotto il segno negativo, le spese aumentano e gli investimenti sono bloccati. Dunque, “transizione” alla quale si accompagna il corollario “incertezza” sono i termini che segnano questo nostro tempo.

Come anticipato, abbiamo chiesto ad alcuni nostri lettori di darci un loro punto di vista su quanto intravvedono nel prossimo futuro nel sistema delle telecomunicazioni e della televisione pubblica e privata (a tempo indeterminato, settimane, mesi, anni) e ci è tornata qualche prima riflessione. Sul primo argomento, tutti concordano su due capisaldi: uno tecnologico e uno normativo (giustapposti in questo ordine perché siamo ancora dell’idea che sia la tecnologia che guida la normazione e non viceversa, purtroppo). Sul primo, sostanzialmente ci si aspetta lo sviluppo intensivo del 5G in tutte le sue derivazioni che, a sua volta, si connette con il dispiegamento della BUL. Da segnalare oggi sul Messaggero un articolo a firma Michele Boroni: “Così il 2020 del digitale è solo l’inizio di un’era”. Siamo in ritardo rispetto agli altri paesi europei. 

Il secondo caposaldo si riferisce all’arena dello scontro epocale che sarà, appunto, l’Europa delle nuove regole. Ci sarà un obbligo, imposto anche dalle disposizioni comunitarie (vedi recente sentenza della Corte di Giustizia di Bruxelles) per quanto riguarda il nostro Paese, di adeguare il sistema delle TLC al nuovo contesto di mercato. Lo stesso Governo, al punto 14 del suo programma, lo aveva previsto anche se, finora, non sembra essersene occupato. Ci saranno passi in avanti su questi temi? Si prospetta allora uno scontro frontale e globale sulle nuove “regole del gioco” tra broadcast e broadband, tra i colossi del Web prepotenti ed arroganti e gli operatori europei? Sono leciti dubbi: occorre avere progetti e visioni accompagnati da forte capacità di azione politica e, francamente, ambedue non si intravvedono affatto all’orizzonte, almeno in Italia. Di questi argomenti se ne parlerà a Roma il prossimo 29 gennaio, nel corso della sessione annuale di Eurovisioni.  

Più articolate e complesse le riflessioni sul fronte Rai. Anzitutto il Piano industriale. Come noto, era stato “congelato” fino al 31 dicembre per le note difficoltà legate al Covid. La domanda è: una volta scongelato, sarà ripreso da dove era rimasto (cioè quasi a nulla) oppure si appresta ad essere rottamato vista anche la sua prossima scadenza naturale, prevista appunto per quest’anno? Lo abbiamo scritto tante volte: il Piano era ed è come una vettura con una ruota sbilenca perché mancano i soldi per renderlo attuabile. Si vorrebbe fare molto (la Media Company) in cambio di poco e pure quello che si sarebbe potuto fare non è stato fatto (vedi canali inglese e istituzionale). Il Piano industriale tra costo per la società di consulenza per la stesura e costo per la sua “messa a terra” è stato più un "impiccio" che un vantaggio. Dunque, a che punto è la notte? Non è dato sapere anche perché questo tema si collega direttamente a chi dovrà essere incaricato di completarlo/chiuderlo/superarlo o non sappiamo quale altro termine usare per definire questo argomento. Come noto, questo Cda scade a giugno e, da tempo, si sente dire che potrebbe essere possibile un cambio in corso d’opera con le dimissioni di AD “sponte sua” o imposte dall’esterno, magari con l’offerta di altro incarico. Il PD, per bocca dell’azionista di maggioranza Gualtieri, è stato lapidario: questi consiglieri possono rimanere fino a giugno poi tutti a casa. Se dovessimo scommettere qualche euro per un caffè, ci verrebbe da dire che rimarrà tutto fermo, come da gloriosa tradizione: chi si prende la briga di dover mettere mano ora ad un piano defunto che, per di più, non ha alle spalle nemmeno il supporto di un Governo diviso e confuso sul tema Servizio Pubblico? Ma, ci viene fatto osservare, l’anno in corso si caratterizza per il prospettarsi della madre di tutte le battaglie politiche: quella dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Lasciare l’informazione pubblica nelle condizioni in cui si trova? Forse anche no: potrebbe convenire ad alcuni guadagnare posizioni di vantaggio in termini di visibilità e consenso o, viceversa, per altri, mantenere tutto esattamente come si trova. Partita molto, molto complessa perché si gioca su tanti tavoli e con tanti personaggi che agiscono su scenari diversi e complementari. Morale della favola: per quanto abbiamo potuto riscontare con i nostri lettori ci sarà una lunga fase di navigazione a vista, senza rotta e senza destinazione, senza progetto e senza visione. Una volta Giuseppe De Rita del Censis usò una metafora convincente: il Paese sembra una barca in mezzo al mare che non sa dove dirigersi, non c’è il capitano a bordo, l’equipaggio è confuso e non tira un alito di vento. Non siamo molto distanti se si potesse applicare lo steso ragionamento per la Rai. 

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domenica 3 gennaio 2021

Giovani e anziani, pubblico reale e virtuale

Potrà non piacere il genere ma il tradizionale Concerto di Capodanno di Vienna diretto da Muti è un appuntamento televisivo importante da molti anni. Se preferite, vi proponiamo di andare direttamente al punto 01:39:30 della registrazione che trovate su RaiPlay (https://www.raiplay.it/video/2020/12/dalla-Sala-del-Musikverein-di-Vienna-Concerto-di-Capodanno-2021-851d0804-98d1-4dae-a7d6-bab8dd6561a3.html ) e troverete la notizia del giorno: per la prima volta l’orchestra tra le più note al mondo ha suonato nel teatro vuoto e ha interagito e risposto agli applausi virtuali del pubblico, circa 7000 persone in tutto il mondo, che ha poi partecipato al tradizionale battimano della celebre marcetta.

Il Maestro Muti si è rivolto verso una platea immaginaria eppure reale, un maxi schermo con le immagini e l’audio streaming dei partecipanti all’evento che potrebbe aver costituito un passaggio della televisione in diretta verso una nuova dimensione tutta ancora da decifrare. Attenzione: si tratta di un evento, di una circostanza eccezionale determinata dall’emergenza sanitaria che pure in Austria ha colpito duro e sarebbe auspicabile che non debba ripetersi mai più. Ma non si può evitare che possa costituire un precedente, un percorso, che non sappiamo ancora bene dire se possa essere virtuoso o meno in condizioni “normali”. Senza dubbio, la presenza dal vivo ad un concerto, ad un'opera teatrale è indivisibile dalla natura dello spettacolo stesso, come pure assistere ad una partita di calcio all’interno dello stadio piuttosto che vederla sulla poltrona di casa. Con Sanremo alle porte, potrebbe essere una ipotesi alternativa alla nave?

Il tema del rapporto tra pubblico e contenuto, tra ciò che la televisione offre con il suo palinsesto lineare e non lineare e quanto è gradito ed apprezzato da chi fruisce della televisione potrà costituire uno dei passaggi centrali per il futuro del Servizio Pubblico. Vedi quanto successo nelle sere precedenti: abbiamo accennato qualcosa sulle due serate di Rai Uno (la prima con lo spettacolo di di fine d’anno e la seconda con il balletto di Bolle) dove si è evidenziato un fenomeno significativo. Rispetto allo scorso anno, per la serata di Amadeus gli ascolti sono cresciuti, per Bolle invece sono diminuiti (da 4,5 mln del 2019 a 3,8 del 2021) e, in particolare, per quest’ultimo si sono allontanati i telespettatori “anziani” (per gli oltre 65 anni lo share è calato del -9,7% passando dal 34,2% dello scorso anno al 24,6% di quest'anno e, sempre per la stessa fascia di età, si è ridotto di circa 15 minuti la permanenza sul programma). Cosa possa indicare tutto questo è premature per poterlo definire “fenomeno consolidato” mentre è certa la tendenza che da tempo si è evidenziata sulla marcata differenziazione nel consumo di prodotto audiovisivi tra “giovani” e anziani” sia per la tipologia di contenuti, sia per le piattaforme di utilizzo. Da tempo, e non solo in Italia, si dibatte sulle dinamiche del pubblico radiotelevisivo e oggi sul Corriere si riportano dati significativi: “nei giorni natalizi è soprattutto la tv in streaming a crescere. Secondo l'analisi di Sensemakers, fra il 24 e Il 26 dicembre il tempo complessivo speso con lo streaming di contenuti televisivi cresce del 131%, passando da 2,8 milioni di ore (2019) a 6,5 milioni di ore (2020). Come hanno usato lo streaming gli italiani? Sia per vedere contenuti «on demand» (+109% del tempo totale speso) sia per vederli in modalità «lineare» (+185%)”.

Merita la segnalazione un lungo articolo oggi su La Stampa con il titolo “Dio salvi la Regina, ma non la Bbc Cresce la protesta contro la tv pubblica "Ignora gli spettatori e non è più imparziale" a firma Vittorio Sabbatin dove si legge: “La maggioranza dei britannici non crede più che la Bbc rappresenti i suoi valori, ha certificato un sondaggio. Per la leggendaria emittente pubblica, che compirà 100 anni nel 2022, il futuro è pieno di incognite. Ha perso ascolti, soldi, personale e credibilità. Il governo l'accusa di molte nefandezze e vuole tagliarle ancora i fondi. Molti dubitano che l'obiettivo indicato nelle linee guida interne, quello di essere sempre «indipendenti, imparziali e onesti», sia ancora perseguito in redazione. E ora la Bbc sembra aver perso anche la fiducia del pubblico, l'ultima cosa sulla quale poteva contare per risalire la china”. Articolo analogo sul Giornale, a firma Tony Damascelli, dove si legge: “Il sondaggio effettuato dal Times conferma la tendenza degli utenti. Stando alle risposte fornite, sarebbe venuta a mancare la qualità dei programmi, i palinsesti si sarebbero piegati alle richieste di mercato commerciale, quasi temendo la concorrenza delle altre televisioni, lo stesso errore che viene addebitato alla Rai che, rispetto a Bbc, paga il dazio dell'asservimento ai partiti politici nella distribuzione di cariche e incarichi. La crisi è aperta da tempo, per motivi generazionali … Le analisi di mercato confermano come i giovani preferiscano trascorrere il tempo e ricercare informazioni o interessi su Youtube o Netflix e riservino a Bbc al massimo venti minuti al giorno”. 

Qualcuno ha notizia che simili argomenti possano essere all’ordine del giorno a Viale Mazzini e dintorni? A noi non risulta. A qualcuno risulta che sia stato avviato qualche dibattito, riflessione pubblica, studio o ricerca? A noi non risulta.

Per consolazione, date uno sguardo a cosa comunque sono capaci di fare: https://www.bbc.com/news/uk-scotland-edinburgh-east-fife-55485371 .

Come anticipato, abbiamo chiesto ai nostri lettori più attenti di proporci temi e problemi che potranno interessare la Rai il Servizio Pubblico per il prossimo anno e sono già arrivate alcune risposte importanti e ve ne daremo conto nei prossimi giorni. Per parte nostra, confermiamo l’intenzione di approfondire il tema della Rai tra pubblico e privato, tra Stato e mercato. Certamente però tutte le riflessioni saranno influenzate da due fattori determinanti: il primo è il quadro politico incerto. Con la crisi di Governo alle porte, difficile immaginare quali potranno essere i passaggi nodali. Il secondo è la perdurante crisi sanitaria che continua a mantenere la presa anche sul sistema audiovisivo. I punti fermi sono due: il rinnovo del Cda e l’avvio, il prossimo 21 settembre, della seconda fase della transizione al DVB-T2. Per il primo, la politica dovrà decidere se mantenere il calendario attuale (fine giugno) e procedere al rinnovo con la Legge attuale oppure, già da ora, avviare un percorso di riforma della governance.

Ricordiamo che da oggi è disponibile a richiesta via mail il secondo BloggoRaiReport con la sintesi mese per mese 2020 di un anno di Rai e dintorni.


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sabato 2 gennaio 2021

La Normalità per il 2021

Care lettrici, cari lettori, anzitutto un semplice e caloroso Buon Anno e grazie per averci seguito così numerosi durante questi due anni e mezzo. 

L’Augurio più forte che si può esprimere in questo momento si racchiude in una sola parola: normalità. 

Vi auguro di tornare ad essere normali come lo eravamo prima, quando si poteva andare al cinema, allo stadio, al teatro, in pizzeria, a fare una passeggiata, organizzare una cena con gli amici, quando ci si poteva abbracciare, baciare o semplicemente stringere la mano, quando si poteva incontrare una nonna o un nonno senza pericolo di minacciare la sua fragile salute, quando si poteva progettare una vacanza, un viaggio, e si poteva salire su un treno, una nave un aereo e andare in giro per il mondo. L’augurio di tornare alla normalità di tutti i giorni che forse non era quella migliore, quella desiderabile, però non era incombente e minacciosa, non era ostile. Normalità, una parola che somiglia tanto a libertà. Auguri !!!

Bene, ricominciamo. Ci occupiamo prevalentemente di immagini, che poi sono segni e simboli, icone, sintesi visiva del nostro tempo. In particolare di quelle che ci propone la Rai, il Servizio Pubblico, e non solo. E sono proprio le immagini quelle raccontano meglio, con maggiore suggestione e profondità, la nostra vita quotidiana. C’è anche la radio, della quale si parla poco, forse troppo poco, ma mentre con la televisione si sedimenta maggiore memoria, con la radio molto meno.

Ecco allora che veniamo subito alle prime osservazioni di questi primi giorni del 2021. Ieri sera è andato in onda in prima serata su Rai Uno “Danza con me” di Roberto Bolle, una trasmissione eccezionale e raffinato nella forma e nel contenuto. Un successo come lo è stato gli scorsi anni che sottolinea quanto il grande pubblico della rete generalista possa apprezzare anche un genere sofisticato come il balletto classico. Solitamente non commentiamo programmi ma, in questo caso, merita un’attenzione particolare.

Ma, come si dice a Roma, “… posso esse piuma e posso esse fero!!!” ed è difficile non osservare e commentare quanto successo la sera precedente, prima con il discorso del Presidente della Repubblica e poi con la trasmissione sempre di RaiUno che ha accompagnato la chiusura dell’anno. Il discorso di Mattarella è stato visto, complessivamente, da oltre 15 mln di italiani. Molti si sono cimentati in arditi paragoni rispetto alle trasmissioni più viste negli ultimi decenni: sono stati fatti confronti con la finale del campionato del mondo di calcio, con qualche Sanremo, con qualche fiction. Ma nessuno ha potuto fare un paragone con qualcosa che non era mai avvenuto nella storia repubblicana: la presenza di una pandemia che solo nel nostro Paese ci ha lasciato alle spalle, lo scorso anno, oltre 70 mila vittime. Il capo dello Stato ha parlato ad un popolo ferito, intimorito e spaventato, ansioso e preoccupato di un futuro più che mai incerto. Si è rivolto a persone rinchiuse in casa, obbligate ad un “coprifuoco” che solo a dirla questa parola mette paura, isolati, separati e privati di riti e tradizioni che sono la linfa vitale della società civile. Vorrei ben vedere che non sia stato ascoltato con attenzione maggiore del solito. 

Si tratta allora di un “record”, di “ascolti eccezionali” di “boom” ??? Si tratta di numeri di cui essere contenti? Si tratta di un “fenomeno “ mediatico” che possa ritenersi meritevole di studio? A nostro modesto parere NO. Per paradossale che possa apparire, è del tutto “normale” che gli italiani possano attendersi dal loro Presidente un messaggio di speranza e di augurio, almeno quello, non ce lo può togliere nessuno. Non è affatto normale invece che un popolo intero sia stato costretto a rimanere chiuso in casa, uomini e donne separati e divisi, isolati e distanti. Che ci siano stati qualche milione di telespettatori in più rispetto agli scorsi anni sembra del tutto “normale” quanto è “anormale” il fatto che ci troviamo circondati da una tragedia collettiva che incombe ancora su tutti noi. Il fatto sociale anomalo è anzitutto questo, il Coronavirus, dal quale poi ne discendono tutti gli altri.

Una riflessione analoga, e forse più rilevante, deve essere poi fatta per l’enfasi entusiasta sugli ascolti della trasmissione di Amadeus su Raiuno: anche in questo caso “boom”… “record di ascolti”… “eccezionale !!!. “L'anno che verrà" segna un record storico - dice il direttore di Rai1 Stefano Coletta -, raggiungendo il miglior risultato di sempre in termini assoluti ovvero nel numero di telespettatori”. Non entriamo nel merito della trasmissione, sui contenuti e sui significati, per i quali ci si potrebbe “divertire” a capire perché  per come sono state le scelte editoriali. Ci limitiamo ad osservare semplicemente quanto detto prima a proposito del discorso di Mattarella, con una aggravante. Il discorso del Capo dello Stato era “obbligatorio” e, in certo senso, anche la trasmissione di Rai Uno lo è stata. Anzitutto perché è mancato il suo diretto concorrente che, inspiegabilmente (forse no), ha proposto un programma rivolto ad una parte del suo pubblico tradizionale (Grande Fratello VIP). Inoltre, la serata, per quando abbiamo scritto prima, era “drogata” da un “obbligo” imposto dall’impossibilità di fare altro, di giocare a tombola, di fare un cenone con parenti, amici e conoscenti, di potere tenere spenta la televisione e magari accenderla solo pochi attimi prima di mezzanotte, giusto per rimettere a punto l’orologio. Diciamo, solo e semplicemente, che a tutti noi in certi momenti fa bene metterci a cantare, ridere, divertirci anche con la televisione, è tutta salute. Andare oltre può essere, semplicemente, almeno cattivo gusto, come si sarebbe detto una volta, quando eravamo “normali”.

Buon Anno !

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