lunedì 19 ottobre 2026

RAI: riforma di fatto e riforma di diritto

By Bloggorai ©

Vedi pure il post di ieri sera 

https://bloggorai.blogspot.com/2026/10/rai-una-storia-infinita-di-intrighi.html?m=1

La regolamentazione giuridica e quindi politica avviene solo dopo che l’innovazione tecnologica si è sviluppata. La norma arranca lentamente mentre lo sviluppo viaggia velocemente e il divario tra i due tempi appare spesso incolmabile: sono come due locomotive dove quella della Legge non potrà mai superare quella dell'innovazione. Quando la Legge arriva in ritardo la tecnologia è giunta già ad una fase successiva e si deve ricominciare da capo in una corsa infinita.

Le grandi riforme economiche o sociali arrivano sempre “dopo” i fenomeni ai quali si intende porre rimedio. “Ri-formare” intende esattamente dare una nuova forma, adeguarla, rivederla e renderla più sincronica ad un tempo e un contesto successivo. Il mondo del riformatore è sempre quello di colui che ha per le mani una materia già formata e scomposta per cercare di rimodellarla in una nuova veste. Il mondo del riformatore non è chiamato ad inventare quanto piuttosto ad “aggiustare” e rivedere in forma corretta un quadro normativo superato e non più adeguato alle specifiche necessità.

Ecco quindi emergere la distinzione tra “riforma di fatto” e “riforma di diritto”. La riforma di fatto si configura, prende forma sostanziale quotidianamente, nelle dinamiche intrinseche ai fenomeni e solo successivamente si predispone ad essere mutata in “riforma di diritto”. Il “caso” della Riforma Rai è il perfetto paradigma di questo concetto: sono decenni, tanti, che se ne parla ed ogniqualvolta che ne arriva una è già troppo tardi, è superata dalla “nuova” Rai che si intende riformare che, nel frattempo, si è autoriformata da sola, al suo interno con forti sostegni esterni.  

È successo che la scorsa settimana si è svolto un importante incontro proprio sul tema “Per una riforma del Servizio Pubblico Radiotelevisivo” dove sono intervenuti gli autorevoli proponenti di un corposo dossier di 41 pagine: Enzo Cheli, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Apprezzabile ed encomiabile lo sforzo compiuto e prima e più ancora che valutare i suoi contenuti sembra utile e necessaria una premessa: appare tutto fuori contesto e fuori tempo. Il contesto: fino alla fine di luglio scorso era in piedi una sorta di “tavolo di lavoro” formalmente aperto a tutti ma sostanzialmente riservato a pochi intimi con il compito di elaborare o un testo base o emendamenti da sottoporre al dibattito in VIII Commissione Senato dove, appunto, si stava configurando il nuovo testo di Legge sulla Rai (il T.U.S. 162). Quel “tavolo di lavoro” in verità era già iniziato da molti mesi prima, all’indomani della formazione dell’attuale Cda Rai. Perché queste ipotesi/proposte non sono emerse prima? 

Il tempo: come noto, il nuovo testo citato andrà in Aula il prossimo 26 novembre già chiuso e blindato dove non ci sono ragionevoli margini di trattativa con la maggioranza per una sua possibile revisione: allo stesso modo con cui il Governo ha chiuso la partita sulla Legge elettorale è verosimile ritenere che possa chiudere anche questa sulla Rai: un altro scalpo da esporre in vista della prossima campagna elettorale. Che senso ha riproporre vecchi e logori schemi del genere “fondazione” quando ancora il perno essenziale, il punto focale, di tutto il dibattito non riesce ad emergere: non tanto e non solo come dovrà essere governato e con quali risorse si dovrà sostenere ma cosa dovrà essere e cosa dovrà fare il Servizio Pubblico Radiotelevisivo nei prossimi dieci anni. Nel “paper” presentato al dibattito, a pag. 28 al paragrafo 5.1, si legge “La missione del Servizio Pubblico radiotelevisivo trova fondamento nei principi costituzionali e negli indirizzi fondativi dell’Unione Europea”. Punto. E poi prosegue con un elenco di “azioni-obiettivo il cui conseguimento appare inevitabile: …” ovvero “riservare … recidere … rafforzare …  salvaguardare … promuovere … essere e assicurare”. Leggendo il paper non abbiamo avvertito un solo passaggio in cui si trova un concetto fondamentale, una visione, un progetto, un’idea di come segnatamente questo Servizio Pubblico dovrà necessariamente essere diverso entro i prossimi 10/15 anni (data entro la quale potrà avvenire il superamento della diffusione Digitale terrestre). La sua logica primigenia era, infatti, la tutela dello Stato per la risorsa preziosa delle frequenze radiofoniche che invece oggi hanno una nuova e diversa collocazione.

Ecco allora arrivati ai giorni nostri, ecco allora arrivati a dover dibattere di Data Center e di IA con la quale si “fanno” programmi (ieri sera il Giulio Cesare in onda su RaiUno ne era infarcita), di mercato e di nuovi prodotti audiovisivi, di modelli narrativi e di format, di “social” e di piattaforme emergenti, di reti Rai in via di estinzione e di pubblico del Servizio Pubblico che diventa sempre più over e sempre meno under.   

Da tutto questo la “riforma Rai” presente e futura sembra essere molto lontana. Ieri sera è andato in onda su Rai Tre un servizio molto interessante sul tema “Processo ai Social”. Molto interessante e, pure in questo caso, il contesto è lo stesso: i danni dei social sono già avvenuti e sono tutt’ora in corso e regolamentarli ora sarà molto, molto difficile.  

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domenica 18 ottobre 2026

RAI, una Storia infinita di intrighi, trame e complotti

By Bloggorai ©

“Rai. Sia benedetta la lottizzazione! Intrighi, leggende metropolitane, verità. La Rai che pochissimi conoscono vista dal Gr2, dal Tg3, dal Tg1 e dal covo dell’Usigrai, storico sindacato dei giornalisti” è il titolo del libro di Giorgio Balzoni in distribuzione in questi giorni. Per chi non lo conosce: è una firma apprezzata e storica del giornalismo Rai. Il volume lo abbiamo appena ordinato e ne parleremo meglio e di più dopo averlo letto. Per ora ci limitiamo ad osservare che Balzoni è stato testimone di un passaggio cruciale della storia moderna del giornalismo del Servizio Pubblico: la bocciatura del primo Piano editoriale sull’informazione con il quale si intendeva mettere mano e riordinare tutto il perimetro dell’informazione Rai ovvero il famigerato Piano Verdelli. Questa vicenda ci ricorda uno dei grandi misteri politici italiani al pari dei famigerati 101 “grandi elettori” del PD che il 19 aprile del 2013 impallinarono Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. Mai uno di loro, a nostra memoria, è mai uscito allo scoperto con un “si, sono stato io a votare contro”.

Di informazione Rai ce ne siamo già occupati spesso e volentieri e merita tornarci sopra. È una pietra miliare indispensabile per comprendere l’attuale situazione in cui versa l’informazione pubblica. Da allora, 2017, la Rai si è dotata di Piani industriali, Piani editoriali e Piani immobiliari ma di piano sull’informazione non se ne è più parlato. Il tema scotta e chi ci mette mano si brucia: si tratta di capire se oltre 2.000 giornalisti e 8 testate sono adeguate, razionali ed efficienti per questo Servizio Pubblico. Di Piano sull’informazione di “newsroom” e di “… un piano di riorganizzazione che può prevedere anche la ridefinizione del numero delle testate giornalistiche nonché la riprogettazione e il rafforzamento dell’offerta informativa sul web” come previsto dal Contratto di Servizio precedente (art.23) non se ne è più parlato perché qualcuno, dentro la Rai, ostacola e tutt’ora ignora in ogni modo ogni tentativo di riforma.

Balzoni ha scritto nel titolo del suo libro “… covo dell’Usigrai…” e sarà interessante leggere e capire perché lo ha scritto. Ricordiamo che a quel tempo era Presidente della Rai una certa Monica Maggioni e il Direttore generale Antonio Campo Dall’Orto (dopo le sue dimissioni arriverà Mario Orfeo) mentre i consiglieri erano persone del calibro di Carlo Freccero (ne parleremo più avanti), Arturo Diaconale e Franco Siddi. Il segretario Usigrai era Vittorio Di Trapani. Merita riprendere quanto scritto dallo stesso Verdelli nel suo monumentale “Roma non perdona” a pag. 57: “Dall’altra parte del tavolo, uno squadrone di almeno quindici persone, con al centro il leader dell’Unione Sindacale dei Giornalisti Rai (da qui, USIGRAI), Vittorio Di Trapani, un Gesù attorniato dai discepoli, abituato a fare la voce grossa senza alzare la voce. Nei suoi confronti, era palpabile una devozione che non ho mai visto concentrarsi su nessuno dei vari referenti dei comitati di redazione frequentati in carriera, nemmeno su Raffaele Fiengo, trascinatore a cavallo di due secoli del Cdr del “Corriere della Sera”.

Napoletano precocemente romanizzato, vicino a tutte le associazioni di stampa “libera”, Di Trapani è un quarantenne di potere, svezzato da Vasco Rossi e cresciuto alla sapiente scuola Rai di Beppe Giulietti  (ulivista, dipietrista, presidente della Fnsi, il sindacato dei sindacati giornalisti, stesso ruolo ricoperto in passato anche da Franco Siddi, poi diventato consigliere di Viale Mazzini). In azienda da quando era ragazzino (1999), il giornalista Di Trapani guida il sindacato dal 2012, secondo mandato in scadenza nell’estate del 2018, dopo di che sarebbe dovuto tornare a fare il suo mestiere a Rai News24, dove è redattore, visto che per statuto non esiste un terzo mandato.  E invece, proprio a giugno 2018, verrà modificato quel certo articolo dello statuto e lui si ritroverà confermato con una maggioranza da plebiscito: Vittorio il vittorioso, influente notabile della Bolla, parole d’ordine “non passi lo straniero” e “prima gli interni”, con un involontario retrogusto salviniano”.

Merita poi ricordare un passaggio di un articolo de Il Post del 4 gennaio 2017 (https://www.ilpost.it/2017/01/04/rai-verdelli/ ): “ … Secondo il giornalista di Repubblica Sebastiano Messina, il piano è stato bocciato a causa delle resistenze interne alla RAI, che non vedono di buon occhio le riforme e i cambiamenti imposti da figure esterne: «Ha vinto, alla fine, il muro di gomma tenuto in piedi proprio dai giornalisti che fanno parte del Cda, a cominciare dalla presidente Monica Maggioni che non ha mai speso una parola per difendere Verdelli e la sua squadra, per finire con Francesco Siddi e Arturo Diaconale che sono stati i protagonisti di un vero e proprio tiro al bersaglio”. Pochi mesi prima il quotidiano il Foglio aveva scritto “…In molti ormai in Rai sospettano per esempio che sia stata lei a passare al settimanale l’Espresso la bozza del piano per l'informazione con l’obiettivo di mettere in difficoltà il suo estensore Carlo Verdelli e forse anche il direttore generale Campo Dall’Orto”. La Maggioni poi ha smentito: “volgari calunnie”.   

Comunque, questo è solo un capitolo e certamente non secondario della storia Rai. Certo è che, volendo, si potrebbe scrivere un’enciclopedia con tutte le storie faste e nefaste di cui siamo a conoscenza diretta e di tutte quelle che nel corso di tanti anni ci hanno raccontato e che pochi hanno la voglia (o il coraggio) di ricordarle. Non sono belle storie, sono scheletri negli armadi di cui avere un certo imbarazzo. Sono storie anzitutto umane, personali, e poi anche politiche. Come ha scritto Balzoni “Intrighi, leggende metropolitane, verità” che non vediamo l’ora di leggere e conoscere. Sono storie che hanno fatto e fanno tutt’ora la “storia” di questa Rai. Alcuni dei personaggi di allora sono ancora presenti sulla scena e ancora in grado di determinare o influenzare scelte strategiche dell’Azienda.

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Lavori in corso

 Stiamo preparando un post ricco e interessante. 

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venerdì 16 ottobre 2026

Attenzione: DUANJU !!!

By Bloggorai ©

Buongiorno … oggi un Post fresco di giornata e magari più tardi ci aggiorniamo (ci sono notizie interessanti).

Allora, è successo che nei giorni scorsi si è svolto a Cannes il MIPCOM 2026 e corriamo il rischio di affermare che si tratta del più importante appuntamento del mercato audiovisivo internazionale. Eravamo in attesa di leggere resoconti, interviste e commenti su questo imperdibile appuntamento: pressoché NULLA e, per avere ulteriore conferma abbiamo chiesto a qualche amico di Bloggorai di fare una verifica sulla Rassegna Stampa Rai (diffusa a pochi intimi) da lunedì scorso fino a questa mattina ovvero NULLA, i termini MIPCOM e Cannes non compaiono mai. Nessun quotidiano nazionale ha scritto una riga e Rai era presente con il solito stand gestito da Rai Com con un suo dirigente. Punto.

Eppure, durante questi tre giorni a Cannes si disegnavano i “destini del mondo audiovisivo”, si vedevano i grandi soggetti, le prospettive, le novità, e le tendenze. In altre e più semplici parole: è il mercato dei prodotti, dei contenuti, delle idee e delle proposte prossime venture.

Si potrà forse obiettare che il mondo audiovisivo non gira tutto intorno a Cannes. Forse è vero. Forse è vero che il MIPCOM è solo una vetrina dove si compra e si vende ma proprio per questo non può essere ignorato: la Tv è ciò che si vede, tutto il resto è un corollario. Senza scomodare un pensiero ormai nella storia “Contet is the King” (1996). 30 anni.  

Ad esempio, avete mai sentito parlare di “duanju”??? Forse no e c’è da dubitare che qualcuno in giro ne sappia qualcosa. Eppure si tratta di un nuovo fenomeno in grado di realizzare numeri impressionanti di utenti, di tempo di visione (negli USA circa 36 minuti/giorno mentre la concorrenza di Netflix si ferma a circa 25) e fatturato: è un format “verticale” di circa 3 minuti destinato al “fast food” cellulare, brevi storie di fiction a bassissimo costo (attori sconosciuti e location improvvisate). In Italia si è accorta del fenomeno Maria de Filippi con la sua società partecipata al 50% da Mediaset che ad aprile scorso ha diffuso la prima versione di questo formato con “Tutto in una notte” e circolato sulle principali piattaforme social come Instagram, Tik Tok, YouTube e WittyTV.

Vogliamo poi parlare delle FAST Tv e dei contenuti che vengono diffusi? Ne abbiamo già scritto qualcosa: ci torneremo. 

Hai voglia dire, come alcuni nostri amici sostengono, che la “tv generalista resiste e lotta insieme a noi”. Hai voglia di riproporre residui del passato con repliche di repliche per poi ipotizzare fantomatiche “Fondazioni” di gestione del prossimo Servizio Pubblico. 

Segue …

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Una ventata di sano ottimismo

By Bloggorai ©

Come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie.  

D.A. – D.C. III, Inf. (vv. 112-114)

 

Ci sono momenti in cui la tastiera diventa pesante. Ci sono momenti in cui tutto o tanto si affardella ed è complicato ricondurre i ragionamenti ad un solo disegno. Ci sono momenti in cui si avverte un certo senso di stanchezza e fastidio ad occuparci di “cose” e di argomenti ormai logori e stantii. Ci sono momenti in cui si diventa quasi afoni e si fatica a trovare nuovi spunti di interesse e allora non resta che guardarsi alle spalle, non foss’altro per capire perché nonostante tanto sforzo e fatica, tanto lavoro di tante persone per tanto tempo e ciononostante ci troviamo al punto di partenza se non peggio. Con una aggravante: nessuno si assume la responsabilità degli errori compiuti, nessuno ha voglia, la forza o il coraggio di guardarsi indietro e tirare giù gli scheletri negli armadi.

La “riforma” della Rai e il Servizio Pubblico? La Rai di una volta e quella di TeleMeloni? Il suo futuro? Canone si o canone? Ci salverà l’EMFA? Gli ascolti calano? La Tv generalista “è viva e lotta insieme a noi” oppure è in via di estinzione? Un ibrido tra Broadcast e Broadband che “dovrebbero convivere nello stesso ecosistema”? Una rete di “servizio pubblico” e una con la pubblicità? Una Rai con 12 mila dipendenti e oltre 2000 giornalisti e con questa offerta editoriale e con queste risorse può reggere ancora e per quanto tempo? Rai Play come che si e Rai Play come che no. E di Rai Way cosa ne facciamo? E Mediaset che fine ha fatto? E i “Data Center” sono il futuro? E il “giornalismo d’inchiesta” chi lo fa? E le piattaforme resistono e insidiano o anche loro hanno in corso una mutazione genetica? E così via.

Bloggorai lo ammette: vive uno stato di confusione dove non riesce più a distinguere forma e contenuto, sostanza da apparenza, fumo e concretezza.

Tutto questo condito da una considerazione, forse banale quanto centrale: ad occuparsi a seguire più o meno con interesse, c’è solo una generazione giocoforza in via di estinzione. Tra i più “giovani” di questa generazione c’è il sottoscritto che ha quasi 74 anni, in buona compagnia di chi ne ha almeno dieci di più (ben portati). Nei giorni scorsi siamo stati ad un dibattito dove il più anziano (autorevolissimo) ha 92 anni e, a seguire, per età e rilievo, gli altri ne avevano 88 e 86. Uno tra loro (non citiamo il nome) ha ancora in mente Televideo. Tra questi, inoltre, c’è una fila di “Professori” quasi ottantenni che non hanno vinto un concorso a cattedra nemmeno per errore e non si vede al loro seguito nemmeno uno studente che partecipa o segua i loro insegnamenti. La “politica” assiste attonita, arranca e interviene scomposta con una lamentela infinita di “vorrei ma non posso”, specie in casa progressista: ancora qualcuno ricorda quasi con nostalgia il “piano Gentiloni” del 2007, ovvero stagionato di quasi 20 anni!!! Le uniche riforma Rai di rilievo che si ricordano è stata la Gasparri del 2004 e quella di Renzi nel 2015. Ora si appresta ad entrare nella storia quella Meloni del 2026.

Tutto questo condito da una ulteriore considerazione, forse banale quanto centrale: il pubblico che segue la Rai, il Servizio Pubblico, è sempre più anziano laddove progressivamente e inesorabilmente aumentano gli “over” e diminuiscono gli “under”. Stasera su RaiUno in onda un grande successo: "The Voice Senior".  

Dopo questa ventata di sano ottimismo, torniamo a goderci una splendida giornata d’autunno, ad osservare le foglie che cadono, lentamente e inesorabilmente.

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mercoledì 14 ottobre 2026

RAI: un glorioso futuro dietro le nostre spalle

by Bloggorai 

Sono trascorsi oltre 60 anni da quando uscì nelle sale cinematografiche il fantasmagorico  film "L'Armata Brancaleone".
Abbiamo una vaga sensazione e percepiamo intorno a noi un vago sentore di vicinanza a quel periodo. 

Sono trascorsi tanti anni e sul fronte della Rai e del Servizio Pubblico sembra di essere rimasti fermi ad un tempo passato se non tornati indietro. Se qualcosa andrà avanti, ancora una volta, non sarà per merito nostro ma per la forza della maggioranza di Governo, di questo Governo, e se ci sarà prossimamente una riforma porterà le firme di Meloni & C.

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martedì 13 ottobre 2026

Il Mostro e la Riforma RAI

By Bloggorai ©

“Quando nel tempo antico il mondo era descritto dal mito, nel Medioevo dalla religione, nell’età moderna dalla scienza, e oggi dalla televisione, in tutti questi passaggi gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la sua descrizione che di volta in volta la religione, la filosofia, la scienza e oggi la televisione hanno dato del mondo. Forse l’uomo non ha mai avuto a che fare con le cose, ma sempre e solo con le descrizioni che confezionano le cose. Se così non fosse stato, non potremmo parlare di storia e di successive epoche”. Umberto Galimberti, “La Tv che ruba l’anima”,

Il “clamore mediatico” è un elemento sostanziale del dibattito giuridico e spesso entra di prepotenza nelle aule dei tribunali a tal punto, talvolta, di poter scardinare le certezze del diritto. La “pressione dell’opinione pubblica” non è mai un fenomeno endogeno ma si produce allor quando si innesca dall’esterno una scintilla in grado di accendere le pulsioni emotive finalizzate a sostenere un determinato obiettivo che il Giudice poi è chiamato a ratificare in giudizio. E, nel caso di cui trattiamo, di obiettivi segnatamente politici ce ne sono a sufficienza per alimentare il “caso mediatico”.    

Ha scritto Leonardo Sciascia “Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in "innocentisti" e "colpevolisti" - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come quando uno scommette su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto.» Negli annali di giurisprudenza il primo caso italiano che viene ricordato è quello di Gino Girolimoni, inizialmente indicato come responsabile dell’omicidio di 7 bambine a Roma e poi completamente scagionato. Erano i primi anni del fascismo, 1924-27, e il nascente regime aveva bisogno di un colpevole per dimostrare la sua capacità di garantire ordine e sicurezza. La stampa complice di Mussolini venne scatenata contro il presunto colpevole, salvo poi dimenticarlo quando venne comprovata la sua innocenza.

Arriviamo a casi più recenti e torniamo appunto al “caso Tortora” del 1983.  Erano gli anni dei primi pentiti di mafia e di camorra e i personaggi di allora avevano il calibro di Raffaele Cutolo e veniva comodo e utile (si diceva alla procura di Napoli) avere un “mostro da sbattere in prima pagina”. Venne imbastito un processo indiziario basato sul nulla sul quale buona parte della stampa italiana ha vissuto di rendita e solo dopo molti anni venne dichiarato completamente innocente dalla Cassazione.

Negli anni passati ancora ricordiamo i casi clamorosi di Cogne, di Erba, di Perugia e tutt’ora di gran voga il caso Garlasco che alimenta il “clamore mediatico” ogni giorno pagine di giornali e ore di trasmissioni tv.

Nessuno stupore, dunque, nel leggere nella sentenza del Tribunale di Roma sul ricorso Ranucci contro la Rai che il “clamore mediatico” sia stato il fondamento ovvero il presupposto sostanziale degli accadimenti. Come vi abbiamo già scritto ieri, non solo in Aula si è evidenziato il “clamore mediatico” successivo all’emergere dell’amicizia tra Lavitola e Ranucci ma è poi proseguito esattamente durante il procedimento con la pubblicazione di articoli che non sono passati inosservati (vedi il famigerato articolo del Corriere dello scorso 26 settembre con il titolo “Report, la redazione contro Ranucci: «Se ritorna lui ce ne andiamo noi…”. L’articolo poi è stato smentito e sbeffeggiato ma nessuno ne ha tenuto conto. Come pure la citazione di una votazione (47 su 52) citata nella sentenza e avvenuta a luglio scorso dove è stato mescolato e  artatamente confuso il senso e l’oggetto del voto in redazione di Report dove non si votava la fiducia a Ranucci ma un progetto di riorganizzazione interna. Il Giudice ha invertito l’ordine degli addendi mutando il risultato: è stata esattamente la forsennata campagna mediatica scatenata dai più importanti gruppi editoriali nazionali (il Corriere della Sera in prima fila con una mole impressionante di articoli (con dosi massicce di “fonti Rai”) e, a seguire, tutti giornali del Gruppo Angelucci in buona compagnia di Dagospia che ha costantemente rilanciato tutto e per finire la stessa Rai con il Tg1 e trasmissioni (Giletti e Monteleone) che fino a poche ore addietro ancora hanno inzuppato il biscotto nel “caso Ranucci” ha messo la redazione di Report “sotto pressione” turbando alfine i loro fragili equilibri di serenità.  Che dire, infine del “clamore mediatico” sollevato dal senatore Gasparri e del suo partito che hanno scatenato la campagna contro la Giudice incaricata del procedimento, accusata di essere “politicizzata” poiché si era occupata in precedenza del caso Almastri, dimenticando o volutamente ignorando che la giudice era stata sorteggiata per quella occasione. Quanto può aver pesato il “clamore mediatico” sull’esito del procedimento contro Ranucci?

Nota a margine. Di tutto questo e in questo specifico contesto politico si avverte un silenzio imbarazzato e assordante: il “campo largo” sembra in tutt’altre faccende affaccendato per occuparsi anche di diritti fondamentali, di informazione e di Servizio Pubblico. Alla vigilia di una possibile riforma Rai che, di fatto, consegnerà alla destra, a questa destra, il futuro dell’Azienda e del Servizio Pubblico. I conti tornano. Attenzione: su questo tema invece “il clamore mediatico” al contrario non viene sostenuto, anzi, è calato uno spesso strato di cemento armato. Nessuno ne parla.

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lunedì 12 ottobre 2026

RAI: il "clamore mediatico" come nuovo attante giuridico

By Bloggorai ©

La Televisione è tossica, avvelena anche te, tenete lontano i bambini. La televisione è tossica per chi la subisce (i telespettatori) e per chi la “agisce” ovvero chi la produce. La televisione è tossica anche per chi la legge e per chi la scrive. 

La televisione produce tossine sia quando una persona si trova di fronte ad una telecamera ed entra in uno stato inebriante di potenza e dipendenza e sia quando le persone si trovano in stato catatonico, inebetite e paralizzate di fronte ad un monitor con una sola scelta in mano: il telecomando. La televisione produce tossine quando partecipa attivamente alla costruzione, quando entra nel “mainstream”, ovvero nella produzione della cosiddetta “narrazione” politica, sociale e culturale e financo “giudiziaria” del Paese.

Il titolo di questo post è uscito fuori ieri da una conversazione con un nostro lettore sul tema “dispositivo della sentenza avversa a Ranucci ex art. 700”: “Invidie, gelosie, tradimenti, ripicche, trame, inganni e complotti”. È un tema universale e non riguarda solo la televisione. In ogni famiglia, in ogni condominio, in ogni gruppo di persone organizzato all’interno delle loro relazioni si producono e si diffondono sostanze tossiche. Chi vi scrive, al pari di tutti voi, ha vissuto e vive tutt’ora in ambienti “sociali” dove quegli elementi di cui sopra sono pane quotidiano e si può facilmente intuire il senso di quanto stiamo scrivendo e dove andremo a parare. Chi nella vita non si è mai trovato di fronte, partecipe o testimone, di momenti “torbidi” dove appunto un parente, un collega, un amico, un compagno di partito o di gioco che pensavi ti fosse vicino e solidale per poi scoprire che invece ti era avversario.  Qualche volta succede invece che lo sai già prima che l’ambiente in cui andrai ad operare è inquinato. Per esempio, al sottoscritto, quando molti anni addietro è stato assunto in Rai venne detto subito “Attenzione, il settimo piano è diviso in due ali. Quella della presidenza è socialista e quella del DG è democristiana e guarda dove metti i piedi” e dove, appunto, “Invidie, gelosie, tradimenti, ripicche, trame, inganni e complotti” erano pane quotidiano. Ed era pane quotidiano dovunque poi ho lavorato e avuto modo di constatare: direzioni di rete, redazioni giornalistiche e società consociate. Mi consolava pensare che un clima simile mi era già noto in precedenza.

Tutta questa permessa è necessaria per arrivare al post di oggi: la lettura attenta e dettagliata della sentenza del Tribunale di Roma sul ricorso di Ranucci. Ci siamo presi la briga prima di stamparla e poi di leggerla attentamente con l’aiuto di una matitona rossa e blu (le cosiddette “ministeriali”). Perché ne è valsa la pena, ora che la “missione del Governo, di Rossi&C” è stata compiuta e difficilmente si potrà tornare indietro??? Ne è valsa la pena per tanti buoni motivi e il principale tra questi è un fatto relativamente inedito: forse, per la prima volta, il “clamore mediatico” entra di forza in un’Aula di Tribunale e diviene “attante”, ovvero un soggetto attivo e partecipe del procedimento giudiziario.

Il giudice, infatti, scorrendo le corpose 31 pagine della sentenza, ricorre spesso a questa “figura” giuridica utilizzata a piene mani dalla difesa della Rai per argomentare e sostenere la “richiamata prolungata esposizione mediatica di eccezionale risonanza” come presupposto logico, dal suo punto di vista, dell’allontanamento di Ranucci dalla conduzione di Report. E, si legge “… proprio in ragione di tale clamore sempre più intensificandosi …” il direttore Corsini ha esposto la “decisione aziendale di riorganizzare il programma. Ovvero, la “riorganizzazione” non è avvenuta perché dal punto di vista strettamente editoriale la si riteneva necessaria (analisi degli ascolti, messa in onda, etc) ma perché, appunto, il “clamore mediatico" avrebbe turbato la serenità della redazione di Report. E come sarebbe avvenuta questa variazione di “umore” nella redazione di Report? Evidentemente, si tratta di giornalisti ferrati con il ferro e con il fuoco che al primo stormir di fronda di un articolo del Corriere (tra i più ferventi alimentatori di "clamore mediatico" e ricco di solide “fonti interne RAI”) o di un soffietto di Dagospia, si turbano facilmente. 

La difesa Rai insiste a pag.5 : “ .. non potendosi negare il clamoroso e persistente strepitus ambientale e mediatico …” che pure, ad un certo punto, a pag. 10, si ritiene “bipartisan” poiché intervenute “esternazioni” sia della parte avversa a Ranucci (poi citati Salvini, la Russa  etc) e sia da parte “generalmente vicina all’opposizione (segnatamente citati Santoro, Formigli e Saviano) come a dire: se pure anche loro si sono “schierati” contro Ranucci ci sarà pure qualche motivo.

Ma la parte forse più interessante arriva a pag. 12 che è utile riportare per intero: riferisce Felice Ventura, direttore Risorse Umane “In relazione alla grave compromissione dell’attività della redazione per continue pressioni, espressioni utilizzate nella lettera del 28.8.2026, è stato il dott. Corsini a riferire di interlocuzioni con membri della redazione che lamentavano mancanza di serenità nella loro attività. Non sono a conoscenza dei nominativi dei membri della redazione che di ciò si sono lamentati ma per pressioni ci si riferisce al clamore mediatico della vicenda. Non so delle interlocuzioni tra il dott. Ranucci e Corsini, ragione per la quale non so che anche il primo abbia lamentato di sentirsi pressato. Parimenti è evidente che la trasmissione non poteva non aver subito degli effetti in termini di indipendenza editoriale e imparzialità rigorosa in relazione al clamore mediatico di cui sopra. Non si trattava di fatti specifici ma di un’ombra calata sulla trasmissione che la RAI intendeva tutelare” . Questo passaggio, questa dichiarazione di Ventura che sostiene di vedere le "ombre" quanto però di “non sapere nulla” ma avverte chiaramente il “clamore mediatico” è la pura espressione degli intendimenti del vertice Rai, ed è assolutamente fondamentale, senza la quale non si comprende tutto il resto, il pretesto e il contesto della sentenza che verrà poi emessa.

Segue.

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domenica 11 ottobre 2026

Bloggorai: lavori in corso

by Bloggorai

Riflessioni, studio, dibattito ...
le "cose" cambiano.

Comunque, rimanete sintonizzati !

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sabato 10 ottobre 2026

RAI: Missione compiuta, tutto sotto controllo

By Bloggorai ©

MISSIONE COMPIUTA: 

Ranucci fuori dalle scatole e Report ricondotto a più miti “servizi giornalistici d’inchiesta” come “Grosso scandalo sul balcone di Giulietta: Romeo è complice?” oppure “Il grande mistero delle bottigliette di plastica che galleggiano nel Mediterraneo” come preannunciato per la ripresa del prossimo 8 novembre.

C’è da immaginare e supporre che a Palazzo Chigi abbiano passato la notte festeggiando a Barbera e Champagne, ostriche di Gaeta con tarallucci e olivette. La Russa potrebbe aver ballato con Salvini e Gasparri con Bignami, mentre il direttore Corsini (sempre amico di FdI) avrebbe saltellato una taranta in compagnia di Cerno e Capezzone. In un angolo della Sala Grande, illuminata per le grandi occasioni, in disparte per non farsi troppo notare, assistevano gongolando l’AD Rai Rossi e il direttore del Tg1 Chiocci. Direttamente o indirettamente, alla festa hanno partecipato il Corriere (stamattina ha aperto il pezzo con un entusiasta “game over”) in prima fila con accanto i colleghi dei vari giornali che lo hanno seguito e accompagnato con fervente entusiasmo. Dagospia ha promesso un’edizione speciale. Non potevano mancare, seppure da lontano in Via Teulada, i redattori del “nuovo Report” oramai sereni, pacati, entusiasti dell’accordo raggiunto con la RAI (ora i ricatti hanno cambiato nome) e operosi ai quali si sono affiancati le punte di diamante del “nuovo giornalismo d’inchiesta” del Servizio Pubblico Rai: Giletti e Monteleone che, purtroppo, ora non gli è rimasto che Garlasco.

Facciamola corta: la destra e questo Cda Rai hanno vinto loro su tutti i fronti e oggi è Caporetto più che mai. Si sono votati la nuova legge elettorale, si voteranno la loro riforma della Rai e si stanno apparecchiando il Servizio Pubblico a loro immagine e somiglianza per i prossimi quattro anni. Che poi “pubblico” fino ad un certo punto: la Rai è ormai privatizzata di fatto ovvero nelle solide mani di soggetti esterni che imperano su tutti i fronti dall’informazione (da Maggioni e Vespa, da Lopez a Damilano in poi) allo spettacolo (De Martino) dalla Fiction con le diverse case di produzione che ormai si creano i loro palinsesti agli agenti artistici che impongono i loro personaggi. Cosa è rimasto di “pubblico”?

Molti diranno: “Ranucci ci ha messo tanto di suo” oppure “doveva capire che l’aria stava cambiando e fare un passo indietro” oppure ancora, semplicemente “Ranucci e il suo “metodo” Report mi stavano sulle palle” (scusate il francesismo). Si capiscono: è vero anzitutto che Ranucci ci ha messo tanto di suo e questo certamente ha fornito e alimentato la forsennata campagna non solo contro di lui ma contro ciò che Ranucci proponeva. Li vogliamo vedere i cuori di leone del Nuovo Report alle prese con la “politica” alla vigilia delle prossime elezioni. Ci toccherà tifare Vannacci per avere speranza che la Meloni non diventi Presidente della Repubblica e Salvini Ministro dell’interno?  

Finalmente ora che Ranucci è tagliato fuori una volta per tutte, possiamo dormire sonni tranquilli. Il futuro, come scriviamo spesso, è ancora tutto da scrivere. Ci verrebbe voglia di sperare di non doverlo leggere.

bloggorai@gmail.com

Ps: abbiamo citato spesso il passo del Giulio Cesare di Shakespeare “Cesare, guardati da Bruto; sta' attento a Cassio; non avvicinarti a Casca; tieni d'occhio Cinna; non fidarti di Trebonio; fa' attenzione a Metello” e, ripensando alla redazione di Report ci viene da pensare che tra i tanti errori e misfatti “affettuosi” di Ranucci con Lavitola ci sia anche quello di aver coltivato un allevamento di perfidia e tradimenti.

venerdì 9 ottobre 2026

RAI: ultima spiaggia tra pubblico e privato

By Bloggorai ©

I lettori e le lettrici di Bloggorai che hanno buona memoria sanno bene che da oltre 8 anni di pubblicazioni ci siamo pre-occupati del futuro della Rai e del Servizio Pubblico. Abbiamo, da sempre, sostenuto riflessioni semplici: questa Rai (anche quella precedente a questo Cda di destra) non può essere più essere la stessa degli anni passati. Tutto è cambiato ed è necessario ripensare completamente la sua missione, i suoi vincoli e il rapporto tra risorse e capacità di offerta editoriale.

Abbiamo pure scritto, in epoca non sospetta, che non è sufficiente immaginare una riforma della sola Rai se tutto il sistema audiovisivo che le è intorno vive una sua “selvaggeria” dove ogni soggetto che vi opera galoppa indisturbato. Abbiamo poi pure scritto che il solo EMFA non è sufficiente e seppure potrebbe garantire criteri equi e trasparenti nonché una relativa indipendenza del Servizio Pubblico dall’ingerenza della politica, forse è necessario provare ad immaginare qualcosa di altro, di diverso.

Questo “altro” o diverso ci porta nel cuore di un tema spinoso, faticoso da affrontare e pure alquanto scorbutico: a quali compiti, quale missione deve perseguire la Rai, ovvero come dovrà essere il Servizio Pubblico prossimo venturo? Domanda semplice e banale ma risposte complesse.

A dare una possibile risposta oggi ci prova il senatore Luigi Zanda (PD) che sulle pagine de Il Foglio ritiene che “Ho cambiato idea sulla proprietà pubblica della Rai” e scrive: “Una parte ampia della sua programmazione ha ormai un carattere commerciale identico a quello delle emittenti private. L’informazione è spesso battuta dalla concorrenza per completezza e talvolta, ahimé, per obiettività. Su gran parte degli sport più popolari, a cominciare dal calcio, dal tennis e dall’automobilismo, la Rai ha abdicato a favore di canali privati cui gli sportivi italiani accedono pagando un non lieve corrispettivo” etc etc etc. Notare poi che ormai da quasi tre anni la Rai ha un cda anomalo con “due” presidenti e una Vigilanza evaporata (e forse non solo per responsabilità della maggioranza) e, a quanto sembra, funziona. Se non che, anche Zanda ripropone una soluzione che, come pure abbiamo già scritto, appare come una toppa più piccola del buco che vorrebbe coprire: la proprietà Rai affidata ad una Fondazione la cui composizione sarebbe variamente assortita.

Se non che, giusto ieri, pure il potente Giovanbattista Fazzolari, dall’alto del suo ruolo a Palazzo Chigi al fianco della Meloni, ha scritto sempre sul Il Foglio (NB: che ‘tocca fa per leggere qualcosa di interessante che non sia il “caso Lavitola” o le Cronache di Garlasco) ha esposto il suo pensiero sul futuro della Rai: “Partirei da un ragionamento serio sull’ipotesi di ridurne il perimetro, magari privatizzandone una parte per ottimizzare la sua funzione di servizio Pubblico”. Non la consideriamo un’eresia. Del resto, già nel lontano 1995 al referendum per la privatizzazione della Rai (promosso dalla Lega ma sostenuto anche dal PDS) i SI vinsero con oltre 13 mln di voti e il 54%. Poi non è successo nulla, ma questa è un’altra storia.

Il mese prossimo andrà in Aula la riforma promossa e sostenuta dal Governo Meloni e pure questa, purtroppo, sarà una un’altra storia.

Bloggorai@gmail.com

Ps. Sempre Fazzolari ieri ha detto “E’ vero che lo volete licenziare? No, se avessimo potuto scegliere in base al nostro interesse, a noi sarebbe convenuto che Ranucci fosse rimasto alla conduzione”. Chiarissimo e chi vuole intendere ha già inteso. Chi legge solitamente Bloggorai sa tutto (o quasi) in buon anticipo e non perché consulta gli astri o frequenta chiromanti 

giovedì 8 ottobre 2026

Tv e RAI: la Grande Fuga ...senza ritorno

By Bloggorai ©

Quando succede, e succede spesso, di dover mettere mano al ricco archivio (cartaceo) di Bloggorai prende un vago senso di scoramento. È disperante rileggere al quantità industriale di pensieri, interviste, dichiarazioni, proposte, riflessioni, documenti ufficiali e ufficiosi, ricerche e documentazione di ogni genere sulla Rai, sul Servizio Pubblico. Ci si perde.

Ieri è successo che una nostra attenta lettrice ci ha ri-proposto un tema che da tempo seguiamo con attenzione. La mutazione, la scomposizione e le migrazioni del pubblico della Tv, dalla generalista verso lo streaming.

Sicché, siamo andati in archivio a cercare il faldone “ascolti” e sono riemersi “ruderi” di un passato che sembra ormai lontano ma invece è appena successo e sta ancora succedendo. I titoli non lasciano adito a dubbi: da anni stiamo assistendo a importanti fenomeni in corso. Nei giorni scorsi ci siamo soffermati sulla fuga di milioni di telespettatori da Rai Uno in particolare (ma anche da Rai Tre) con gli esempi di DOC e di Benigni e la nostra lettrice scrive “Con la diversificazione delle fruizioni/device, per esempio, molti telespettatori potrebbero continuare a fruire degli stessi contenuti “televisivi” (p.e. Fiction Rai) attraverso altri device (tablet o smartphone) e on demand, in “prime time” personalizzati”. È vero, ha colto un punto centrale: la mutazione genetica del pubblico, la sua diversa composizione e attitudine ad un “consumo” di televisione articolato nello spazio e nel tempo sta cambiando, ormai da anni, le carte in tavola. Anzitutto la platea televisiva negli ultimi 10 anni di fronte alla Tv generalista e digitale terrestre è mutata in questi termini:

2016, intera giornata 10,3 mln di telespettatori

2026, intera giornata 8,7 mln di telespettatori (inclusa Total Audience)   

Nel 2016 le Smart Tv erano circa 7 mln

Nel 2026 le Smart tv sono circa 23 mln

Nel 2016 il TTS (tempo medio di fronte alla tv) era di circa 4,1 ore

Nel 2026 il TTS (tempo medio di fronte alla tv) è di circa 3,2 ore

Nel 2016 i “giovani” (fascia 15-24 anni) erano circa 1,8 mln

Nel 2026 i “giovani” (fascia 15-24 anni) sono circa 0,9 mln

In questo quadro, appare del tutto evidente che sia tutta la Tv generalista e digitale terrestre a “soffrire” le mutazioni in corso. Bloggorai però, con la limitatezza dei mezzi di cui dispone e in considerazione del suo specifico ambito di riferimento, pone particolare attenzione alla Rai, al Servizio Pubblico che sembra soffrire nella media più del mercato in cui opera, sia rispetto al suo diretto concorrente Mediaset, sia rispetto al rispetto agli altri operatori o piattaforme. Per intenderci, la stessa Rai Play negli ultimi tre anni nel Legitimate Streaming e nel TTS è rimasta pressoché stabile mentre gli altri operatori digitali sono cresciuti. Ha scritto ieri Siliato (Studio Frasi) su La Stampa “Netflix è passata da 230,75 milioni a fine 2022 a oltre 325 milioni a fine 2025, Warner Bros. Discovery da 96,1 a 131,6 milioni nel 2025”.

Ora la domanda è se la Rai è in grado con le risorse economiche e manageriali (nonché ideative) di fronteggiare questa “nuova” dimensione del mercato in cui opera.  

Siamo alla vigilai di una possibile “riforma” della Rai targata Meloni. Stamattina Il Foglio pubblica un lungo ed interessante articolo/intervista al sottosegretario di Governo Giovanbattista Fazzolari che, ad un certo punto sostiene “E con la RAI che si deve fare? Partirei da un ragionamento serio sull'ipotesi di ridurre il perimetro magari privatizzando una parte per ottimizzare la sua funzione di servizio pubblico. Ma è un ragionamento complesso da fare con calma”. Si, prima o poi anche ‘sto “campo largo” o quel che sarà si dovrà occupare di questo aspetto.

bloggorai@gmail.com

 

ps. Ieri sera è andato in onda su Rai Due un “nuovo” format informativo: Patù. Non lo abbiamo visto ma sappiamo che ha gatto l’1,5% di ascolti con circa 155 mila telespettatori. 

Un trionfo: se Bloggorai ci si mette d’impegno potrebbe fare di più e di meglio (a gratissssss).


 

mercoledì 7 ottobre 2026

ESCLUSIVA del Nuovo Report: Giulietta ... dove sei ???

By Bloggorai ©

Stamattina eravamo i soliti “quattro amici al bar” del quartiere. La stessa liturgia: “caffè macchiato lungo” … “cappuccino senza schiuma” … “normale” … “cornetto alla crema, per favore, tagliato in due” e bicchieri d’acqua. Ne manca uno: prende una cosa più tardi: ha preso la medicina.

Stancamene, pigramente, alquanto silenziosi, ci scambiamo i giornali: Corriere, Repubblica, Stampa e, a turno un giorno l'uno e un giorno l'altro, Messaggero o Fatto. La carta stampata costa e si capisce perché si comprano sempre meno giornali. Commenti striminziti, al minimo sindacale: legge elettorale, la benzina, ‘anvedi in Francia che te stanno a combinà sti giovani .. e i nostri??? Boh!

Se non che, ad un certo punto, mi arriva il giro di mano del Corriere e, giocoforza, vado a cercare qualche spunto che interessa la RAI e il Servizio Pubblico. Per poco non mi casca la tazza del caffè dalla mano.  A pag. 17 (numero sfortunato) si parla del Nuovo Report in onda il prossimo 8 novembre e si legge: “Di certo le inchieste che vengono anticipate sui social mostrano un approccio diverso: c’è quella sull’energia in Cina, quella sulla procreazione assistita, quella sull’inquinamento del Mediterraneo, e quella sul business del balcone di Giulietta e Romeo a Verona. L’impressione è che si voglia riconnettere Report al modello precedente a quello di Ranucci, insomma a quello di Milena Gabanelli”.

Bloggorai lo giura sulla testa dei miei amici: questa mattina non voleva scrivere nulla. Ma dopo aver letto una frase del genere, non poteva e non doveva risparmiarsi. In queste poche righe, in un pensiero dei "social" (??? da quando i "social" hanno notizie sulle prossime inchieste del "nuovo" Report?) di tale densità, in uno spazio mentale e politico di tanta grandezza non ci si può tirare indietro: la Patria chiama.  

Tutta la “vicenda” Lavitola e il connesso Ranucci si racchiude tutto qui: non c’è alcun bisogno di scomodare trame e complotti, amicizie pericolose o vongole senza guscio alla Paolo Mieli, oppure i soliti servizi segreti, poteri forti e affari in Africa. È sufficiente occuparsi del “business del balcone di Giulietta e Romeo a Verona” e la redazione del Nuovo Report potrà stare "serena" come auspicato dal suo direttore Corsini che già firma le trasferte.

Immaginiamo. Se a Bloggorai è venuto uno stranguglione a leggere un tale temerario programma di “nuovo giornalismo d’inchiesta” made by Meloni con il valido supporto di Rossi&C, possiamo immaginare cosa sia successo questa mattina a Palazzo Chigi leggendo il fidato Corriere. Avranno pensato “Il terrore corre sul filo” è stato sventato oppure dobbiamo temere di peggio? Ordiniamo o no ‘ste casse di prosecco con le olivette taggiasche e i tarallucci pugliesi o no? E dobbiamo ancora aspettare qualche giudice? Attenzione. le elezioni incombono.

Ahhh … commentavamo con i soliti “quatto amici al bar”: non ci sarà più il Report di una volta, quello che si occupava dell’”amico mafioso” e del clan Senese e gli amici di Diabolik, oppure dell’inchiesta sulla compravendita di armi con gli israeliani, oppure dei vari personaggi della serie La Russa o Santanchè, oppure del Garante della Privacy e delle bistecche del noto macellaio del centro di Roma. Ahhhh ... bei tempi, altra Rai. 

Ha colto correttamente il Corriere di oggi: Report di Ranucci non era proprio il Report della Gabanelli, lo sappiamo bene.

I tempi moderni della Rai invece sono fatti di Giletti che lunedì sera cercava di parlare con il socio di Lavitola in Africa. “Clesioooo ... Clesio ...  si sei? Non si sente nulla, però vedo che mi manda i “cuoricini”: una pagina epica di televisione e di giornalismo di Servizio Pubblico che fa il paio con Filorosso di ieri sera con oltre 30 minuti di Salvini che comizia indisturbato sulla sicurezza nelle città. Per la cronaca: Filorosso su Rai Tre condotto dal prode Monteleone che ha aperto con "clamorose novità sul caso Garlasco” poi mai svelate ha portata a casa il risultato clamoroso del 2,6% con circa 380 mila telespettatori. Ribadiamo il concetto: se Bloggorai mette su un’antenna su un terrazzo di un condomino in zona popolosa o su una collina della Bassa Val Tiberina e trasmettesse solo filmati delle vacanze coni pupi e il gatto potrebbe fare molto di più e di meglio.

Ci siamo lasciati e salutati con i quattro amici al bar con un leggero senso di mestizia e tristezza. “ci vediamo domattina?”… “boh… forse, vedremo …”

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martedì 6 ottobre 2026

RAI. Sacro e profano, miracoli e bluff

By Bloggorai ©

La vita non è sempre questione di tenere in mano delle buone carte ma, a volte, di saper giocare bene una mano svantaggiosa. (Jack London)

Per chi ha vaga ide di cosa sia il “bluff” o si fosse mai avvicinato ad un tavolo di Poker, sa bene che il bluff è arte sopraffina quanto rischiosa: puoi trovare la fortuna di una serata o romperti l’osso del collo.

Non è stato sufficiente l’intervento divino del Santo Francesco a risollevare le sorti cupe e disperate dei telespettatori in fuga dalla Rai. Domenica scorsa è andato in onda il “solito” Benigni ormai anche lui stanco e ripetitivo, come una persona anziana che ripete le stesse cose senza rendersi conto di averle già dette. O, forse lo sa talmente bene che non può altro che gongolare per aver rivenduto un “usato sicuro”. E, in verità, l’evento ovvero la “serata speciale” su “Francesco -il Cantico” inonda su Rai Uno non solo era già nota sugli schermi di Paramount + dal 2022 ma il DVD è normalmente in vendita su Amazon o da Feltrinelli al modico prezzo di 12,99 euro. Un affare. E fin qui, ci può stare: i telespettatori hanno visto lo spettacolo “aggratisse” ovvero compreso nel canone, cioè vero Servizio Pubblico. Magari ripassato in padella ma tanto il Santo Francesco quello era e quello è.

Se non che, come si dice: “si può prendere in giro qualcuno qualche volta ma non tutti sempre” e allora è successo che Benigni ha perso per strada qualche milione di telespettatori passano dai 12 milioni per la trasmissione sulla Costituzione nel 2012, ai circa 10 milioni nel 2014 sui Dieci Comandamenti per finire ai 4,5 sull’Europa dello scorso anno e concludere domenica scorsa con 3,7 milioni che, comunque, sono tanti. Certo, si dirà, gli ascolti non sono un dogma ma non sono nemmeno una variabile indipendente della quale non tenere conto specie poi se si tratta di un prodotto non originale e con evidenti riflessi commerciali (il produttore esecutivo è il noto agente artistico Lucio Presta) ma i telespettatori in fuga sono un problema e non di poco conto. Nota a margine: la “serata evento” di “Francesco, il Santo di tutti” è iniziata alle 22.15. A Villa Arzilla a quell’ora hanno spento le luci: i nonni e le nonne dormono. Amen.  

Bene, andiamo ora alla notizia del giorno: la Rai ha sospeso Ranucci per dieci giorni. Difficile interpretare e commentare. Per quanto sappiamo e per quanto abbiamo seguito ci siamo fatti una vaga idea. La Rai ha annaspato nel buio e nella confusione sin dall’inizio della vicenda e, ad aggravare la sua posizione, gli sono giunti “aiutini” da autorevoli esponenti dei partiti di Governo (La Russa, Salvini etc.) e da autorevoli quotidiani che hanno “pompato” costantemente la vicenda con paginate intere di “fonti” interne Rai con lavori del Comitato Etico. Tra i quotidiani, sceglietene uno a caso.

Amico di Lavitola o meno, simpatico o antipatico o meno, sbruffone o meno, il perno centrale di tutta la vicenda è e rimane uno solo e chiarissimo: Ranucci doveva e deve essere stroncato subito, prima dell’inizio della nuova campagna elettorale. Impensabile, impossibile immaginare che il prossimo l’8 novembre Report potesse partire da “Eravamo rimasti a “l’amico mafioso” o qualche indagine sui software comprati dagli israeliani”. Ecco allora che nella confusione e nel nulla in cui si sono agitati i legali Rai arriviamo alla decisione comunicata ieri. “Solo” dieci giorni e non il licenziamento a cui molti speravano sono la prova provata, la canna fumante del nulla che hanno in mano e un autogol clamoroso di un tentato bluff che gli rischia di finire miseramente. Partiamo da questo che è il punto più grave: vengono imputate a Ranucci le conversazioni tra lui e un parlamentare dei 5S, Dario Carotenuto. Non si può intercettare un parlamentare e non si possono utilizzare sue intercettazioni senza l’autorizzazione della apposita commissione della Camera. In altri termini: se avevano prove forti, convincenti e robuste da resistere in ulteriore giudizio lo avrebbero licenziato in tronco, senza esitazioni. Come abbiamo scritto e supponiamo: c’è altro. Non potevano, non volevano e non dovevano licenziare Ranucci.

Di autogol i legali Rai &C ne hanno commessi senza sosta: l’ultimo è “l’ucronia” (genere narrativo e un esperimento mentale basato sull'ipotesi che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale - Wikipedia) del direttore Corsini (amico e sodale della Meloni) il quale ha auspicato che “Speriamo che Ranucci non venga reintegrato”. Un classico “wishful thinking” di altri tempi che detto nel pieno di un procedimento in corso non sembra proprio una bella mossa. Semmai fosse che invece Ranucci venisse reintegrato dal Giudice che succede? Corsini si dimette? Nota bene: nelle “note aggiuntive” che la Rai ha presentato al giudice del lavoro di Roma, c’è il famigerato articolo del Corriere del 27 settembre con il titolo “Se ritorna lui ce ne andiamo noi. Report, la redazione contro Ranucci” ovvero veleno inzuppato nel nulla intriso di niente senza un nome, una persona della redazione che sia uscita allo scoperto. Poi, ovviamente tutto smentito.

La “guera” è in corso …

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lunedì 5 ottobre 2026

FLASH: Ranucci sospeso per 10 giorni

 Apprendiamo dal Fatto Quotidiano 

che la Rai ha comminato una sanzione di 10 giorni a Sigfrido Ranucci.

A domani il commento 


https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/05/rai-ranucci-sospeso-report-news/8528060/  

RAI Uno: è notte ... per gli anziani è ora di dormire e per i giovani è tempo di migrare

By Bloggorai ©

Iniziamo bene la settimana con un grazie ad una nostra attenta e qualificata lettrice che ci permette di affrontare un tema importante: perché milioni di telespettatori abbandonano la Rai? 

È successo nei giorni scorsi che Rai Uno ha mandato in onda DOC, una fiction di successo (e ci dicono anche interessante). Abbiamo poi constatato che questa nuova serie ha perso oltre 3 milioni di persone da quando è iniziata nel 2020. Ci siamo chiesti perché è avvenuto questo fenomeno, cosa è successo, quali sono gli elementi che hanno indotto così tanti telespettatori a cambiare canale o piattaforma?

Abbiamo accennato a due possibili cause: “Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza enorme attenzione poi, per fortuna, ora scemata. Un’altra possibile risposta è legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme”. Ora, la nostra lettrice ci ha segnalato forse la causa più rilevante, quella che ha modificato sostanzialmente le abitudini serali degli italiani di fronte alla TV: l’ora della messa in onda della “antica” prima serata che non inizia più intorno alle 21.15 ma quasi intorno alle 22. Giovedì sera DOC è iniziato esattamente alle 21.50 al termine del solito lunghissimo gioco dei pacchi, un aperto sostegno alla ludopatia.

Passo indietro: il 28 gennaio 2026 l’AgCom delibera un “Richiamo nei confronti della società Rai-Radiotelevisione italiana S.p.A. al rispetto delle previsioni di cui al punto 3 dell’allegato 1 al Contratto di servizio” ovvero “RICHIAMA la RAI – Radiotelevisione italiana S.p.A. all’osservanza degli obblighi derivanti dal punto 3 dell’Allegato 1 al Contratto di servizio, garantendo la coerenza tra gli orari di trasmissione comunicati al pubblico e l’effettiva messa in onda dei programmi, anche 19/26/CONS 4 nella fascia di prime time…”. Cosa è successo dopo? Nulla. Lettera morta, nessuno se l’è filata. Un richiamo formale dell’Autorità di Controllo e Garanzia del Servizio Pubblico viene completamente ignorata come se nulla fosse. Come al solito, ci domandiamo se i consiglieri di amministrazione, oltre che diffondere comunicati stampa del giorno dopo e partecipare festosi all’inaugurazione del nuovo Studio Pippo Baudo, si accorgono che ci sono regole che andrebbero rispettate dal Servizio Pubblico, altrimenti poi difficile lamentarsi del fatto che la Vigilanza è sospesa. A cosa serve il Contratto di Servizio se poi nessuno provvede a farlo rispettare?

Ma andiamo avanti. Il tema della “prima serata” è ormai vecchio anche se, ufficialmente, ha una data recente: tutto inizia il 14 luglio dello scorso anno con l’inizio della Ruota della Fortuna di Mediaset, con un format iniziale di circa 50 minuti poi scivolato verso i 70 per concludersi regolarmente intorno alle 21.50 uccidendo così completamente il “prime time”. Rai segue “a ruota” Mediaset, pur andando regolarmente “sotto” il diretto concorrente. 

Sono trascorsi “appena” dieci anni da quando il DG Campo Dall’Orto e il direttore Fabiano dichiararono “la prima serata deve iniziare alle 21.15”. Altri tempi, altra Rai. Non se li sono filati nessuno e le cose sono sempre peggiorate. Secondo il glossario Auditel “Prime Time- E’ l’orario “di punta” della Televisione. In Italia, il Prime Time inizia ufficialmente alle 20:30:00 e termina alle 22:29:29. Tuttavia, si è andato progressivamente diffondendo l’uso del “Prime Time” compreso tra le 21:00:00 e le 22:59:59”. Ovvero, una volta iniziava subito dopo i Tg ed ora inizia subito dopo la fine dei giochi (Canale 5 ha aperto la strada). Nei giorni scorsi, l’attrice Elena Sofia Ricci ha protestato: “Prima serata troppo tardi, mancanza di rispetto per il pubblico” e il “pubblico” poi si scoccia a cambia canale oppure emigra verso altre destinazioni: le piattaforme. Al solito: cercate i soldi. Leggendo i listini di Rai Pubblicità e di Pubblitalia i costi degli spot variano dagli 80 ai 130 mila euro per 30 secondi. Il “rispetto del pubblico” passa attraverso questa mannaia: per evitarla i telespettatori fuggono e le piattaforme gongolano.

Nota bene: l’emigrazione di telespettatori in fuga da Rai Uno ha riguardato pure il sabato sera, ovvero  la trasmissione di punta della rete: “Ballando con le stelle” negli ultimi 5 anni ha perso per strada circa 1,5 milioni di persone, passando dai 4 dell’edizione del 16 ottobre 2021 ai 2,4 del 3 ottobre scorso.

Gli anni passano, i figli crescono e i telespettatori Rai invecchiano. I figli “scappano di casa” e gli anziani guardano Rai Uno o ciò che ne resta.

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sabato 3 ottobre 2026

RAI. I have a dream ...

By Bloggorai ©

Ogni tanto, succede, che si possa immaginare o sognare che la Rai, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, possa essere diverso da quello che oggi è e magari vagamente somigliante a quello che era … una volta. I sogni, si sa, sono materia misteriosa e non costano nulla.

Ecco allora che, succede, che va in onda la quarta serie di Doc, una serie fiction su Rai Uno di grande successo. Ne parlano gran bene e lo stesso Corriere oggi ne magnifica le qualità a tal punto da scrivere “Miracoli della fiction. Argentero, ministro subito!!!”. Ovviamente, c’è stato subito chi ne ha applaudito l’ennesimo successo di pubblico: giovedì sera “vince la serata …” oppure “sbanca gli ascolti …” etc. Verrebbe da dire che, succede, che pure alla Rai si fanno “cose” buone. Già, se non che le “cose” ovvero gli ascolti di Doc vincono la serata ma non convincono i telespettatori: dalla prima edizione ad oggi sono “emigrati” poco meno della metà, passando dai circa 7 milioni del 2020 a circa 4 di quest’ultima puntata. La perdita non è di poco conto: lo share è rimasto pressoché invariato (circa il 26%) ma le “teste” di fronte alla tv sono diminuite con grande disappunto degli inserzionisti pubblicitari che, notoriamente, comprano spazi in relazione agli individui presenti di fronte alla Tv e non per lo share. Cosa è successo? Perché un numero così elevato di telespettatori abbandona il suo interesse? Ci sono tante risposte plausibili. Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza enorme attenzione. Un’altra possibile risposta è legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme. Non tutto funziona come Montalbano, o come la Principessa Sissi o come Pretty Woman con la televisione dei bei tempi che furono.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi si è sparsa sui social una notizia: Rai Storia manderà in onda il prossimo 10 ottobre il documentario Naza sul genocidio “tecnologico” compiuto dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza dove sono stati massacrati oltre 70 mila civili. La voce gira velocemente e solleva incredulità: possibile mai che la Rai possa essere così coraggiosa ma mandare in onda una cosa del genere? Bloggorai ha sollevato dubbi e chiesto in giro: naaaaaa, tranquilli … sereni. Non ci pensano lontanamente e, anzi, se ne guardano bene anche solo da sollevare il tema.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi è iniziata la programmazione di “Italiana” sul canale 57 al posto di Rai Scuola. Abbiamo provato a vedere e ci è passata subito ogni fantasia. Niente, non c’è verso: sprovveduti allo sbaraglio che pur di impossessarsi di un territorio televisivo non si fanno scrupoli di cancellare un vincolo di Servizio Pubblico e metterci al suo posto una riedizione di vecchi programmi rivisiti e corretti in acqua fresca. Techedeche, a confronto, è una grande novità. “Vogliamo promuovere il Made in Italy nel mondo” ha detto il direttore distribuzione Ciannamea (una volta, si leggeva, molto quotato in area Lega, ora non si sa). Già: ne abbiamo tanto bisogno.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi andavano in onda i mondiali di ciclismo su RaiDue. È successo che, ad un certo punto, la trasmissione è stata interrotta per dare la linea al Tg2 proponendo di proseguire e spostare la visione su Rai Play. “Demenziale” è stato il commento più generoso: passare dal DTT allo streaming è come darsi una zappata sugli stinchi e vivere felici. Nella Rai di oggi succede.

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venerdì 2 ottobre 2026

Vittoria: "Loro" 4 ... "Noi" 0

By Bloggorai ©

Un rumore, un brontolio cupo, antico, sordo e profondo si avverte nelle viscere, nelle fondamenta, nei retrobottega di quanti (ormai pochi e con una certa età) seguono, si occupano e si preoccupano di Rai e del futuro del Servizio Pubblico.

Si avverte un vago senso di distaccata attenzione, di malumore e di diffuso malmostio nella consapevolezza di aver perso una battaglia non perché erano più forti “loro” (la destra ovvero il Governo) ma perché eravamo deboli e confusi “noi” (i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo”) che ancora non riusciamo ad inserire questo tema come prioritario e strategico nell'agenda politica.

Hai voglia a dire e protestare: la partita la stanno vincendo “loro”. “Noi” non abbiamo una squadra con un reparto di difesa e tantomeno uno di attacco capace di buttare la palla dentro la rete almeno una volta. Ha scritto Vincenzo Vita sul Manifesto ormai sei mesi addietro “La Rai da tempo non è una priorità, ora è un fastidio”. Già, forse è un “fastidio” e forse non solo per la maggioranza.

Primo gol. La riforma RAI: nei giorni scorsi abbiamo avuto la conferma di quanto da tempo Bloggorai ha scritto chiaro e tondo da mesi, in epoca non sospetta: il Governo intende portare in Aula la “loro” proposta di Legge di riforma della RAI prima della fine legislatura per scrivere una ipoteca granitica sul “nuovo” Servizio Pubblico che verrà dal 2027. Ebbene, il prossimo 26 novembre la “riforma RAI” targata Meloni andrà in Aula del Senato e con i numeri di cui dispongono se la canteranno e suoneranno da soli, come previsto e prevedibile. Il prossimo anno ci giocheremo tutto: elezioni, rinnovo della Concessione e nuovo Cda. Il rischio di avere Tele Meloni per i prossimi quattro anni è più che concreto.

“Dati causa e pretesto, come siamo giunti a tutto questo?” È successo che “noi” ovvero “i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo” siamo partiti da lontano, talmente lontano con tante innumerevoli proposte di riforma RAI che ci siamo persi per strada senza mai riuscire a trovarne una comune. Bloggorai possiede tutto l’archivio di ogni proposta di Legge, documento di lavoro, ipotesi di dibattito, che proviene da tempo, tanto, forse troppi anni di incertezze e vaghezze. Tutto poi naufragato recentemente (aprile /luglio scorso) in strampalati e bizzarri emendamenti immeritevoli di nota. Tanto per capirci: il famigerato “COM” (Contratto Obiettivi e Mezzi) che pure laddove lo hanno inventato poi lo hanno spernacchiato; oppure il “canone scorrevole” oppure ancora una faraonica “Fondazione”. L’opposizione si è persa non solo sui sentieri della tattica ma pure nell’autostrada a quattro corsie della strategia: ci si è ancorati all’EMFA senza aggiungere una parola sul progetto, sulla visione e sulla prospettiva del Servizio Pubblico con la speranza che la soluzione della governance e del finanziamento risolvesse il problema della sua offerta editoriale, del suo assetto organizzativo e del suo futuro tecnologico.  

Secondo gol. Storia analoga per la Vigilanza RAI: bloccata da quasi un anno. Per la protervia della maggioranza ma anche per la confusione dell’opposizione: era giusto opporsi al nome della Agnes “imposto” dal Governo ma forse si poteva e doveva trovare una soluzione alternativa proposta dalla stessa opposizione con un altro nome. Perché non è avvenuto? Lo scorso luglio i parlamentari dell’opposizione si sono dimessi e quale è stato il risultato, cosa ne è venuto fuori? Nulla, come e forse peggio di prima: se mai fosse che si andrà alle elezioni anticipate la Vigilanza non c’è (e dovrebbe occuparsi del regolamento par condicio).

Terzo gol. Questo Cda Rai, questo AD Rossi stanno portando a termine il loro mandato tranquilli e beati, incuranti dello stato di estinzione dove si trova la Rai e Il Servizio Pubblico. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo forte e chiaro: si tratta di un Cda frutto malato di un albero avvelenato che non doveva nascere: a settembre 2024 le indicazioni dell’EMFA su criteri di nomina erano già noti (seppure ancora non vincolanti) e si potevano e dovevano adottare tant’è che l’opposizione era tutta unita (fino al pomeriggio del 25 settembre” con l’indicazione “prima la riforma e poi le nomine”. Sappiamo come è andata a finire. M5S e AVS da una parte e PD dall’altra con i due consiglieri, di Majo e Natale, specializzati nei comunicati del giorno dopo e che nonostante gli inviti a dimettersi venuti da più parti, rimangono incollati alla poltrona.

Quarto gol. L’Azienda RAI, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, è avviata sulla strada di un progressivo e ineluttabile declino sia per le nuove dimensioni del mercato, sia per la sua incapacità/impossibilità ad essere migliore di quello che oggi è. Questo processo non è frutto di una combinazione casuale, di una fortuita coincidenza (oppure come qualcuno ha scritto "autolesionismo"): vedi le dichiarazioni dell’AD sull’emigrazione dei telespettatori da RAI Tre. Si tratta di un processo di degrado in termini di pubblico: sempre meno e sempre più anziano. Lo è in termini in termini di offerta editoriale: palinsesti infarciti di repliche e di format d’acquisto e pure quando c’è un “format” o un brand fatto in casa, di proprietà, viene ceduto in “comodato d’uso” ad una persona esterna (vedi Maggioni con il “suo” Newsroom). Lo è in termini di “piani” inesistenti (informazione), oppure industriale (non ci sono risorse per sostenerlo, vedi conclusione del deal RAI Way: vedi ieri sul Sole un articolo a firma Andrea Biondi con titolo "Rai, sui conti l'incognita Rai Way" dove si legge "...senza la valorizzazione delle quote di RaiWay ... la Pnf andrebbe oltre i - 600 mln ".  ) oppure immobiliare (scelleratezze varie: dall’operazione Portello di Milano alla vendita di Torino, Venezia e Roma).

Nota bene. Questo campionato non prevede un girone di ritorno.

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