domenica 3 marzo 2024

RAI: il suo futuro del 2027 è iniziato nel 1995

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Innovazione, riformulazione, trattazione, razionalizzazione … privatizzazione … 
ri -fondazione … rinnovo della Concessione. 

La somma di questi termini porta tutta verso una sola direzione: disegnare il destino della Rai e del Servizio Pubblico (insieme o separatamente) sullo scenario di una possibile uscita dalla sfera pubblica e contemporaneo ingresso in quella privata. Dal solo punto di vista dell’interesse collettivo, della rilevanza pubblica, è un bene? È un male? Potrebbe riguardare tutta la RAI o solo parte di essa?

Torniamo al mini sondaggio fatto in casa da Bloggorai nei giorni scorsi quando abbiamo chiesto quale potrebbe essere il futuro della RAI tra 10 anni e lo spunto è venuto con la lettura dell’ennesimo articolo su questo tema particolarmente complesso e urticante. Lo ha pubblicato Il Foglio con questo titolo “NOI TRA AMERICA E PUTIN. Privatizzare fa bene allo stato, altro che "svendita dei gioielli". Al suo interno si parla genericamente anche di RAI come spesso è successo nelle scorse settimane quando abbiamo letto di ipotesi del genere insieme a ENI, Poste e Ferrovie.

A metà dello scorso gennaio la Meloni dichiarò: “Noi prevediamo nel documento economico di bilancio 20 miliardi in 3 anni" dalle privatizzazioni, "un lavoro che si può fare con serietà come lo immagino io: possiamo cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico, e su alcune società interamente di proprietà dello Stato possiamo cedere quote di minoranza a dei privati”.

Quando si parla di questo argomento a Viale Mazzini, il primo pensiero corre subito a RAI Way e all’ipotesi di cessione di una quota societaria (dal 64 al 51%). Sono anni che se ne parla, il dossiere è sempre in evidenza ma non riesce a prendere corpo. Al momento, è in corso un fase di stallo: da una parte l’attuale vertice di Viale Mazzini vorrebbe “semplicemente vendere” ovvero fare cassa per sostenere, almeno in parte, il nuovo Piano Industriale. I “fondi” (che rappresentano comunque circa il 7% del capitale sociale) hanno detto chiaro e tondo che non sono d’accordo con questa ipotesi perché in conflitto con il progetto di creazione del “polo delle torri” ritenuto assai più razionale e vantaggioso.   

Sul tema “privatizzare la RAI” la prendiamo da lontano e rivediamo alcuni passaggi fondamentali. L’11 giugno 1995 venne chiesto agli italiani “Volete Voi l'abrogazione: a) dell'art. 2, comma 2, della legge 6 agosto 1990, n. 223, recante "Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato", limitatamente alle parole "a totale partecipazione pubblica"; ...?. Con circa 25 mln di votanti hanno risposto SI 13.736.435 (54,90%) e NO 11.286.527 (45,10%). Sulla scheda di leggeva esattamente: “Abolizione della Concessione del Servizio Pubblico ad una società per azioni a totale partecipazione pubblica e dell’appartenenza obbligatoria delle Azioni allo Stato delle Azioni della RAI”. Tra i sostenitori del SI c’erano: Lista Pannella, Lega Nord, PdS (ora PD), Patto dei democratici,  PRI, Partito Polare (Bianco) e Forza Italia. Una bizzarra combinazione di comuni intenzioni.


Successivamente, il 3 maggio 2004, viene approvata la Legge 220 (cosiddetta Legge Gasparri) dove, all’art. 21,3 si legge “Entro quattro mesi dalla data di completamento della fusione per incorporazione di cui al comma 1 è avviato il procedimento per l'alienazione della partecipazione dello Stato nella RAI-Radiotelevisione italiana Spa come risultante dall'operazione di fusione di cui al comma 1. Tale alienazione avviene mediante offerta pubblica di vendita …”.

Ci sono tanti interrogativi che si fatica a mettere in ordine. Perché l’esito referendario non ha avuto seguito? Perché la Legge Gasparri non è stata applicata? Qualcuno oggi vorrebbe ancora la RAI privatizzata e chi altri invece avversa questo pensiero?  Cosa è cambiato da allora? Il PD di oggi ha cambiato opinione rispetto al PdS di allora sulla privatizzazione della RAI quando votò convintamente per il SI? Se mai fosse, in che senso ora immagina l’assetto sociale del Servizio Pubblico che non sia una mera revisione della governance con l’introduzione di una “fondazione” dove non si capisce bene la sua natura, la sua logica e il suo ordinamento costitutivo in particolare rispetto ai criteri di nomina dei suoi componenti? E il resto del “campo largo” che ne pensa? Non abbiano trovato riscontri se non generici appelli alla “difesa” del Servizio Pubblico.

Siamo convinti che questo argomento sia ben vivo sottotraccia e forse non solo tra i partiti della maggioranza (vedi risultato del nostro piccolo sondaggio) ed ha il suo punto focale, il naturale riferimento temporale, nel 2027 quando l’attuale Concessione andrà a scadenza e si aprirà il dibattito sul suo rinnovo con una sottintesa minaccia di “andare a gara” ovvero ipotizzare il subentro di altri soggetti. Come pure non è nemmeno tanto sottotraccia il tema della fonte di finanziamento della RAI: con un colpo di mano è stato ridotto almeno per quest’anno e per il futuro non è dato sapere. E non è cosa da poco: significa semplicemente non poter pianificare investimenti oltre i 12 mesi.

bloggorai@gmail.com  

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