lunedì 2 marzo 2026

Sanremo e il declino dell'Impero televisivo: la Rai e il suo grande futuro dietro le spalle

By Bloggorai ©

Anzitutto un caloroso ringraziamento alle lettrici e ai lettori che in questi giorni hanno inviato messaggi di auguri a Bloggorai. Ce la siamo vista brutta ma siamo sopravvissuti, forse miracolati. Eccoci tornati.

In questi pochi giorni di “pausa” abbiamo avuto modo di riflettere attentamente su quanto stava avvenendo. Ci siamo lasciati parlando di Civiltà delle Immagini 2026 e di Sanremo.

Per ora, riprendiamo il capitolo Sanremo, lo chiudiamo mentre riproponiamo l’immagine che abbiamo usato tante volte e aggiorniamo quanto abbiamo scritto nel 2024 (vedi https://bloggorai.blogspot.com/2024/02/sanremo-lo-specchio-infedele-della.html ) e nel 2025 (vedi https://bloggorai.blogspot.com/2025/02/la-rai-normale-e-la-sua-morale.html ). I titoli dei due Post sono ancora attuali: “Sanremo: lo specchio infedele della normalità?” e “La Rai "normale" e la sua "morale"”.

Mettiamo qualche punto fermo. Sanremo è stato un “successo”? per la Rai e per chi lo ha visto certamente si. Leggiamo Francesco Siliato oggi sul Sole.it: “Una trasmissione televisiva che viene seguita da una media di 9,6 milioni di persone per 27 ore e mezzo, non è solo un successo, è uno straordinario evento media…Detto questo, va rilevato che questa edizione ha prodotto ascolti più bassi delle edizioni immediatamente precedenti. Rispetto allo scorso anno la media della fascia Sanremo, che va dalla fine del Tg1 alle due della notte, tra Prima Festival; Sanremo Start; Festival e Dopofestival, registra - secondo le elaborazioni dello Studio Frasi su dati Auditel - un calo di 1,7 milioni che diventano -1,8, considerando la perdita di 98mila spettatori da small screen. «Ragionare su queste perdite - sottolinea Siliato - significa inoltrarsi sul lento declino della tv tradizionale…”. Inoltre, sembra che la raccolta pubblicitaria ha superato i 70 mln di euro, 5 in più rispetto allo scorso anno e ora si dovrà vedere se e come ci potranno essere compensazioni per il ridotto numero di telespettatori. Per la cronaca, rispetto agli scorsi anni ne sono “emigrati” milioni (nell’ultima serata oltre 2). Ma la domanda non è tanto nel sapere perché milioni di telespettatori sono emigrati da Sanremo ma perché altrettanti ci sono rimasti. Perché tanti milioni di telespettatori hanno assistito ad uno spettacolo mediocre, noioso, con canzonette che non sono canzonette, la scenografia dell’Ariston declassata ad una festa paesana, una “Morticia Addams” sul palco ad officiare liturgie necrologiche, un comico che non fa ridere, una modella russa che non parla italiano, un Sandokan vero e uno finto, un ultranovantenne che viaggia con l’elicottero dei Vigili del Fuoco? Già, quale è il fascino misterioso di tanto “successo”???

Oggi Grasso scrive sul Corriere “… normalizzare il Festival, anche a costo della noia. Secondo Ferrara, «la malinconica normalità del calo degli ascolti rende sfavillante la stagione dell’adesione mostruosa…”.

Bloggorai però, notoriamente, con i numeri non è molto capace e guarda altro. Anzitutto guarda la conferma di un fenomeno ormai inarrestabile: la platea televisiva generalista si restringe ed è sempre più adulta. Ovvero, in soldoni: il DTT, il digitale terrestre resiste agli assalti dello streaming e delle piattaforme ma cede progressivamente spazio e numeri, contenuti e “fruitori” con altri device mentre gli “over” guardano la Rai e i “giovani” no. Ha scritto il Corriere alcuni giorni addietro: “La fruizione musicale è ormai polarizzata su Tik Tok e Spotify. Il modello televisivo tradizionale appare meno centrale rispetto a soli tre o quattro anni fa”. Allora succede quel noto fenomeno secondo il quale se tutto avanza e tu rimani fermo e non segui il passo, di fatto, vai indietro. Se la Rai continua a rivolgersi agli “anta” (età media Sanremo: 51,7 e pure gli “over65” sono calati dal 57 al 50% rispetto allo scorso anno e rimangono comunque la fascia di ascolto più numerosa, da fonte Geca  su dati Auditel) e non riesce ad intercettare i “giovani” il suo destino è segnato.  Semplificando. Il “successo”, al solito, c’è stato ma è un successo drogato, illusorio e rivolto ad una sola parte di pubblico, ovvero un farmaco anestetico somministrato ad un paziente con poche speranze di riprendersi.

Ecco allora che torniamo allo “specchio del Paese” concavo e convesso al tempo stesso (rima casuale), deformato e appannato. Sanremo non riflette il Paese per intero (ma solo quella parte di esso che lo guarda) e quella stessa parte che una volta premia “cuoricini…cuoricini” e la volta successiva, ieri, il romanticissimo e matrimonialissimo “…Saremo io e te …Per sempre… Legati per la vita che Senza te Non vale niente…”. E quel  " ... sarà per sempre Si".. è una pura combinazione fantapolitica, una fatalità. 

Se è vero il luogo comune che sostiene che “la Rai è lo specchio del Paese” ed in buona parte è vero, oggi questo specchio riflette esattamente questo momento politico, sociale e culturale di questo Paese. Come ha scritto Lisa di Giuseppe su Domani “E’ Sanremo, sembra Atreju, l’egemonia culturale di FdI”. Se questo Sanremo ha rappresentato il massimo che questa destra di Governo, questa Rai di questo Cda è quanto gli è di meglio possibile esprimere, verrebbe da pensare che possiamo stare tranquilli. Ma, come si dice a Roma, “Er sor Tranquillo è morto de’ pizzichi”.

Infine, se è vero il luogo comune della fisica universale (il vuoto non esiste), allora è vero che il “festival” occupa uno spazio lasciato libero (per reciproco interesse) dal suo diretto concorrente Mediaset che si è ben guardata da mettere i bastoni tra le ruote di Sanremo. Eppure, bastava poco: dicono che “non gli conveniva abbassare la media della De Filippi”. Anche questo “è” il Paese: la terra di mezzo dove pure il telecomando fatica ad essere giovane. La Rai ha un radioso futuro dietro le sue spalle.

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