mercoledì 8 settembre 2021

La strategia del silenzio e gli interessi pubblici

 


  "Das Nicht nichtet"
M. Heidegger, lezioni di Metafisica
(traduzione grossolana: il nulla ... nulleggia)

Per quanti sono interessati alla cronaca quotidiana, in vista del Cda di domani, la sola notizia è che potrebbe essere nominato il nuovo DG di Tele San Marino, partecipata dalla Rai al 50%. Fondamentale!

Per altri, per quanti si occupano di comunicazione, vi proponiamo il tema del silenzio. Il silenzio può essere un problema, una difficoltà, un inciampo, un ostacolo. Oppure, viceversa, una grande opportunità, uno strumento di lavoro oppure ancora una scelta di vita, un paradigma esistenziale. Il silenzio nella comunicazione potrebbe somigliare allo 0 nell’aritmetica, cosiddetto il numero fondamentale ovvero un concetto primitivo. Nella cultura occidentale lo 0 arriva in ritardo, nel XII secolo con Fibonacci che raccoglie e ripropone quanto in India già era noto dal V secolo a.C. per poi diffondersi nel mondo arabo. I grandi matematici ellenici, come pure i latini, non avevano in mente il concetto di zero quanto più una vaga idea di “assenza di numero”, di vuoto algebrico (l’insieme vuoto definito dall’equazione 1 = 0 e tutto lo spazio definito dall’equazione 0 = 0 sono insiemi algebrici). Interessante osservare come sia stato risolto il problema della rappresentazione visiva, grafica, dello 0. A ben pensare deve esser stato un dilemma molto complesso: provate ad immaginare di dover fare un disegno con soggetto il “nulla” o “niente”. Da che parte iniziate? La soluzione più semplice sarebbe presentare il foglio bianco.  

Sul tema è disponibile una ricca letteratura, per chi fosse incuriosito ci permettiamo di suggerire ai nostri lettori due testi: Robert Kaplan, Zero, la storia di una cifra e Paolo Zellini, La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini.

Dunque, apparentemente il silenzio non è rilevante quanto sostanzialmente è fondamentale. Per quanto possa apparire paradossale, financo nella musica il silenzio è una componente indispensabile: la sua unità di misura è la durata e segna gli intervalli tra una nota ed un’altra (vedi le figure di suono e di pausa). C’è chi lo adopera come terapia e chi invece lo applica come pratica mistica e non a caso interessa le grandi religioni monoteiste e politeiste (vedi la sua pratica nei conventi di clausura come negli asharam dove può succedere di incontrare persone con un cartello appeso al collo con sopra scritto “Silenzio”). I carabinieri ne hanno fatto il loro motto “Usi obbedir tacendo” e Bergman ne ha fatto uno dei suoi film migliori (pure se molto criticato). Infine, il silenzio può costituire il “messaggio” che a sua volta può essere contenuto e contenitore, in altre parole una specifica modalità di comunicazione. I bambini rimproverati possono chiudersi in una bolla di silenzio che può dire molto di più di una reazione strepitosa.

Il silenzio poi si può “ascoltare” o praticare sui due versanti: per lo intende come strumento e per chi invece lo avverte come reazione o risposta. Può succedere che, ad esempio nella comunicazione finanziaria, sia preferibile lavorare più sul versante dove tenere occulte notizie “scomode” che non sollecitare i giornalisti a pubblicare articoli favorevoli. Succede che leggere la rassegna stampa e non trovare nulla che interessa direttamente la propria azienda può rappresentare un sollievo “meglio cosi, meno se ne parla, meglio è”. Dal versante opposto, per chi invece dedica il proprio tempo, professionale o artigianale che sia, a cercare e scrivere vicende, fatti, avvenimenti, persone e circostanze che messe tutte insieme altro non sono che “storia” quotidiana che poi diventa “narrazione”, il silenzio è un dramma, un vuoto dinamico. Proprio come il vuoto, il silenzio può incutere timore.

Ecco, a questo punto volevamo arrivare, come seguito del post di ieri sera, al silenzio come strategia di comunicazione. Citiamo ancora Stefano Rolando quando ha scritto di mutazione del paradigma nella comunicazione istituzionale come segno distintivo del governo Draghi e, forse, del nuovo AD di Viale Mazzini. Poniamo due riflessioni: la prima di carattere generale: comunicare poco costituisce esercizio virtuoso, è utile alla comprensione della “cosa pubblica”? I cittadini hanno diritto di sapere e conoscere “tutto” compreso quando sembra non esserci “niente”? La seconda riflessione è di carattere più specifico: per la più grande azienda di comunicazione del Paese, potrebbe non essere sufficiente “comunicare” solo attraverso il suo prodotto, televisivo o radiofonico. Potrebbe essere necessario, doveroso, in virtù di un “contratto” esistente tra Azienda e utenti del Servizio Pubblico “comunicare” qualcosa di migliore, di più. Al momento, apparentemente, siamo allo 0 che, come abbiamo appena accennato, non è neutro.

bloggorai@gmail.com

  


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