Care ragazze, cari ragazzi, lettrici e lettori di Bloggorai da ormai oltre 6 anni, grazie! Anche se ieri non abbiamo pubblicato il Post, tanti, tanti di voi hanno puntato il Blog. Buon segno!
Allora, dove eravamo rimasti? A Sanremo. Non poteva capitare in un momento migliore per la RAI: incertezza su tutto: canone, presidenza, Piano industriale e riforme.
Già da subito, non appena nota la sentenza del TAR della Liguria ci si è posto un grave interrogativo: il Festival della Canzone Italiana suonato e cantato dalla RAI da decenni, val bene il piagnisteo, il coro di lamentela e il timore di sventura qualora fosse che al “Servizio Pubblico” rimanesse la “macchina già rodata” e il “marchio Festival delle Canzone Italiana” di Sanremo andasse a gara e magari la vincesse la concorrenza, Sky o Mediaset che fosse? Cominciamo a ribadire che il problema era noto, notissimo a Viale Mazzini da almeno 12 anni e se qualcuno a Viale Mazzini avesse voluto occuparsene e risolverlo c’era tutto il tempo. La sentenza del TAR Liguria non l’ha portata Babbo Natale 2024.
Ma il problema che poniamo è molto semplice: negli ultimi anni spesso e volentieri abbiamo letto titoli del genere “Caos televoto a Sanremo, milioni di voti non contati: “Su 9,5 milioni ne sono stati contabilizzati 3 milioni” (Fatto Quotidiano del 25 Luglio 2024 a seguito della verifica AGCom). Poi abbiamo letto “Questo Sanremo lo ha già vinto Instagram, ma qualcosa non torna in tutta questa pubblicità. La piattaforma è stata il pezzo principale della narrazione di Sanremo 2023” su https://www.fanpage.it/ del febbraio 2023. Poi ancora abbiamo visto e saputo della “performance pubblicitaria” anomale: “Multa Agcom alla Rai da 206mila euro per le scarpe di John Travolta a Sanremo” Repubblica del 24 Luglio 2024. Poi ancora sappiamo della “forza” editoriale delle case discografiche: le tre big da sole, Warner, Sony e Universal, hanno in scuderia oltre il 60% dei cantanti e “I primi cinque classificati di Sanremo hanno la stessa casa discografica” (https://valori.it/sanremo-oligopoli-case-discografiche/ ). Poi ancora un tema su cui c’è vats letteratura: il potere degli agenti artistici. Leggiamo titoli a caso: “La Rai e il potere di Lucio Presta. Ma ora Amadeus vuole lasciarlo” su Domani del 23/12/2023 e “Sanremo 2023, affari, parenti, manager e amici: ecco cosa c’è dietro le quinte del Festival” sul Messaggero del 6 gennaio 2023. Per finire un chicca da leggere tutto d’un fiato: “Il lato oscuro di Sanremo” su https://www.rsi.ch/cultura/musica/speciali/Il-lato-oscuro-di-Sanremo--2060388.html . E così via trotterellando fino a leggere le recenti dichiarazioni di Carlo Conti che, a suo dire, per fortuna quest’anno si parla di famiglia e non di guerre o di emigrazione.
Allora: ci dobbiamo tagliare le vene per difendere questo Sanremo? Meglio ancora: “questo Sanremo” è Servizio Pubblico e, come sostiene qualcuno, dovrebbe rientrare nientepopodimenoche negli obblighi di Contratto di Servizio? Dobbiamo chiedere al Governo l’esercizio di un “Golden Power” per tutelare la RAI dalla possibile perdita del Festival? Proporre una Legge Speciale da votare a camere riunite come se fosse minacciata l’Unità Nazionale? Boh …!!!
Bene … tiriamo avanti e facciamo qualche passo indietro e parliamo degli ultimi decenni e teniamo sempre in sottofondo Sanremo e come e quanto ha rappresentato seppure in musica lo sviluppo culturale del Paese. Per anni abbiamo letto e sostenuto che la RAI, Il Servizio Pubblico, ha accompagnato la crescita sociale e culturale degli italiani (lasciamo perdere per un momento quella politica ... ed è tutto dire con un tasso di astensione dal voto ormai stabile intorno al 50%) salvo poi dover leggere chiaro e tondo che quest'anno “Il rapporto Censis 2024 denuncia un’ignoranza profonda: l’Italia è tornata nella subcultura”.
C’è relazione sul ruolo della Rai che vorrebbe “informare, educare divertire” gli italiani come fa la BBC e il mutamento avvenuto e in corso per come lo registra/fotografa il Censis? Parliamone. A questo proposito, da decenni, si ripete che il Festival riflette una parte dello “spirito italico” e qualcuno addirittura ne evidenzia la sua sintesi: si capisce l’Italia più in 5 giorni di canzonette sul palco dell’Ariston che in 360 giorni di vota quotidiana. Chissà.
Fatto sta che il Censis in una delle solite e straordinarie similitudini/metafore dipinge un Paese che “galleggia” più o meno come avviene par la RAI. Leggiamo “Società del rancore” … “Sovranismo psichico” … “Italia malinconica”. Tempo addietro abbiamo riportato un pensiero del fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, quando scrisse che il Paese somigliava ad una barca in mare aperto senza vele, senza vento, senza una mappa e senza un porto dove dirigersi. Più o meno ci sembra quanto succede dentro e intorno alla RAI: una barca che certamente “galleggia” e che per molti anni ancora (mica poi tanti) potrà tenere il mare ma il vento, il carburante se pure volesse andare a motore, scarseggia e sarà sempre meno. Ma in primo luogo nessuno è in grado di disegnare una rotta, una mappa, ovvero dare un senso alla sua esistenza ovvero scrivere una sua specifica “missione” altra e diversa da quella precedente.
Cambierà la missione della RAI, forse, e potrà cambiare pure Sanremo? Forse si.
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