Senza tanti giri di parole: in Italia, secondo l’ultimo Report della Caritas 2026, sono aumentate dell’1.75 le persone che necessitano di assistenza, aumenta la povertà cronica, aumenta l’intensità del bisogno e la solitudine sociale e chi ne è colpito maggiormente sono gli over 65 negli ambiti più delicati: casa e salute. Il Paese è sempre più povero e si divarica tra chi accresce ricchezze e benessere e chi è privo anche dei servizi essenziali. Chi accresce le ricchezze è un evasore fiscale che nello scorso anno ha superato i 100 miliardi e i furbetti delle tasse non pagate sono prevalentemente quelli delle attività commerciali e professionali (IRPEF) per oltre il 40% seguiti a ruota dai professionisti delle fatture IVA inevase. Nel frattempo, trullallero trullallà, la spesa sanitaria in Italia è molto al di sotto della media europea nel rapporto con il PIL (6,3% contro l’8%, le famiglie spendono molto di più nel privato mentre diminuisce il personale addetto nel Servizio Sanitario Pubblico. Nel frattempo, trullallero trullallà, “L'Italia terzultima in Ue per spesa in istruzione sul Pil, resta in coda anche per laureati e diplomati”. Nel frattempo, trullallero trullallà, secondo “Il nuovo rapporto SIPRI colloca l'Italia al dodicesimo posto mondiale per spesa bellica: 48,1 miliardi di dollari, +20% in un solo anno. Con le risorse di questo incremento (8,8 miliardi di euro) si potrebbero assumere 30 mila nuovi medici (3 miliardi) e azzerare le liste di attesa (5 miliardi)”.
Ecco allora che ieri sera, in tale contesto, è andato in onda su Rai Tre lo storico programma di Domenico Iannaccone “Che ci faccio io qui” e, ancora una volta, ci siamo dovuti chiedere se è sbagliato il programma o è sbagliata la rete. Ieri sera il tema proposto, gli “hospice” ovvero le case per le cure palliative ai malati terminali, è un colpo al cuore alla nostra coscienza, alla nostra serena, banale, ordinaria quotidianità di benessere e sopravvivenza. Un tema tanto duro, scomodo e rasposo quanto ordinario e comune a tante famiglie che in un modo o nell’altro, chi prima o chi dopo, saranno alle prese con i loro “anziani” ai quali garantire la dignità di vita dei loro ultimi anni. Iannaccone lo fa sempre con grande sensibilità e rispetto, non cerca lo “scoop”, non alza la voce e non invita “ospiti” speciali ma solo “persone” normali, solo coloro che svolgono con ordinaria professionalità il loro lavoro in un ambito molto complesso.
Allora, ci viene da dire che la trasmissione è “giusta” da Servizio Pubblico che, in questo caso e per questi temi non deve guardare gli ascolti ma i suoi contenuti ma, forse, è collocata dentro RaiTre, quella “sbagliata” perché ormai destinata all’estinzione come fieramente ha rivendicato l’AD Rossi con il “mio” successo per aver conseguito il risultato della trasmigrazione di telespettatori verso La 7.
E la rete Tre è oggi sbagliata perché, semplicemente si stanno applicando scienza e coscienza per farla essere tale. Dopo i fulgidi esempi delle repliche di Sissi e di Piedone lo sbirro di venerdì e sabato scorso che almeno portano a casa sempre due ‘spicci di ascolti introno al 5%, ecco ora l’esempio clamoroso di ingegneria editoriale: il citato programma di Monteleone di lunedì ha commesso un errore geniale, una sgrammaticatura giornalistica inconcepibile. Posto che il “crimine in Tv” da sempre tira più di un carretto di buoi, posto che Garlasco tira di più di due carretti di buoi e posto che hai un presunto “scoop” con un testimone che potrebbe far saltare il banco delle indagini ... cosa ti combina ‘sto ragazzo? Mette tutto il Circo Garlasco in coda e non in testa al programma: apre con un risibile dibattito tra il nulla e il niente e chiude con la sola “notizia” che gli avrebbe fruttato fama e notorietà come già avvenuto con il suo ex collega Infante, prima adulato dal suo direttore Corsini, e poi “premiato” con un lauto contratto a Mediaset. Il crimine paga, bene e subito. Già, che ci fà Iannaccone a Rai Tre? Cosa ci azzecca con Garlasco?
Torniamo su Rai Way e l’accordo con Ei Towers. Ci scrive uno dei soliti attenti ed esperti lettori per cercare di comprendere i motivi che renderanno difficili queste nozze. Oltre ai noti problemi sul razionale di carattere finanziario, industriale e non ultimo politico, ce n’è uno di carattere tecnologico di grande rilievo: le frequenze. Leggiamo quanto ci scrive: “Posto che l’accordo Rai – Rai Way 7+7+7 scade nel 2035 e posto che Mediaset ritiene che i profitti li ricava sul terrestre, mentre considera il broadband residuale. Posto ancora che sicuramente la fusione tra RaiWay e EiTowers richiede che il digitale terrestre rimanga attivo almeno fino al 2040 e, senza questa garanzia, niente fusione. Infatti il MIMIT difende lo status quo in Europa ad oltranza. Se il DTT muore deve morire di morte naturale, non per morte accelerata per favorire il nascituro che non sboccia ovvero il “take up” del broadband che non decolla in tutta Europa e lo si vuole spingere obbligando la gente a vedere la tv in quel modo chiudendo forzatamente il DTT. Quello che hanno provato a fare in Svizzera o la Svezia con FM e DAB facendo poi rapida retromarcia”. Vedi pure quanto scrive Affari Italiani “Secondo Reuters il nodo della questione starebbe nel fatto che la Rai sta chiedendo la proroga del contratto di Ei Towers al 2037 invece che al 2032 con il suo miglior cliente ossia Mediaset. Per Mfe la valutazione non sarebbe semplice dato che il rinnovo dello spettro e della titolarità dei Mux, ossia i pacchetti di canali tv, è previsto proprio nel 2032. Attualmente i Mux di Mfe sono 3 detenuti da Elettronica Industriale. Inoltre nel 2037 alcuni broadcaster commerciali avranno già avviato lo switch off del digitale terrestre verso le trasmissioni via Internet. Il digitale terrestre infatti è una tecnologia residuale che dovrebbe essere usata alla fine solo da Rai per assolvere il mandato di servizio pubblico. In quella data anche altri clienti di Ei Towers, come Cairo (1 Mux) e Persidera (3 Mux per Discovery, Sky e altre emittenti) potrebbero non usare più il digitale terrestre”.
‘Sto matrimonio sarà difficile da vederlo realizzato.
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