giovedì 28 novembre 2019

Il Banco che salta

In tutte le storie ci sono dei passaggi che vanno tenuti bene a mente. Ieri sono accaduti una serie di fatti che non cadono dall’albero del pero. Sono la logica, naturale, conseguenza di azioni e considerazioni che vengono da lontano e si dirigono ancora più avanti.

In ordine: ieri erano attesi i CV dei candidati  Superdirettori della Superriorganizzazione con i Superbudget che questa mattina il Cda Rai avrebbe dovuto votare. Il giorno precedente l’AD Fabrizio Salini è stato audito in Vigilanza sul Piano Industriale. Nei giorni ancora precedenti c’era stato il solito intenso traffico di valutazioni”politiche”, di appartenenza  in “quota”, di simpatie politiche vere o presunte di Tizio o di Caio fintanto che, sembrava, fosse stato raggiunto una sorta di “accordo quadro” dove ognuno si ritagliava la propria rappresentanza nella ripartizione delle poltrone. Sembrava, solo sembrava. Perché quando invece sono scesi nel dettaglio allora è saltato il banco.

Le interpretazioni prevalenti sono due: la prima, quella più accreditata tra gli scafatissimi lettori politici è racchiusa nella logica del mancato raggiungimento dell’accordo tra i partiti. La buccia di banana della quale tutti parlano sarebbe Mario Orfeo, accreditato come uomo di stretta marca renziana e dunque poco gradito al resto della compagnia (già... sospettano alcuni, di quale compagnia si parla? Solo quella 5S o anche altri?) a tal punto da far riportare a molti cronisti una presunta negazione formulata direttamente da Di Maio. Si tratta di una lettura verosimile, credibile, ma non del tutto sufficiente. È credibile perché sottolinea che nulla è cambiato: la politica, i partiti, non mollano la presa su un boccone troppo ghiotto. Non è sufficiente perché gli strumenti, i modi, per fronteggiare tali aggressioni ci sono tutti. Il problema, semmai, è che non si è capaci o non li si vogliono utilizzare. Comunque, come tutte le realtà, troppo semplice, troppo facile, per essere rappresentata solo con questa fotografia. C’è dell’altro.

Veniamo alla seconda lettura. Come abbiamo dettagliatamente scritto nei giorni precedenti, da tempo è in atto una guerra di guerriglia mirata da erodere il fondamento funzionale del Servizio Pubblico, il canone. I guerriglieri  in azione non sono camuffati nella giungla vietnamita ma sono allo scoperto, hanno nome e cognome ed hanno pure i gradi di generale. Sono anzitutto il capo politico del principale partito di Governo e con lui uno dei suoi ministri più importanti,  al suo fianco un altro ministro che spara a palle incatenate anzitutto sulla natura del canone e, ben che vada, auspica con un emendamento che si debba ridurre del 10%. Di fronte a tutto questo, l’AD in Vigilanza paventa che il Piano industriale non possa reggere il colpo e che quindi le nomine in tale contesto si configuravano a rischio. Giusto, corretto, ed è credibile che Salini possa ritenere che tutta l’impalcatura del Piano sia a rischio.

La lettura incrociata dei due piani porta ad una sola direzione: la capacità di essere autonomi e in grado di gestire situazioni complesse come questa. A Viale Mazzini fanno i salti mortali per accreditare la seconda ipotesi, molto più facile (qualcuno ha sostenuto “nobile”) da comunicare rispetto alla prima, quasi da far apparire l’AD come paladino della difesa canone a tal punto da far sapere da nostre fonti che ”… abbiamo ragionevoli rassicurazioni che l’emendamento del 10% sarà ritirato”. Nella prima lettura appare evidente come questa capacità, non solo da ieri, non si percepisce (mai smentito l’incontro con Zingaretti) e mai detto che non verranno prese in considerazione candidature “in quota”. La politica, i partiti, dettano e a Viale Mazzini scrivono: Tizio è mio e Caio  me lo gestisco io. Mario Ajello sul Messaggero di oggi termina il pezzo scrivendo “Ciò che non cambia, nonostante paroloni e buone intenzioni, è il rapporto di potere tra politica e Rai. Una comanda, l'altra obbedisce”. Punto. La seconda lettura invece vorrebbe accreditare una posizione “garantista”: non è colpa mia, sostiene Pereira, se i partiti sono confusi e non sanno cosa fare del Servizio pubblico.

Per entrambe le letture la soluzione è sempre a portata di mano e ci sono precedenti illustri: il più recente è il precedente DG Campo Dall’Orto che quando gli venne bocciato il piano sull’informazione si è dimesso. Punto. Le dimissioni di Celli invece sono altra storia che pochi hanno raccontato completamente.

Che il Piano industriale fosse a rischio,al di la delle dichiarazioni di facciata, era chiaro da tempo ed era chiaro esattamente sul tema risorse. Non è uscita ieri dal cilindro la storia della riduzione del canone come pure non è notizia di ieri che gli andamenti della raccolta pubblicitaria sono negativi (lo stesso piano, a pag. 266 prevede una riduzione dell’8% tra il 2010 e i 2021).  C’è forse bisogno di coraggio, da parte di tutti.


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