venerdì 8 maggio 2026

La RAI al centro dello "scontro tribale"

By Bloggorai ©

Non siamo stati mai teneri o indulgenti verso il “il futuro dietro le nostre spalle” ovvero le “vecchie volpi” della televisione che pontificano, i lupi grigi dei vari imperi mediatici, i professori senza concorso e gli “esperti” di vario genere assortiti. 

Però, dobbiamo ammettere, che talvolta in alcuni di loro si intravvede “qualcosa” che certo oggi non si vede più. In Rai c’erano persone che sapevano creare prodotti ovvero “fare televisione” e magari produrli e realizzarli in casa. Quel “sapere” ovvero quella capacità di creare, o inventare oggi non si vede più: si comprano format già confezionati oppure, se mai ci fosse qualcosa di buono “fatto in casa” viene subito dato in gestione, ceduto o appaltato a società di produzione esterna. Il “caso” di Newsroom è clamoroso: dal che doveva essere una scelta strategica aziendale è diventato “un programma di Monica Maggioni” e nessuno ha battuto ciglio pure quando è sceso sotto la soglia del 4% di ascolti. Anzi.

“Non c’è più la Rai di una volta” ovvero “Non ci sono più le persone Rai di una volta” perché è cambiata la società, la cultura, la tecnologia e la politica che la contestualizzava. Non si avverte più la “visione” (gira ancora la battuta: per quella rivolgersi ad un ottico), un progetto o un’idea di Servizio Pubblico quale che sia fino a trovare sempre più persone che si chiedono: ma ha senso ancora parlare di Rai e di Servizio Pubblico? Lo stesso Bloggorai, quando ha perso qualche lettore era perché ormai esausto di Rai e delle sue beghe. 

Chiudiamo questa premessa: non c’è più la “politica” interessata alla Rai. Non si vede a destra ma fatichiamo pure a vederla a sinistra e lasciamo perdere al centro. Nei giorni scorsi un autorevole ex parlamentare, attento lettore di Bloggorai, ci ha commentato e confermato questo pensiero esattamente con la frase forse banale ma essenziale: “Non c’è più la politica che si interessa di Rai, vedi il triste destino della riforma incompiuta”.

Un passo indietro, torniamo a due giorni addietro a quando Il Foglio, a firma Salvatore Merlo, pubblica un lungo articolo con il titolo “La Rai di nessuno” che riassume bene quanto abbiamo scritto in premessa. L’articolo/intervista contiene passaggi molto interessanti e il personaggio intervistato è noto: Giovanni Minoli, uno che l’ha sempre saputa lunga ma l’ha saputa pure raccontare, nel bene e nel male. Minoli dice tante cose interessanti ma una colpisce e affonda il coltello nella piaga: “trasformare subito Rai Due in canale di notizie 24 ore su 24, facendo una fusione tra la rete attuale e RaiNew24. Il modello è Sky, basta copiarlo. E avresti l’enorme vantaggio competitivo del tasto numero due sul telecomando, in un Paese che invecchia e resta abitudinario”. Molto, molto interessante per tanti buoni motivi. Prosegue Minoli “Oggi in Rai non c’è la centralità del prodotto e quando non c’è il prodotto la prima cosa che viene in mente ai manager è vendere. Vendere per fare cassa … invece di inventare rilanciare, dismetti... Quali sono i programmi che negli ultimi anni hanno dato identità alla Rai? Il programma più visto è Affari tuoi su Rai Uno, un format olandese comprato da Endemol che potrebbe andare benissimo su Canale5… chi costruisce il racconto televisivo ha il dovere di non alimentare il conflitto tribale per meri fini di audience…”.

Bloggorai condivide riga per riga e, come noto, da anni conduce in solitaria due temi: l’inutilità assoluta di avere un canale all news che realizza ascolti da prefisso telefonico e l’avversione totale al sostegno alla ludopatia fornito da RaiUno con il suo giochetto dei pacchi dove nessun consigliere di opposizione si è mai guardato da battere ciglio.

Veniamo ora e chiudiamo proprio sul “conflitto tribale” oggi in corso. Il caso Garlasco è forse il più rilevante fatto mediatico sociale, culturale e politico degli ultimi anni che la Rai ha “cavalcato” in lungo e largo, sostenuto e alimentato nel meno e forse più di quanto hanno fatto le altre emittenti commerciali tanto da farne un “genere a se stante”. Per gli appassionati: stasera non prendete impegni: su Rai Due è annunciato addirittura uno “speciale” sul tema. 

Forse non è un caso che Garlasco si intreccia, anche geograficamente su Milano, con il caso Minetti: entrambi gravitano intorno ad un epicentro della democrazia: il ruolo della Magistratura. In un modo o nell’altro, con l’una o con l’altra vicenda, qualcuno ha sbagliato e quale che sia l’esito delle due vicende, qualcuno ne esce con le ossa rotte. E se è solo la Magistratura ad uscirne con le ossa rotte non è un bene per questo Paese.    

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