mercoledì 6 marzo 2024

Vuoto RAI


Qualche volta capita di dibattere sulla parte mezza vuota o la parte mezza piena del bicchiere. Ora, oggi, nemmeno quello. Tutto vuoto e basta. Dibattere del vuoto è complicato. Si dice però che anche una "non notizia" sia essa stessa una "notizia".

La riforma della RAI? Non c’è e non si intravvede all’orizzonte. Il rinnovo del Cda? Tira brutta aria: i candidati verranno decisi come al solito, sottobanco, camarille, inciucio. Il canone? Tagliato ai limiti dell’incostituzionalità e nessuno batte ciglio. Il nuovo Contratto di Servizio? Sparito. Il nuovo Piano Industriale? Inconsistente, una bicicletta senza pedali. Gli ascolti? Arrancano a confronto con la concorrenza. Nuovi prodotti o contenuti? Montalbano e poi tutti a ninna nanna. Come abbiamo scritto ieri: tutto tace e tutti tacciono e magari molti sono pure contenti: meno si sa e meglio è! 

Di cosa parliamo? Di nulla. C’è da essere preoccupati: di questo passo BloggoRai si estingue e magari si trasforma in BloggoSet.

Ci dobbiamo quasi arrendere: la notizia del giorno è la “secca smentita” sul possibile arrivo di Barbara D’Urso sugli schermi RAI. Viale Mazzini protesta: sono solo "fake news". Mara Venier rimane al suo posto e di Giletti non si sa cosa farne.

Ne approfittiamo: è una bellissima giornata di inizio primavera e una sana passeggiata rinfresca la mente.

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martedì 5 marzo 2024

RAI: tutto tace, tutti tacciono

 


Fumo, aria al vento, parole in libera uscita. Come altro definirlo il nuovo Piano Industriale oltre che povero, come abbiamo già scritto. Questa mattina volevamo tornarci sopra, dopo aver visionato e studiato ancora una volta il documento in nostro possesso e dopo aver letto l’articolo di Italia Oggi con il titolo “Fremantle e Banijay, i Re della Tv” ma poi, tutto sommato, abbiamo ritenuto che non ne vale la pena.

Non ne vale la pena perché c’è qualcosa di oscuro e misterioso che si annida dietro tutto questo ed è la scomparsa del Contratto di Servizio che dopo quasi 6 mesi non si sa più nulla. il Contratto è la cornice, la premessa, costituisce le fondamenta del Piano Industriale (vedi foto). 


Se non c’è il primo non ci dovrebbe essere il secondo. Attenzione: il Piano ci sarebbe perché “bollinato” dalla Vigilanza lo scorso 3 ottobre con un parere obbligatorio ma non vincolante se non che sono intervenuti fatti e circostanze che potrebbero aver modificato in modo rilevante la sua sostanza.

A. era previsto che lo scorso 10 gennaio si doveva attuare la fase di transizione al DVB-T2 e questa data è stata spostata a non si sa quando (forse settembre, forse). Su questo tema l’unico punto certo è la dichiarazione di Stefano Ciccotti (CTO RAI) quando a settembre affermò in una lettera ufficiale al Ministero che si correva il rischio di perdere un numero indeterminato di telespettatori. Verosimile supporre che l’allarme è stato raccolto ed è stato poi appunto deciso di rinviare a dopo l’estate a causa degli importanti eventi sportivi in calendario. Dunque, l’allarme era giustificato? Ma se era giustificato per l’estate perché non dovrebbe esserlo per l’autunno o l’inverno? Tutto tace. Tutti tacciono.

B. l’articolo citato sopra si riferisce alle quote di produzione  esterna/interna RAI su intrattenimento e fiction. Sono tanti numeri e tanti soldi che, nel Piano Industriale, si vorrebbero ridurre a vantaggio delle risorse interne. Lodevoli intenzioni, ottimo obiettivo. Se non che, abbiamo letto, che qualcuno al Ministero del Made in Italy avrebbe “bocciato il limite agli appalti e produzioni esterne che il nuovo Contratto aveva previsto nel testo approvato in Vigilanza” (Il Fatto del 16 gennaio scorso). Anche altre parti sarebbero state modificate. E la Vigilanza non ha battuto ciglio? E il Cda non ha battuto ciglio? Il Ministero cambia le carte in tavola e nessuno obietta? Almeno per verificare se sia vero meno quanto scritto dal giornale. È vero o non è vero che ci sono state modifiche sostanziali al testo approvato in Vigilanza? Tutto tace, tutti tacciono.

C. parliamo di RAI Way: nel documento in nostro possesso si legge che la stima per la vendita della quota residua (dal 64 al 51%) è di 190 milioni. Sappiamo però che questa operazione nuda e cruda è duramente osteggiata dai “fondi” che invece spingono per la creazione del “polo delle torri” ritenuta invece assai più importante e vantaggiosa. Il Governo non è insensibile a questa ipotesi, anzi! allora come si può sostenere un Piano che vorrebbe poggiare su un pilastro tanto incero e confuso? Questi soldi sono teoricamente in cassaforte si o no?

Lasciamo perdere …

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RAI: il primo fastidio di primavera


Dalle zanzare, dai pappataci, dalle cimici e altri insetti fastidiosi in qualche modo ci si può difendere. Dai limiti dell'intelligenza umana invece è assai più difficile.

Ostinati, ipocriti, ottusi e confusi. “Fuori la politica dalla RAI!!!”: è un ritornello al quale non ci potrà credere più nessuno per ogni volta che tocca leggere quanto scrive oggi il Fatto. Titolo “La ⁓nuova RAI⁓ aggiunge poltrone e ripesca Melandri”. Lettura fastidiosa.

Teoricamente, molto teoricamente, mancano solo poche settimane all’avvio delle procedure per la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione di Viale Mazzini e, come pure abbiamo scritto (Bloggorai facile e inascoltato profeta!!!) sono iniziate le grandi manovre, le trame e i complotti per chi sarà dentro o fuori. Teoricamente perché, come noto, siamo alla vigilai di importanti appuntamenti elettorali che potranno gettare grande trambusto sia tra i partiti di governo sia tra quelli di opposizione, a tal punto che potrebbe non essere fantasia supporre che il nuovo vertice RAI si potrà nominare a settembre.

L’ostinazione, l’ipocrisia, l’ottusità e la confusione sta tutta, semplicemente e unicamente, nella mente di alcuni (forse), nel voler riproporre senza battere ciglio lo schema delle precedenti nomine: tutto deciso tra pochi intimi, accordi sottobanco, camarille varie e senza alcuno scrupolo di voler provare almeno a salvare la forma adottando criteri di scelta e selezione dei candidati aperti, trasparenti e verificabili. Non forti delle esperienze precedenti (ostinati), non trasparenti sulle intenzioni che propongono (ipocriti), non paghi delle nefandezze passate (ottusi) e senza un briciolo di idee sul presente e sul futuro della governance RAI che pure vorrebbero riformare (sic!!!) escono fuori dai cilindri nomi come Ruotolo (che però vorrebbe andare a Bruxelles … ci credo bene!)  oppure Giovanna Melandri e compagnia cantando.

Non ci interessano i nomi delle persone ma il metodo, la logica che sottende la loro scelta. Il ragionamento vale per tutti i consiglieri che il Parlamento dovrà votare. Perché tizio o Caia invece che Pasquale o Sempronia? Chi li sceglie e con quali criteri vengono scelti? Viene l’orticaria a leggere che Rossi avrebbe più vantaggio su Sergio dopo Sanremo (e forse è vero il contrario), che la Agnes sarebbe blindatissima per la presidenza (e perché mai???) e che il consigliere eletto di dipendenti sia lo stesso attuale (che comunque dovrà essere rieletto) come pure il consigliere in quota 5S.

Il modo per uscirne con un briciolo di dignità c’è: è sufficiente aprire un dibattito pubblico e provare, entro i limiti posti dalla Legge 220 e sempre con il vincolo del voto parlamentare, a definire un griglia di criteri con i quali selezionare le candidature (modello francese)  e cercare un accordo aperto e condiviso. Si tratta semplicemente di presentare nomi che possano esibire capacità, esperienza, conoscenza  e autonomia. Si può fare e anche il solo provare a cercare un metodo diverso sarebbe un buon segnale per rompere il giocattolo perverso e malefico delle nomine sottobanco. 

PD, M5S, AVS e quanti altri ancora: se si può fare… fatelo!!!

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lunedì 4 marzo 2024

Il Povero nuovo Piano Industriale RAI 2024-26. Panico a Mediaset


Iniziamo bene la settimana: la notizia del giorno, l’argomento più rilevante per la Rai e per il Servizio Pubblico è che, forse, Barbara d’Urso torna a Viale Mazzini. A Mediaset sono nel panico! Hanno minacciato che per ritorsione offrono un contratto ad Amadeus. Conti gongola. Giletti teme per il suo futuro. La Berlinguer e Augias brontolano. Tempi cupi!

Come vi abbiamo accennato, siamo in possesso del nuovo Piano Industriale 2024-26 ed abbiamo iniziato a studiarlo attentamente.  Due domande in premessa: chi lo ha elaborato e quanto è costato? Per quanto sappiamo è stato commissionato ad una nota società esterna ma non sappiamo se è stata fatta una gara. Dettagli, forse, ma non irrilevanti.

Prima valutazione sommaria: qualcuno lo ha definito pure “coraggioso”, altri “intelligente”. Tutto questo coraggio e questa intelligenza si dovrebbe poi evidenziare in un nuovo contesto, il prossimo Cda, ancora tutto da definire nei tempi e nella composizione ed è noto che chi arriva dopo non sempre guarda con simpatia ciò che è stato fatto da chi c’era prima. Per questo, visto pure che della sua cornice normativa, il Contratto di Servizio, non ci sono ancora tracce, si poteva anche attendere qualche settimana o mese.  

Questo Piano Industriale noi lo definiamo semplicemente “povero”. È povero di idee, di visioni e di prospettive. È povero di risorse. È povero di possibilità concrete di essere attuato. È povero se messo al confronto con il precedente. E povero, infine, perché dedica ad uno dei “core business” del Servizio Pubblico ovvero l’informazione solo attenzione marginale solo laddove parla dei compensi dei giornalisti e dove si prevede in uno scarno spazio “Il rafforzamento dell’offerta news e l’avvio di un tavolo di lavoro per studiare interventi di ottimizzazione dell’offerta…”. E come si dovrebbe sviluppare l’offerta news digitale??? Nientepopodimenoche con “articoli di approfondimento”, “visuale juornalism”, “infografiche”, “podcast”, ancora “approfondimenti informativi video” (forse si sono sbagliati!!!) e infine “contenuti social”. Una piccola parentesi su “valorizzazione del perimetro”.. con “notizie   regionali”.  

Quando sentite parlare di “tavoli di lavoro” siete autorizzati ad interrompere la lettura e dedicarvi alla raccolta di francobolli giapponesi sulla flora e fauna.

Speriamo vivamente che questo progetto sia stato pagato poco: “poco pagare ... poco valere”.

Andiamo avanti. Il “Contesto di mercato e punto di partenza RAI” non dovrebbe lasciare adito a dubbi: “Il mercato audiovisivo è in profonda trasformazione, caratterizzato dallo spostamento verso i consumi On Demand e da un aumento di competitività” dove si evidenziano caratteri distintivi dati da “contenuti originali a dal forte carattere distintivo”, “Incremento della spesa in contenuti” e mercato pubblicitario in calo”. Successivamente si legge che “L’ecosistema dei Media è sempre più polarizzato: una parte significativa della popolazione ha ridotto i consumi  sulla Tv lineare, che resta centrale solo per le fasce più adulte”. Poi: “L’evoluzione dei consumi e dell’ecosistema determina una trasformazione nei rapporti di forza del mercato, che da broadcaster-centric si sposta verso user-centric”.

Stop. Ci fermiamo qui. Il resto con calma. Ci vuole coraggio e tanta buona volontà per andare avanti e cercare comunque di trovare un filo positivo in grado di fare immaginare qualcosa di diverso da quello che è. Rimanete sintonizzati. Presto un nuovo Post sull’argomento.

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domenica 3 marzo 2024

RAI: il suo futuro del 2027 è iniziato nel 1995

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Innovazione, riformulazione, trattazione, razionalizzazione … privatizzazione … 
ri -fondazione … rinnovo della Concessione. 

La somma di questi termini porta tutta verso una sola direzione: disegnare il destino della Rai e del Servizio Pubblico (insieme o separatamente) sullo scenario di una possibile uscita dalla sfera pubblica e contemporaneo ingresso in quella privata. Dal solo punto di vista dell’interesse collettivo, della rilevanza pubblica, è un bene? È un male? Potrebbe riguardare tutta la RAI o solo parte di essa?

Torniamo al mini sondaggio fatto in casa da Bloggorai nei giorni scorsi quando abbiamo chiesto quale potrebbe essere il futuro della RAI tra 10 anni e lo spunto è venuto con la lettura dell’ennesimo articolo su questo tema particolarmente complesso e urticante. Lo ha pubblicato Il Foglio con questo titolo “NOI TRA AMERICA E PUTIN. Privatizzare fa bene allo stato, altro che "svendita dei gioielli". Al suo interno si parla genericamente anche di RAI come spesso è successo nelle scorse settimane quando abbiamo letto di ipotesi del genere insieme a ENI, Poste e Ferrovie.

A metà dello scorso gennaio la Meloni dichiarò: “Noi prevediamo nel documento economico di bilancio 20 miliardi in 3 anni" dalle privatizzazioni, "un lavoro che si può fare con serietà come lo immagino io: possiamo cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico, e su alcune società interamente di proprietà dello Stato possiamo cedere quote di minoranza a dei privati”.

Quando si parla di questo argomento a Viale Mazzini, il primo pensiero corre subito a RAI Way e all’ipotesi di cessione di una quota societaria (dal 64 al 51%). Sono anni che se ne parla, il dossiere è sempre in evidenza ma non riesce a prendere corpo. Al momento, è in corso un fase di stallo: da una parte l’attuale vertice di Viale Mazzini vorrebbe “semplicemente vendere” ovvero fare cassa per sostenere, almeno in parte, il nuovo Piano Industriale. I “fondi” (che rappresentano comunque circa il 7% del capitale sociale) hanno detto chiaro e tondo che non sono d’accordo con questa ipotesi perché in conflitto con il progetto di creazione del “polo delle torri” ritenuto assai più razionale e vantaggioso.   

Sul tema “privatizzare la RAI” la prendiamo da lontano e rivediamo alcuni passaggi fondamentali. L’11 giugno 1995 venne chiesto agli italiani “Volete Voi l'abrogazione: a) dell'art. 2, comma 2, della legge 6 agosto 1990, n. 223, recante "Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato", limitatamente alle parole "a totale partecipazione pubblica"; ...?. Con circa 25 mln di votanti hanno risposto SI 13.736.435 (54,90%) e NO 11.286.527 (45,10%). Sulla scheda di leggeva esattamente: “Abolizione della Concessione del Servizio Pubblico ad una società per azioni a totale partecipazione pubblica e dell’appartenenza obbligatoria delle Azioni allo Stato delle Azioni della RAI”. Tra i sostenitori del SI c’erano: Lista Pannella, Lega Nord, PdS (ora PD), Patto dei democratici,  PRI, Partito Polare (Bianco) e Forza Italia. Una bizzarra combinazione di comuni intenzioni.


Successivamente, il 3 maggio 2004, viene approvata la Legge 220 (cosiddetta Legge Gasparri) dove, all’art. 21,3 si legge “Entro quattro mesi dalla data di completamento della fusione per incorporazione di cui al comma 1 è avviato il procedimento per l'alienazione della partecipazione dello Stato nella RAI-Radiotelevisione italiana Spa come risultante dall'operazione di fusione di cui al comma 1. Tale alienazione avviene mediante offerta pubblica di vendita …”.

Ci sono tanti interrogativi che si fatica a mettere in ordine. Perché l’esito referendario non ha avuto seguito? Perché la Legge Gasparri non è stata applicata? Qualcuno oggi vorrebbe ancora la RAI privatizzata e chi altri invece avversa questo pensiero?  Cosa è cambiato da allora? Il PD di oggi ha cambiato opinione rispetto al PdS di allora sulla privatizzazione della RAI quando votò convintamente per il SI? Se mai fosse, in che senso ora immagina l’assetto sociale del Servizio Pubblico che non sia una mera revisione della governance con l’introduzione di una “fondazione” dove non si capisce bene la sua natura, la sua logica e il suo ordinamento costitutivo in particolare rispetto ai criteri di nomina dei suoi componenti? E il resto del “campo largo” che ne pensa? Non abbiano trovato riscontri se non generici appelli alla “difesa” del Servizio Pubblico.

Siamo convinti che questo argomento sia ben vivo sottotraccia e forse non solo tra i partiti della maggioranza (vedi risultato del nostro piccolo sondaggio) ed ha il suo punto focale, il naturale riferimento temporale, nel 2027 quando l’attuale Concessione andrà a scadenza e si aprirà il dibattito sul suo rinnovo con una sottintesa minaccia di “andare a gara” ovvero ipotizzare il subentro di altri soggetti. Come pure non è nemmeno tanto sottotraccia il tema della fonte di finanziamento della RAI: con un colpo di mano è stato ridotto almeno per quest’anno e per il futuro non è dato sapere. E non è cosa da poco: significa semplicemente non poter pianificare investimenti oltre i 12 mesi.

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sabato 2 marzo 2024

work in progress

 C'è un argomento molto interessante che ogni tanto rispunta furi. 

Ci stiamo lavorando.

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venerdì 1 marzo 2024

Il futuro della RAI ???

Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

«Ogni collasso porta con sé disordine intellettuale e morale. Bisogna creare gente sobria, paziente, che non disperi dinanzi ai peggiori orrori e non si esalti a ogni sciocchezza. Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà» (A. Gramsci)

Come ai fatto a fare bancarotta ? chiese Bill. In due modi - Mike disse – gradualmente prima e improvvisamente poi. Chi ti ci ha portato? Amici – disse Mike. Io avevo un sacco di amici. Falsi amici. (Fiesta, E. Hemingway)

“Un’azienda sopravvive e si fortifica solo se cresce in tutte le sue dimensioni” (J.K. Galbraith)

In questo periodo alcuni festeggiano i 70 anni di televisione sovrapponendo il tema con quello della RAI che non è solo televisione ma qualcosa di molto, molto più complesso. Bloggorai non partecipa a questa “festa”. Non ci interessa tanto guardare indietro quanto più ci appassiona provare ad immaginare cosa ci attende tra 10 anni. Ci è stata proposta una metafora suggestiva, dura ma convincente. Quando si è di fronte ad una persona cara in gravi difficoltà psico fisiche, magari anziana, spesso si dibatte se augurargli di chiudere serenamente il proprio dolore ed auguragli una nuova miglior vita oppure se battersi strenuamente con un accanimento terapeutico per la sua sopravvivenza pur consapevoli di un’esistenza faticosa e durissima alla quale andrà incontro. Non è un tema facile e non ci sono facili risposte.

Quando si parla di RAI, di Servizio Pubblico (anche qui sovrapponendo due concetti non sempre simili tra loro) il dibattito si apre e divide gli schieramenti. LA RAI non sta bene per tanti aspetti noti a tutti. Potrà guarire? Potrà sopravvivere a se stessa? Abbiamo proposto un mini sondaggio a spanne, amichevole, tra i nostri lettori chiedendo come potrà essere la RAI tra 10 anni e, grosso modo, questi i primi risultati.

Una larga maggioranza, circa il 50%, la ritiene sostanzialmente persa, irriformabile, destinata all’estinzione. Qualcuno precisa: “Fermo restando questo quadro politico e questa dirigenza” forse immaginando che se invece cambiasse il contesto qualcosa di buono potrebbe succedere. In questa maggioranza risiedono pure coloro che il futuro della RAI non dipende da “se stessa” o dalla politica che la dirige quanto da grandi fenomeni e mutamenti che comunque impatteranno su di essa, sul mercato entro il quale si muove, sulla società e la cultura che evolve. Un pessimista scrive: “Non è il tema RAI ad essere rilevante. Mediaset, una volta scrollata di dosso la veste politica, sarà molto più libera di fare concorrenza e diventerà di gran lunga la più importante e rilevante industria media del Paese. La Rai è destinata a diventare sempre più irrilevante”. Un altro lapidario: “Sarà la nuova Alitalia”.

Una “minoranza silenziosa e qualificata” (circa il 20%)  è fortemente convinta che “… della RAI non si può fare a meno” e quindi tra 10 anni ci sarà ancora, magari fortemente ridotta, ridimensionata nelle risorse di cui dispone, nella quantità di persone che impiega e nel volume complessivo di offerta editoriale. Citiamo “Se mantiene la coerenza e complementarietà delle piattaforme agendo su tutte le dimensioni sarà una Rai rafforzata. Se invece si concentra solo sul broadband sarà una RAI ridimensionata con una drastica riduzione dimensionale fino alla sua progressiva scomparsa”. Il modello che si aggira come uno spettro è la PBS americana: una buona televisione “pubblica” per pochi. Il problema è che “questa RAI” non ha le risorse economiche necessarie e sufficienti per essere diversa dal broadband.

Un buon  20% invece ritiene che si possa e si debba fare qualcosa, che non tutto è perduto, che ci sono spazi di iniziativa e proposta … sempre che … a condizione che … Sono lettrici e lettori inguaribili ottimisti, forse gli ultimi giapponesi che non si vogliono arrendere e resistono nella giungla in attesa che “il nemico” possa implodere senza combattere perché “… comunque questi non sono capaci ... a governare il Paese e dirigere la RAI”. Bloggorai, ovviamente, è tra costoro altrimenti avrebbe chiuso bottega da un pezzo. Certo, consapevoli che non si sa bene su quali forze contare: i partiti di Governo? “l’opposizione” ? La Società Civile? La Croce Rossa? I Boy Scout? Forse, si tratta solo e sempre di “inguaribili ottimisti”, di sognatori, di visionari e di sonnambuli. A prescindere.

Rimangono i confusi, gli incerti, gli osservatori silenziosi, gli “umarel” ai bordi del cantiere. Leggermente rasseganti ad un futuro che ignorano, i timorosi di minacce incognite dell’Intelligenza Artificiale di cui non sanno nulla e manco vogliono sapere.

Infine, si aggira una sparuta pattuglia di estremisti, di pasdaran del “tanto peggio tanto meglio”, gli incalliti pessimisti a priori: “Sale grosso e tutti a casa!!! Io guardo altro”.

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