sabato 3 ottobre 2026

RAI. I have a dream ...

By Bloggorai ©

Ogni tanto, succede, che si possa immaginare o sognare che la Rai, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, possa essere diverso da quello che oggi è e magari vagamente somigliante a quello che era … una volta. I sogni, si sa, sono materia misteriosa e non costano nulla.

Ecco allora che, succede, che va in onda la quarta serie di Doc, una serie fiction su Rai Uno di grande successo. Ne parlano gran bene e lo stesso Corriere oggi ne magnifica le qualità a tal punto da scrivere “Miracoli della fiction. Argentero, ministro subito!!!”. Ovviamente, c’è stato subito chi ne ha applaudito l’ennesimo successo di pubblico: giovedì sera “vince la serata …” oppure “sbanca gli ascolti …” etc. Verrebbe da dire che, succede, che pure alla Rai si fanno “cose” buone. Già, se non che le “cose” ovvero gli ascolti di Doc vincono la serata ma non convincono i telespettatori: dalla prima edizione ad oggi sono “emigrati” poco meno della metà, passando dai circa 7 milioni del 2020 a circa 4 di quest’ultima puntata. La perdita non è di poco conto: lo share è rimasto pressoché invariato (circa il 26%) ma le “teste” di fronte alla tv sono diminuite con grande disappunto degli inserzionisti pubblicitari che, notoriamente, comprano spazi in relazione agli individui presenti di fronte alla Tv e non per lo share. Cosa è successo? Perché un numero così elevato di telespettatori abbandona il suo interesse? Ci sono tante risposte plausibili. Una è legata al momento della sua prima messa in onda, il 2020, quando il Paese era sotto la pressione della pandemia dove il tema “sanità pubblica” destava giocoforza enorme attenzione. Un’altra possibile risposta è legata ai mutamenti “fisiologici” del pubblico che in parte si definisce come zoccolo duro di aficionados ma in altra parte tende a richiedere (e trovare) nuove idee, nuovi prodotti, nuove “narrazioni” anche su altre piattaforme. Non tutto funziona come Montalbano, o come la Principessa Sissi o come Pretty Woman con la televisione dei bei tempi che furono.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi si è sparsa sui social una notizia: Rai Storia manderà in onda il prossimo 10 ottobre il documentario Naza sul genocidio “tecnologico” compiuto dall’esercito israeliano nella striscia di Gaza dove sono stati massacrati oltre 70 mila civili. La voce gira velocemente e solleva incredulità: possibile mai che la Rai possa essere così coraggiosa ma mandare in onda una cosa del genere? Bloggorai ha sollevato dubbi e chiesto in giro: naaaaaa, tranquilli … sereni. Non ci pensano lontanamente e, anzi, se ne guardano bene anche solo da sollevare il tema.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi è iniziata la programmazione di “Italiana” sul canale 57 al posto di Rai Scuola. Abbiamo provato a vedere e ci è passata subito ogni fantasia. Niente, non c’è verso: sprovveduti allo sbaraglio che pur di impossessarsi di un territorio televisivo non si fanno scrupoli di cancellare un vincolo di Servizio Pubblico e metterci al suo posto una riedizione di vecchi programmi rivisiti e corretti in acqua fresca. Techedeche, a confronto, è una grande novità. “Vogliamo promuovere il Made in Italy nel mondo” ha detto il direttore distribuzione Ciannamea (una volta, si leggeva, molto quotato in area Lega, ora non si sa). Già: ne abbiamo tanto bisogno.

Ecco allora che, succede, nei giorni scorsi andavano in onda i mondiali di ciclismo su RaiDue. È successo che, ad un certo punto, la trasmissione è stata interrotta per dare la linea al Tg2 proponendo di proseguire e spostare la visione su Rai Play. “Demenziale” è stato il commento più generoso: passare dal DTT allo streaming è come darsi una zappata sugli stinchi e vivere felici. Nella Rai di oggi succede.

bloggorai@gmail.com

venerdì 2 ottobre 2026

Vittoria: "Loro" 4 ... "Noi" 0

By Bloggorai ©

Un rumore, un brontolio cupo, antico, sordo e profondo si avverte nelle viscere, nelle fondamenta, nei retrobottega di quanti (ormai pochi e con una certa età) seguono, si occupano e si preoccupano di Rai e del futuro del Servizio Pubblico.

Si avverte un vago senso di distaccata attenzione, di malumore e di diffuso malmostio nella consapevolezza di aver perso una battaglia non perché erano più forti “loro” (la destra ovvero il Governo) ma perché eravamo deboli e confusi “noi” (i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo”) che ancora non riusciamo ad inserire questo tema come prioritario e strategico nell'agenda politica.

Hai voglia a dire e protestare: la partita la stanno vincendo “loro”. “Noi” non abbiamo una squadra con un reparto di difesa e tantomeno uno di attacco capace di buttare la palla dentro la rete almeno una volta. Ha scritto Vincenzo Vita sul Manifesto ormai sei mesi addietro “La Rai da tempo non è una priorità, ora è un fastidio”. Già, forse è un “fastidio” e forse non solo per la maggioranza.

Primo gol. La riforma RAI: nei giorni scorsi abbiamo avuto la conferma di quanto da tempo Bloggorai ha scritto chiaro e tondo da mesi, in epoca non sospetta: il Governo intende portare in Aula la “loro” proposta di Legge di riforma della RAI prima della fine legislatura per scrivere una ipoteca granitica sul “nuovo” Servizio Pubblico che verrà dal 2027. Ebbene, il prossimo 26 novembre la “riforma RAI” targata Meloni andrà in Aula del Senato e con i numeri di cui dispongono se la canteranno e suoneranno da soli, come previsto e prevedibile. Il prossimo anno ci giocheremo tutto: elezioni, rinnovo della Concessione e nuovo Cda. Il rischio di avere Tele Meloni per i prossimi quattro anni è più che concreto.

“Dati causa e pretesto, come siamo giunti a tutto questo?” È successo che “noi” ovvero “i progressisti, il “tavolo di lavoro” e il “campo molto largo” siamo partiti da lontano, talmente lontano con tante innumerevoli proposte di riforma RAI che ci siamo persi per strada senza mai riuscire a trovarne una comune. Bloggorai possiede tutto l’archivio di ogni proposta di Legge, documento di lavoro, ipotesi di dibattito, che proviene da tempo, tanto, forse troppi anni di incertezze e vaghezze. Tutto poi naufragato recentemente (aprile /luglio scorso) in strampalati e bizzarri emendamenti immeritevoli di nota. Tanto per capirci: il famigerato “COM” (Contratto Obiettivi e Mezzi) che pure laddove lo hanno inventato poi lo hanno spernacchiato; oppure il “canone scorrevole” oppure ancora una faraonica “Fondazione”. L’opposizione si è persa non solo sui sentieri della tattica ma pure nell’autostrada a quattro corsie della strategia: ci si è ancorati all’EMFA senza aggiungere una parola sul progetto, sulla visione e sulla prospettiva del Servizio Pubblico con la speranza che la soluzione della governance e del finanziamento risolvesse il problema della sua offerta editoriale, del suo assetto organizzativo e del suo futuro tecnologico.  

Secondo gol. Storia analoga per la Vigilanza RAI: bloccata da quasi un anno. Per la protervia della maggioranza ma anche per la confusione dell’opposizione: era giusto opporsi al nome della Agnes “imposto” dal Governo ma forse si poteva e doveva trovare una soluzione alternativa proposta dalla stessa opposizione con un altro nome. Perché non è avvenuto? Lo scorso luglio i parlamentari dell’opposizione si sono dimessi e quale è stato il risultato, cosa ne è venuto fuori? Nulla, come e forse peggio di prima: se mai fosse che si andrà alle elezioni anticipate la Vigilanza non c’è (e dovrebbe occuparsi del regolamento par condicio).

Terzo gol. Questo Cda Rai, questo AD Rossi stanno portando a termine il loro mandato tranquilli e beati, incuranti dello stato di estinzione dove si trova la Rai e Il Servizio Pubblico. Lo abbiamo scritto e lo ribadiamo forte e chiaro: si tratta di un Cda frutto malato di un albero avvelenato che non doveva nascere: a settembre 2024 le indicazioni dell’EMFA su criteri di nomina erano già noti (seppure ancora non vincolanti) e si potevano e dovevano adottare tant’è che l’opposizione era tutta unita (fino al pomeriggio del 25 settembre” con l’indicazione “prima la riforma e poi le nomine”. Sappiamo come è andata a finire. M5S e AVS da una parte e PD dall’altra con i due consiglieri, di Majo e Natale, specializzati nei comunicati del giorno dopo e che nonostante gli inviti a dimettersi venuti da più parti, rimangono incollati alla poltrona.

Quarto gol. L’Azienda RAI, il Servizio Pubblico Radiotelevisivo, è avviata sulla strada di un progressivo e ineluttabile declino sia per le nuove dimensioni del mercato, sia per la sua incapacità/impossibilità ad essere migliore di quello che oggi è. Questo processo non è frutto di una combinazione casuale, di una fortuita coincidenza (oppure come qualcuno ha scritto "autolesionismo"): vedi le dichiarazioni dell’AD sull’emigrazione dei telespettatori da RAI Tre. Si tratta di un processo di degrado in termini di pubblico: sempre meno e sempre più anziano. Lo è in termini in termini di offerta editoriale: palinsesti infarciti di repliche e di format d’acquisto e pure quando c’è un “format” o un brand fatto in casa, di proprietà, viene ceduto in “comodato d’uso” ad una persona esterna (vedi Maggioni con il “suo” Newsroom). Lo è in termini di “piani” inesistenti (informazione), oppure industriale (non ci sono risorse per sostenerlo, vedi conclusione del deal RAI Way: vedi ieri sul Sole un articolo a firma Andrea Biondi con titolo "Rai, sui conti l'incognita Rai Way" dove si legge "...senza la valorizzazione delle quote di RaiWay ... la Pnf andrebbe oltre i - 600 mln ".  ) oppure immobiliare (scelleratezze varie: dall’operazione Portello di Milano alla vendita di Torino, Venezia e Roma).

Nota bene. Questo campionato non prevede un girone di ritorno.

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