martedì 11 agosto 2020

No, non si può ...non si deve

Nei giorni scorsi è successo un  fatto molto grave: Sergio Piazzi, un operaio di Rai Way è morto mentre effettuava manutenzione agli impianti. Sarà anzitutto la magistratura ad accertare le responsabilità. Noi ci limitiamo ad esprimere solidarietà per i congiunti e ribadire che non si può, non si deve, morire sul posto di lavoro.

Proponiamo però alcune osservazioni (peraltro già fatte più volte nel passato). Questi i numeri evidenziati in investimenti operativi  dalla quotata Rai:  “Al 31 marzo 2020 gli investimenti sono pari a € 8,7 milioni, di cui € 7,9 milioni legati ad attività di sviluppo (€ 2,6 milioni nel primo trimestre 2019, di cui € 1,7 milioni in attività di sviluppo)”. Carta canta: gli investimenti in manutenzione e sicurezza sono una quota marginale. Osserva un nostro attento lettore: “Una rete di oltre 2000 siti non la mantieni in efficienza con meno di 4ML annui” e, in questo caso, sono stati spesi appena 0,8ML. Un altro lettore suggerisce una similitudine con Atlantia: “…1.2 MD in dividendi e 150 ML in manutenzioni”. Torniamo a quanto scritto in altre occasioni: Rai Way costa troppo (oltre 180 ML anno) per quanto si potrebbe ottenere sul mercato. Inoltre, le prospettive tecnologiche di sviluppo della rete broadcast imporrebbe di vendere subito tutto, prima che sia troppo tardi: le torri si arrugginiscono e non è lontano il giorno in cui serviranno solo a farne ferro vecchio buono per la rottamazione o, in alternativa, base di appoggio per i nidi delle rondini e dei passerotti.

Andiamo avanti. Premettiamo che non ci sono notizie rilevanti sulla stampa di oggi, a parte un articolo su Italia Oggi, a firma Andrea Secchi, su dati Audiweb del mese di giugno dove si legge che “… l’andamento dell'audience online a giugno comincia a essere decisamente più in linea con quello tradizionale legato agli eventi stagionali: i siti di news continuano il loro ritorno ai livelli pre-covid”.

La bellezza e la ricchezza di questo blog sono i suoi lettori che non mancano occasione di farci, giustamente, le pulci. Ieri abbiamo scritto, riportando un’opinione di un lettore che in buona parte condividiamo, che “la televisione è ciò che manda in onda, è il suo prodotto”. Ci viene poi osservato: “La Rai è ciò che manda in onda su tutte le piattaforme (tv, radio, web). La Rai è la sua offerta di contenuti e servizi”. Anche questa osservazione è corretta: la Rai non è solo televisione, ad esempio è anche Radio e per certi aspetti lo è anche di più, ed è tante altre cose che sommate insieme compongono una vasta offerta tra le più importanti se paragonata a quella degli altri servizi pubblici europei. Ora, il dibattito si affina: si tratta di intenderci su cosa effettivamente è e su come effettivamente viene percepita dal suo pubblico. Sono due filoni di ragionamento che non coincidono sempre. Osserviamo che, nel cosiddetto “immaginario collettivo”, la Rai viene “percepita” per due pilastri fondamentali: il prodotto editoriale, appunto, che comprende comunicazione e intrattenimento, e il corrispettivo che è obbligatorio pagare, il canone.

Proseguendo su questo terreno torniamo a quanto scritto nei giorni scorsi. Ci è venuta in mente un filone importante dell’analisi sociale contemporanea: la sociologia epidemica. Lo spunto ci viene proposto da un testo del sociologo Philip Strong “Epidemic Psychology: a model” (1990) - ripreso da un post di Capuano R. (2020) La sociologia epidemica di Philip Strong - dove si legge che: “le epidemie non sono un fenomeno che interessa esclusivamente la medicina e la fisiologia, ma anche la sociologia e che le conseguenze delle epidemie hanno un impatto forte sulle società al cui interno esse circolano. Per la precisione, secondo Strong, la “psicologia epidemica” genera almeno tre tipi di epidemie psicosociali. La prima è definita “epidemia della paura”; la seconda “epidemia delle spiegazioni e delle moralizzazioni”; la terza “epidemia dell’azione o dell’azione proposta”.  Provate a riportare queste considerazioni sul terreno di quanto ha fatto la Rai durante e dopo la crisi del Covid: come ha gestito e sostenuto i “messaggi” topici, i “contenuti emotivi” proposti ed esposti dai vari “esperti” che hanno animato per giorni, martellanti e contraddittori, le giornate passate chiusi in casa.

Aggiungiamo  altri spunti: l’ultimo rapporto annuale Istat sullo stato di salute del nostro Paese, al netto dell’emergenza Coronavirus, ha mostrato una società complessa che affronta con fatica gravi difficoltà. Ci limitiamo ad osservare il fronte culturale. Nonostante l’avanzata impetuosa di nuove tecnologie di comunicazione, sono tanti, troppi, gli italiani in sofferenza e non solo per il digital divide tra Nord e Sud, ma anche più semplicemente tra chi ha accesso alla cultura e chi no, tra chi legge almeno un libro l’anno e chi no, tra chi ha un livello di alfabetizzazione basso e chi invece molto elevato. Questo il campo del Servizio Pubblico radiotelevisivo, questo il perimetro che il Contratto di Servizio impone come attività obbligatoria che invece, troppo spesso, è disattesa. Ieri lo abbiamo ricordato per quanto riguarda l’impegno sul “sociale”. Tanto per non farci intorpidire la memoria dal caldo di agosto, ricordiamo sempre la comunicazione sulla transizione al DVB-T2, come pure l’avvio dei nuovi canali inglese e istituzionale. Così, tanto per dire, per non farci mancare nulla.

bloggorai@gmail.com

 

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