domenica 22 maggio 2022

La prima estate


-29
tenete a mente questo numero !

Una calda domenica di inizio estate. Tutto sommato tranquilla se non ci fosse il rumore di guerra sottofondo.

Sulla Rai oggi nulla da segnalare: solo un breve commento sul Corriere a proposito dei dati di ascolto che rilevano anche i telespettatori “non lineari” che aumentano sempre più. Lo sapevamo da tempo come pure sappiamo, da tempo, che la Rai fatica ad intercettarli.

bloggorai@gmail.com


 

sabato 21 maggio 2022

Un Misterioso Documentario sulla RAI

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

 Cosa è la Rai oggi? 
Interrogativo al quale se ne affianca uno conseguente: 
cosa sarà la Rai domani? 

Domande complesse e risposte semplici: “Si tratta di un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma” (W:C.), chiuso in un barattolo di vetro, sigillato in una scatola di cemento poi gettata nella Fossa delle Marianne (aggiungiamo noi). È una banale constatazione per quanto oggi è possibile osservare nella sua architettura, nei suoi bizantini meccanismi di funzionamento interno che pure la mantengono in piedi. Una qualsiasi altra “Azienda normale” vedrebbe la fila di quanti sarebbero presi a calci in culo e restituiti a sani lavori agricoli dove mancano braccia volenterose. Ma una “Azienda normale” dovrebbe avere “azionisti” normali che invece tanto “normali” non sembrano proprio essere di questi tempi.

Perché proprio oggi questo primaverile interrogativo? Anzitutto, molti nostri amici lettori sanno che il sottoscritto per “dovere istituzionale” e per piacere si occupa di cinema e neanche poco. Come noto, noi arriviamo sulle notizie alquanto in ritardo, il tempo necessario per metabolizzare, capire, chiedere e approfondire. Allora, è successo che ieri Il Tempo ha pubblicato un articolo con il titolo “La realtà portata sullo schermo con i documentari di Rai Cinema” dove si legge che “Dal 2010 al 2021 Rai Cinema ha prodotto 475 documentari… per un investimento pari a 33 mln di euro” … “…di cui 136 ospitati nei più prestigiosi festival internazionali …”. Accipiccchia, un affare!!! Complimenti: immaginiamo la bacheca ricca di ambiti trofei di “partecipazione”!!!

Abbiamo fatto subito una semplice divisione per capire quanto è costato ogni documentario targato RaiCinema, cioè 33.000.000:475= 69.473 Euro. Ci sembra un costo alquanto contenuto che lasciano intendere due possibilità: o a RaiCinema i documentari li regalano un tanto al chilo o chi li produce e li vende è animato da spirito missionario e i prodotti acquistati non valgono una mazza. Come può costare, mediamente, 69 mila euro un documentario? Mistero. Ci sarebbe una terza possibilità offerta dalla statistica: proviamo a supporre che almeno 10 documentari, di un grande autore che richiede grandi mezzi di produzione, possa costare 1 mln = 10 mln, ne rimangono 23. Facciamo che almeno 20 possano costare ½ milione = altri 10 mln e ne rimangono 13 per realizzarne 445= 29 mila euro! Ovviamente noi non siamo bravi a dar di conto ma ancora non ci siamo rincoglioniti del tutto. Ripetiamo quanto scritto prima con i conti aggiornati: come può costare, mediamente, 29 mila euro un documentario? Infine: 475 in 11 anni = 43 documentari l’anno. Dove sono andati a finire? In quale rete Rai sono stati trasmessi? Ovvero in quante sale cinematografiche e quanto hanno incassato ognuno o almeno complessivamente tutti e 475? Se non conosciamo questi dati... tutto il resto è noia. Lo ammettiamo, qualcosa ci sfugge, pur tuttavia molto altro ci è ben chiaro.

Ma il vero mistero sono le dichiarazioni congiunte di Paolo Del Brocco, AD di Rai Cinema, e del suo presidente Nicola Claudio rilasciate a Cannes: “Il documentario è un genere di massima espressione e approfondimento della realtà, che ci offre una maggiore comprensione anche del mondo di oggi”. Buuuum, clamoroso!!! Questa frase ci sembra di averla già sentita da qualche parte. Se non lo avessimo letto, nero su bianco, avremmo faticato a crederci. Allora proseguiamo con le domande “sceme”: ci sbagliamo oppure dovrebbe esistere in Rai una apposita direzione chiamata appunto “Documentari”? Per chi produce documentari Rai Cinema? Per le sale? Quali sale? Per il grande pubblico del Cinema o per quello dei telespettatori Rai? Chi li ha visti, quando e dove sono andati in onda? Leggiamo quanto scritto nella sua “mission”: “Il Documentario si è imposto negli ultimi anni come una forma di racconto capace di raggiungere un pubblico ampio e trasversale… Ma c’è anche una motivazione più profonda alla base di questa nuova popolarità del documentario: il bisogno di comprendere meglio la realtà … La prima sfida di Rai Documentari è trovare il proprio pubblico, e per farlo è necessario lavorare in più direzioni. Il primo obiettivo è stato creare uno spazio riconoscibile nel palinsesto Rai”. Bene…interessante. Vediamo allora quanti sono i soggetti coinvolti all’argomento: il primo, ovviamente, è lo stesso RaiDoc, poi c’è Rai Cultura, poi c’è Rai Play, poi ci sono specifici “Potentati di rete” (uno su tutti: quella della famiglia Angela su RaiUno per non dire di quelli utilizzati da Rai Tre) e, infine, in quota parte i Tg (vedi Speciali del Tg1). 

Si tratta di un argomento sul quale ci sembra ci sarà molto da capire e sapere. Intanto ci limitiamo ad osservare che anche in questo campo, come del resto gli altri (vedi informazione) siamo in presenza del disordine più totale per quanto riguarda la politica industriale. Perché Rai Cinema si occupa di documentari o almeno perché non lo fa in coordinamento (editoriale e gestionale) con Rai Documentari? E perché questo genere, tanto giustamente esaltato, non trova riscontro nel panorama dell’offerta che sembra provenire per larga parte di acquisto e non di produzione autonoma? La risposta l’abbiamo scritta anche a suo tempo quando parlammo del Documentario su Pompei, acquistato dai francesi: produrre documentari costa e tanto. Si tratta semplicemente di scelte di “politica industriale” nonché editoriale che Rai non compie, non vuole compiere. Quale può essere la logica che guida una spartizione di ruoli, competenze e risorse così frastagliata? A chi conviene? La tanto citata BBC di Sir David Attenborough per riprendere 1 minuto di una scimmia che fa pipì sotto un baobab nel cuore dell’Africa, impiega 10 persone h24 per settimane in attesa del momento giusto. A quanto ammonta il budget di Rai Documentari? È adeguato e sufficiente?

Cosa è la Rai oggi? Questa è solo una piccola parte, molto ricca.

bloggorai@gmail.com


Il Misterioso Documentario sulla Rai

Foto di mohamed Hassan da 
Cosa è la Rai oggi? 
Interrogativo al quale se ne affianca uno conseguente: 
cosa sarà la Rai domani? 

Domande complesse e risposte semplici: “Si tratta di un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma” (W:C.), chiuso in un barattolo di vetro, sigillato in una scatola di cemento poi gettata nella Fossa delle Marianne (aggiungiamo noi). È una banale constatazione per quanto oggi è possibile osservare nella sua architettura, nei suoi bizantini meccanismi di funzionamento interno che pure la mantengono in piedi. Una qualsiasi altra “Azienda normale” vedrebbe la fila di quanti sarebbero presi a calci in culo e restituiti a sani lavori agricoli dove mancano braccia volenterose. Ma una “Azienda nomale” dovrebbe avere “azionisti” normali che invece tanto “normali” non sembrano proprio essere di questi tempi.

Perché proprio oggi questo primaverile interrogativo? Anzitutto, molti nostri amici lettori sanno che il sottoscritto per “dovere istituzionale” e per piacere si occupa di cinema e neanche poco. Come noto, noi arriviamo sulle notizie alquanto in ritardo, il tempo necessario per metabolizzare, capire, chiedere e approfondire. Allora, è successo che ieri Il Tempo ha pubblicato un articolo con il titolo “La realtà portata sullo schermo con i documentari di Rai Cinema” dove si legge che “Dal 2010 al 2021 Rai Cinema ha prodotto 475 documentari… per un investimento pari a 33 mln di euro” … “…di cui 136 ospitati nei più prestigiosi festival internazionali …”. Accipiccchia, un affare!!! Complimenti: immaginiamo la bacheca ricca di ambiti trofei di “partecipazione”!!!

Abbiamo fatto subito una semplice divisione per capire quanto è costato ogni documentario targato RaiCinema, cioè 33.000.000:475= 69.473 Euro. Ci sembra un costo alquanto contenuto che lasciano intendere due possibilità: o a RaiCinema i documentari li regalano un tanto al chilo o chi li produce e li vende è animato da spirito missionario e i prodotti acquistati non valgono una mazza. Come può costare, mediamente, 69 mila euro un documentario? Mistero. Ci sarebbe una terza possibilità offerta dalla statistica: proviamo a supporre che almeno 10 documentari, di un grande autore che richiede grandi mezzi di produzione, possa costare 1 mln = 10 mln, ne rimangono 23. Facciamo che almeno 20 possano costare ½ milione = altri 10 mln e ne rimangono 13 per realizzarne 445= 29 mila euro! Ovviamente noi non siamo bravi a dar di conto ma ancora non ci siamo rincoglioniti del tutto. Ripetiamo quanto scritto prima con i conti aggiornati: come può costare, mediamente, 29 mila euro un documentario? Infine: 475 in 11 anni = 43 documentari l’anno. Dove sono andati a finire? In quale rete Rai sono stati trasmessi? Ovvero in quante sale cinematografiche e quanto hanno incassato ognuno o almeno complessivamente tutti e 475? Se non conosciamo questi dati ... tutto il resto è noia. Lo ammettiamo, qualcosa ci sfugge, pur tuttavia molto altro ci è ben chiaro.

Ma il vero mistero sono le dichiarazioni congiunte di Paolo Del Brocco, AD di Rai Cinema, e del suo presidente Nicola Claudio rilasciate a Cannes: “Il documentario è un genere di massima espressione e approfondimento della realtà, che ci offre una maggiore comprensione anche del mondo di oggi”. Buuuum, clamoroso!!! Questa frase ci sembra di averla già sentita da qualche parte. Se non lo avessimo letto, nero su bianco, avremmo faticato a crederci. Allora proseguiamo con le domande “sceme”: ci sbagliamo oppure dovrebbe esistere in Rai una apposita direzione chiamata appunto “Documentari”? Per chi produce documentari Rai Cinema? Per le sale? Quali sale? Per il grande pubblico del Cinema o per quello dei telespettatori Rai? Chi li ha visti, quando e dove sono andati in onda? Leggiamo quanto scritto nella sua “mission”: “Il Documentario si è imposto negli ultimi anni come una forma di racconto capace di raggiungere un pubblico ampio e trasversale… Ma c’è anche una motivazione più profonda alla base di questa nuova popolarità del documentario: il bisogno di comprendere meglio la realtà … La prima sfida di Rai Documentari è trovare il proprio pubblico, e per farlo è necessario lavorare in più direzioni. Il primo obiettivo è stato creare uno spazio riconoscibile nel palinsesto Rai”. Bene…interessante. Vediamo allora quanti sono i soggetti coinvolti all’argomento: il primo, ovviamente, è lo stesso RaiDoc, poi c’è Rai Cultura, poi c’è Rai Play, poi ci sono specifici “Potentati di rete” (uno su tutti: quella della famiglia Angela su RaiUno per non dire di quelli utilizzati da Rai Tre) e, infine, in quota parte i Tg (vedi Speciali del Tg1). 

Si tratta di un argomento sul quale ci sembra ci sarà molto da capire e sapere. Intanto ci limitiamo ad osservare che anche in questo campo, come del resto gli altri (vedi informazione) siamo in presenza del disordine più totale per quanto riguarda la politica industriale. Perché Rai Cinema si occupa di documentari o almeno perché non lo fa in coordinamento (editoriale e gestionale) con Rai Documentari? E perché questo genere, tanto giustamente esaltato, non trova riscontro nel panorama dell’offerta che sembra provenire per larga parte di acquisto e non di produzione autonoma? La risposta l’abbiamo scritta anche a suo tempo quando parlammo del Documentario su Pompei, acquistato dai francesi: produrre documentari costa e tanto. Si tratta semplicemente di scelte di “politica industriale” nonché editoriale che Rai non compie, non vuole compiere. Quale può essere la logica che guida una spartizione di ruoli, competenze e risorse così frastagliata? A chi conviene? La tanto citata BBC di Sir David Attenborough per riprendere 1 minuto di una scimmia che fa pipì sotto un baobab nel cuore dell’Africa, impiega 10 persone h24 per settimane in attesa del momento giusto. A quanto ammonta il budget di Rai Documentari? È adeguato e sufficiente?

Cosa è la Rai oggi? Questa è solo una piccola parte, molto ricca.

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venerdì 20 maggio 2022

La Rai e il giorno del silenzio

Foto di NickyPe da 
Oggi tutto tace, almeno sulla Rai. Oggi è il giorno dell’assordante silenzio (ossimoro). Oggi è il giorno in cui parla la politica, ovvero ciò che ne resta, ovvero parla solo il Governo. Oggi è il giorno de “non ci sono più i partiti di una volta” quando i leader andavano in giro con le pezze al culo. Oggi è il giorno in cui è necessario pensare alle concessioni balneari. Oggi è il giorno de “L’ultimatum di Draghi” (La Stampa) e lo stesso “Draghi richiama i partiti” (Corriere) mentre si svolge la “Diplomazia militare” (Repubblica) quando “Ci mancava solo il vaiolo” (Libero) e, infine, “Il Governo delle armi trema per i balneari”.  

In questo quadro, ragionevolmente, qualcuno può solo immaginare che si sia uno spazio di attenzione per la Rai e per il suo futuro? Qualcuno può, credibilmente, che si possa essere qualche seguito alle pie intenzioni di affrontare il tema Contratto di Servizio, canone, investimenti, informazione del Servizio Pubblico quando non sono in grado nemmeno di mettersi d’accordo sulle sedie a sdraio ‘n goppa o’mare? Noi no, abbiamo perso le speranze, almeno per questa legislatura che ormai sembra avviata verso la sua fase più inutile e irrilevante.

I documenti di cui abbiamo scritto (vedi lo Speciale Bloggorai sul Contratto di Servizio di mercoledì scorso) corrono il serio rischio di rimanere poco più di una cartellina dimenticata tra i ritagli stampa se non si scioglie il solo unico e più rilevante problema: i soldi, gli euri, le risorse, i sghei, il malloppo. Diciamocelo francamente e non prendiamoci in giro: tutto il resto è fumo (magari buono) ma fumo. Sottolineiamo: sul tema canone c’è il buio più totale, salvo l’intemerata idea della doppia bolletta di cui abbiamo accennato ieri. O meglio, ad essere più precisi, ci sono idee ma tanto occulte e ben mascherate (e confuse) che quasi quasi è meglio non parlarne, almeno per ora. Rileggete quanto scritto da Barachini (FI) e Romano (PD) nella loro “Bozza del documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sui i modelli di governance e il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo, anche con riferimento al quadro europeo e agli scenari del mercato audiovisivo”  a pag. 10: “Dall'indagine conoscitiva è altresì emerso che il mix di risorse canone-pubblicità non sembra destinato a poter durare ancora a lungo nelle condizioni che abbiamo visto finora. … La pubblicità sarà, quindi, un bene sempre più scarso sul quale la Rai non potrà fare affidamento”. Ovvero, la sola risorsa sulla quale fare affidamento (???) sarà il canone .. ovvero la sola risorsa la cui incertezza e indeterminazione è la sua cifra assoluta.

Rai senza pubblicità = Rai solo canone = canone ridotto/incerto/evaso = Rai senza investimenti = Rai ridimensionata. Parliamone! 

Tutto molto semplice. Oggi giornata del silenzio …  meglio …molto meglio.

bloggorai@gmail.com

  


 

giovedì 19 maggio 2022

La RAI e la forza del suo destino

Foto di Schwoaze da Pixabay

 Nella guerra è la follia

Che dee il campo rallegrar;

Viva, viva la pazzia

Che qui sola ha da regnar!

Le vivandiere prendono le reclute pel braccio e s'incomincia vivacissima danza generale. 

Ben presto la confusione e lo schiamazzo giungono al colmo.

Per addolcire la giornata vi facciamo un piccolo regalo: l’audio de La Forza del destino di cui il testo in apertura del post di oggi:  https://www.youtube.com/watch?v=Tzd_-CqhHgQ

Buongiorno … come va? Mah … così … insomma … potrebbe andare meglio (ma anche peggio). Questo il solito saluto quotidiano al bar sotto casa, con i giornali in mano, ancora intorpiditi dal risveglio. In verità, la sensazione che siamo messi alquanto male è assai forte e già i titoli delle prime pagine non fanno pensare a nulla di buono. Il migliore è del Messaggero “L’Europa spinge su nucleare”. Altro titolo “sereno e tranquillizzante” de La Stampa: “Nella NATO per difendere la Pace”. Certo, come no… è pur sempre un’Alleanza difensiva e, come noto, le alleanze richiedono sostanziose quote di adesione pagate in dollari. Non si sa mai… meglio pagare e se poi abbiamo gli ospedali colabrodo .. chissenefrega.. però siamo al riparo dalla guerra.  


Bene, andiamo avanti e torniamo allo Speciale Bloggorai di ieri sera sul Contratto di Servizio e leggiamo cosa scrive oggi il Sole 24 Ore: il deputato di Italia Viva Michele Anzaldi propone la prossima riscossione del canone sempre attraverso i gestori di energia ma con fatturazione  bimestrale separata. Geniale … e il giornalista lo definisce “l’uovo di Colombo”… se non ci fosse bisognerebbe inventarlo uno così che concepisce colpi di tale genialità. Mi piacerebbe tanto sapere se queste idee gli nascono di suo o se qualcuno invece le inventa e le suggerisce.

In poche parole, sarà possibile che nei mesi pari arriva la bolletta della luce e in quelli dispari quella del canone con la piccola differenza che se non paghi la prima ti staccano  la fornitura e devi ricorrere al fornelletto a carbonella mentre nel secondo caso, male che vada, ti inviano una bella letterina dove, gentilmente, ti invitano a pagare .. altrimenti .. una pernacchia !!!  Il problema poi sarà capire se le buste che conterranno la nuova bolletta saranno di colore diverso: forse quella della luce sarà blu, come si conviene, e quella del canone verdolina pisellino.. così tanto per ingentilire il contenuto. Vista la disponibilità di adeguati gadget tecnologici, consigliamo di inserire nella busta verdolina pisellino anche una striscetta adesiva che, opportunamente tirata con l’apertura della busta stessa, fa partire una musichetta dei Maneskin così si attrae il pubblico giovanile … non si sa mai. Però, intanto, apprezziamo lo sforzo concettuale di Anzaldi, almeno lui si impegna.

Poi oggi c’è un altro articolo su MF che combacia perfettamente con la part conclusiva del nostro Speciale sul Contratto di Servizio di ieri sera. Il titolo è “La Rai verso la razionalizzazione – si ragiona sulla diminuzione  delle testate giornalistiche dalle sette attuali”. Detta così non farebbe una piega: razionalizzare, evitare spese inutili e ridondanti. Ma è solo una piccola parte di un problema che nessuno, finora ha voluto e vuole affrontare concretamente: il piano editoriale sull’offerta informativa. Si tratta di un concetto, un’idea, un proposito, una buona intenzione, una formularne verbale che proprio non gli viene fuori a nessuno nemmeno con le tenaglie. Nell’articolo si cita il paragrafo 4.2 del documento del Governo laddove si dice che “Il Contratto dovrà essere propedeutico alla riaffermazione della leadeship RAI nel settore dell’informazione: a) potenziando il pluralismo informativo e razionalizzando gli aspetti produttivi del sistema informativo senza dar luogo alla segmentazione editoriale”. Tutto alquanto confuso quanto generico se non si riferisce ad un modello, un progetto, un piano di rimodulazione delle testate e dell’offerta complessiva del quale, appunto, non ci sono tracce. Lo abbiamo scritto tante volte e ci tocca ripetere la solita solfa: siamo rimasti all’allegato 4 del precedente Piano Industriale, che giace ormai ammuffito negli scantinati di Viale Mazzini. Newsroom ??? che è ? si mangia??? Coordinamento editoriale delle testate??? RaiNews24? Chiamate il WWF. Il nuovo sito web Rainews.it??? C’è sempre la Sciarelli. Però c’è lo studio nuovo firmato Renzo Piano e ci sarà, a settembre, la striscia quotidiana su RaiTre firmata da Marco Damilano. Lasciamo perdere il tema della striscia notturna della Tgr che dovrebbe passare sul Web: frutto avvelenato del recente accordo Fuortes/Usigrai. Altro colpo geniale portato a casa dall’AD che si è visto, d’un fiato, ritirare la condanna che aveva ricevuto in Tribunale per comportamento antisindacale: per il sindacato giornalisti Rai è un “come non detto”, oooppps… ci siamo sbagliati … in fin dei conti un bravo ragazzo con il quale dialogare. Dialogo si ma senza tanto impegno, dovesse poi magari venire fuori qualche idea bizzarra o velleità di progetto e magari pure di “razionalizzazione delle testate” che potrebbe far supporre la riduzione di qualche centinaio di giornalisti … lasciamo perdere … non si sa mai…

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mercoledì 18 maggio 2022

SPECIALE: il nuovo Contratto di Servizio

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Dopo la diffusione del documento approvato dal Consiglio dei Ministri sul Contratto di Servizio Rai è difficile comprendere e valutarne correttamente il suo contenuto, la sua natura e dinamica se non si tengono in debito conto l’evoluzione di tre contesti fondamentali saldamente connessi tra loro.

Il primo riguarda le risorse economiche e, segnatamente, si riferisce alla variabile ancora indeterminata su come potrà essere riscosso il canone nei prossimi anni che si accompagna a quella, parimenti indeterminata (e tendenzialmente in ribasso), delle risorse da pubblicità. Il secondo si riferisce al modello di governance sul quale pressoché tutti i partiti convergono nel sostenere la sua riforma rivolta al superamento delle Legge 220 del 2015. Di tale dibattito va ricordato il testo della Vigilanza dove si ipotizza un modello Rai senza pubblicità. Infine, il terzo contesto si riferisce all’evoluzione tecnologica in corso e, segnatamente, alla transizione verso il DVB-T2.

A seguito dell’approvazione in Consiglio dei Ministri dell’Atto di indirizzo per la definizione della linee guida su contenuto del contratto di Servizio 2023-28, al momento i soli documenti sui quali è possibile dibattere sono tre:

a. Bozza di linee guida per il contratto di Servizio 2023-2027 (fonte Rai del 19 novembre 2021)

b. Linee guida sul contenuto degli ulteriori obblighi ..ai sensi dell’art. 59 TUSMAR (definito ma non ancora deliberato da AgCom)

c. Atto di indirizzo della PdCM dello scorso martedì 17 maggio.

I tre documenti hanno il tratto comune di fare riferimento a “… adeguato volume di risorse…” ovvero “…corposo investimento in tecnologia …” ovvero ancora “… ferma restando l’esigenza di garantire la sostenibilità economica, l’efficienza aziendale e la razionalizzazione della spesa”. In altre parole, tutto si regge ad una sola e determinata condizione: certezza di risorse adeguate e sufficienti senza le quali tutto il resto dell’architettura del Contratto si mostra fragile e di difficile realizzazione. 

Occorrono risorse per la gestione ma, più ancora, ne occorrono per lo sviluppo e per gli investimenti in quantità rilevante che, al momento, nessuno è in grado di determinare da dove esse possano provenire. cioè, esattemente il punto cruciale del quale vi abbiamo scritto nei giorni scorsi: la difficoltà a sciogliere il problema canone, proprio nei giorni in cui si viene a sapere che "La Francia abolisce il canone. La promessa elettorale di Emmanuel Macron diventa realtà" (fonte: www.e-duesse.it).

Vediamo, sommariamente, i punti qualificanti dei tre documenti. La Bozza RAI si propone anzitutto di costruire il Contratto di “pari passo” col Piano Industriale e di prevedere “… meccanismi di flessibilità che consentano di rimodulare – nel caso – gli obiettivi previsti”. I contesti ai quali si riferisce in premessa sono  relativi al consumo dei video in rete, ai consumo SVOD, e al segno della pandemia Covid e il  conseguente PNRR. Solo un breve e sommario riferimento ad un contesto di assoluto rilievo come la transizione al DVB-T2. Il testo Rai propone il ruolo del Servizio Pubblico Multimediale centrato su 4 aggettivi: rilevante, inclusivo, sostenibile e credibile.

Il testo AgCom (tre pagine scarne e sintetiche) invece pone come premessa fondamentale la trasformazione da broadcaster a digital media company. Premesso che l’Aziwnda debba essere “ … uno dei motori della digitalizzazione dell’Italia …” … “la Rai dovrà dotarsi, pertanto, di modelli produttivi e di professionalità adeguati al mondo digitale” e quindi “assurgendo al ruolo di driver dei processi di innovazione …”. Ne consegue che “Obiettivo del servizio pubblico deve essere quello di assumere nella rete il ruolo e l’autorevolezza di cui gode nel settore radiotelevisivo”. Per il resto si propongono impegni tanto generici quanto già noti sull’offerta editoriale, l’informazione, la cultura e  formazione, l’alfabetizzazione digitale, l’inclusione sociale e culturale. Il solo elemento utile da tenere in conto è la richiesta di prevedere “… key performance indicators, il Contratto di servizio dovrà sempre vincolare gli obblighi e gli impegni della RAI ad una tempistica di realizzazione esplicitata nonché prevedere una standardizzazione dei sistemi di monitoraggio …”.

Ben più complessa e articolate la lettura del documento della Presidenza del Consiglio che si trova , per la prima volta, ad applicare il nuovo art.  59 del Testo Unico. Si tratta di linee guida che “… per espressa previsione normativa, devono essere  definite avendo riguardo allo sviluppo dei mercati, al progresso tecnologico e alle mutate esigenze culturali nazionali e locali”. I contesto di riferimento, in questo caso, è prioritariamente definiteo dal “crescente affermarsi delle tecnologie emergenti …” ed è in questo quadro che si sta attivando la codifica generalizzata della codifica DVBt/MPEG 4.

Vengono proposti tre indirizzi prioritari sui quali il Governo intende muoversi:  1. Indicare con chiarezza gli impegni gli obblighi del contratto di servizio ferma rimanendo l'esigenza di garantire la sostenibilità economica l'efficienza aziendale e la razionalizzazione della spesa;

2. Ridefinire la missione del servizio pubblico in una prospettiva pluriennale alla luce delle esigenze del cittadino utente secondo i principi della rilevanza inclusività sostenibilità responsabilità e credibilità con particolare riguardo alle sfide della transizione digitale ed ecologica del paese;

3. Assicurare una maggiore  cogenza degli obblighi assunti nel contratto di servizio in particolare attraverso l'introduzione di obiettivi misurabili nonché potenziando le modalità e gli strumenti e gli organi di verifica dell'attuazione del suddetti obiettivi.

 … Si invita il Ministero dello Sviluppo Economico a valorizzare la coincidenza temporale tra la redazione del primo schema di contratto di servizio e il prossimo piano industriale della concessionaria. … Alla luce di quanto indicato in precedenza il perimetro degli obblighi del nuovo contratto di servizio sarà definito in coerenza con le risorse economiche pubbliche complessive derivanti dal canone”.

Vengono poi definiti 10 obiettivi strategici:

1. Uno accelerare la trasformazione della RAI in digital media Company anche attraverso lo sviluppo delle piattaforme digitali.

2. Accrescere la qualità dell'informazione secondo criteri di completezza equilibrio responsabilità imparzialità Indipendenza e pluralismo.

3. Attrarre e fidelizzare il pubblico giovane.

4. Trasmettere promuovere l'Italia nel mondo e diffondere i valori culturali e civili dell'Italia e dell'Unione Europea.

5. Diffondere incoraggiare lo sport gli stili di vita sani.

6. Accrescere le competenze del pubblico relazione nuove sfide della transizione ambientale digitale.

7. Assicurare un rafforzamento degli obblighi di accessibilità e inclusività.

8. Sostenere lo sviluppo dell'industria audiovisiva nazionale.

9. Rafforzare il ruolo è l'evoluzione tecnologica del Servizio Pubblico radiofonico.

10. Ottimizzare la capacità trasmissiva il livello di copertura delle reti Rai.

Infine, la parte più significativa e che però merita un approfondimento che faremo a parte è il punto 4.2 riferito alla qualità dell’informazione laddove si legge: “Il Contratto dovrà essere propedeutico alla riaffermazione della leadership Rai nel settore dell’informazione”. Cioè, esattamente il punto sul quale, al momento, a Viale Mazzini brancolano nel buio più assoluto in assenza di qualsivoglia piano o progetto editoriale sull’offerta informativa Rai.

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Rai: il giorno dei misteri


Chissà per quale dannato motivo, spesso e volentieri, ci tornano in mente testi del Bardo: come alcuni nostri lettori sanno bene, il mio preferito è il Giulio Cesare, da tenere sempre sul comodino. Questa mattina abbiamo nei pensieri Leonardo Sciascia quando ha ripreso la frase dell’Enrico VI “ ... come la civetta quando il giorno compare …”.

Quando gli avvenimento si svolgono sotto il segno dell’opacità e della confusione, ogni considerazione è lecita. Il “dibattito” (si fa per dire) sul nuovo Contratto di servizio nasce male e si svolge peggio, all’interno di Viale Mazzini e fuori. Formalmente nasce in Rai a ottobre scorso quando venne costituito un apposito gruppo di lavoro incaricato di tracciare una bozza di lavoro che poco dopo (novembre) viene resa nota. Il gruppo di lavoro fa riferimento alla Presidente Soldi (perché?) che si avvale pure di due consulenti esterne (Squadrone e Barca) e dal quale “esce” l’unica persona che del Contratto ne sapeva pressoché vita, morte e miracoli. Misteri di Viale Mazzini. Nel frattempo, al di fuori del palazzo si lavora alacremente.

Bene, andiamo avanti. “Atto di indirizzo” ovvero "linee guida" “bozza di lavoro” ovvero “documento programmatico” ovvero “lista della spesa” ovvero “appunti di viaggio”: chiamatelo come volete ma la forma e la sostanza sono le stesse. Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato quello che abbiamo definito il “documento misterioso” che da alcuni giorni (dal pomeriggio del 4 maggio) si aggirava a Viale Mazzini ad insaputa di quasi tutti e che veniva tenuto riservato “… per correttezza istituzionale …” ci ha riferito un nostro autorevole interlocutore.  Allora, il documento di ieri occorre dividerlo in due parti: una di forma e una di merito, avveduti che la forma in questo caso potrebbe non essere per nulla irrilevante. Iniziamo appunto dalla forma: nella gerarchia delle fonti, in primo luogo si colloca il TUSMAR nella sue recente formulazione dello scorso novembre dove il Contratto si pone in subordine alla Concessione che ne determina le “linee guida” alle quali il Contratto si deve adeguare. Con lo stesso criterio della gerarchia delle fonti si tratta poi di collocare il Piano industriale che è derivato dal Contratto e non viceversa come alcuni vorrebbero sostenere (del quale, per ora, non si sente parlare salvo incontrare gli smarriti consulenti esterni che ci stanno lavorando a Viale Mazzini).

Per quanto poi noto, la Concessione è tutt’ora invariata e non sembra, almeno per noi, affatto chiaro se e in che termini viene adeguata “in corso d’opera”. C’è poi da osservare la “costruzione” del testo del nuovo contratto prevede un iter assai tortuoso e, per certi aspetti, poco trasparente (vedi art. 59 dello stesso TUSMAR, comma 7:  "Con deliberazione del Consiglio dei ministri sono  definiti  gli indirizzi ai fini dell'intesa con l'Autorita'”. Infatti, nelle settimane scorse è stata approvato da AgCom uno specifico documento “Linee-guida sul contenuto degli ulteriori obblighi del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, ai sensi dell’articolo 59, comma 6, del testo unico dei servizi di media audiovisivi (quinquennio 2023-2027)”. Questo testo dovrebbe essere stato prima inviato al Mise che poi lo avrebbe rinviato alla PdC e sarebbe lo stesso che ha ripreso ieri il CdM che poi, a sua volta, dovrebbe costituire l’architettura del Contrato prossimo venturo. Tortuoso è dire poco e nella sua complessità di intravvede qualcosa che non torna. Cosa? Due elementi congiunti: il primo è la “prevalenza” del Governo sulla determinazione degli indirizzi e il secondo l’assenza totale di un dibattito pubblico (diremmo pure “politico” visto che, almeno in questa fase, la Vigilanza non se ne occupa, salvo poi dare successivamente un parere non vincolante). da osservare che sono spariti tutti. Non è proprio cosa da poco se il Governo si deve occupare di entrare nel merito di procedure contrattuali riferite ad obblighi editoriali e di programmazione. E forse non è un caso che questo tema ha avuto grande rilevanza mediatica proprio in relazione a fatti contingenti (i talk show) e non a temi strutturali (le risorse) sui quali invece grava un silenzio tombale. Vedi il titolo del Il Foglio del 6 maggio: “Le "linee guida" della prossima Rai. È la fine del talk-show. Ecco i nuovi volti” dove si mescolano i contenuti del Contratto con il tema dei volti televisivi nei prossimi programmi.

Ora ci dobbiamo addentrare nel merito del documento che abbiamo appena ricevuto in versione integrale. Ci aggiorniamo a breve.

Prima di chiudere, ci sia consentito un attimo di leggera distrazione con una notizia amena: per la notizia del giorno ci vuole un po’ di sana demagogia, populismo, retorica … fate voi … non fa male… anzi … leggete queste righe: “Nella giornata di ieri, lunedì 16 maggio, a Roma sono state segnalate oltre 40 ambulanze con pazienti a bordo in attesa di ricovero. Mezzi bloccati fuori dagli ospedali perché i pronto soccorso dei plessi della capitale erano pieni, in quello che i sindacati, che già ad aprile scorso avevano denunciato una questione simile, chiamano il fenomeno del 'blocco barella'. Il 'blocco barella' è una la condizione in cui un pronto soccorso di un ospedale, non avendo più a disposizione posti letto per accogliere le persone trasportate dalle ambulanze di emergenza, inizia ad assistere le persone sulle barelle delle ambulanze come se fossero letti di ospedale. Una condizione, quindi, che trasforma i mezzi in punti di soccorso mobili e di fortuna, conseguenze a pronti soccorso pieni. Uno scenario visto già in epoca Covid”. Quando si legge una notizia del genere e pensi che ci sono parlamentari che hanno in mente solo l’aumento delle spese militari … girano un po’ le scatole!

Andiamo avanti …

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