giovedì 10 dicembre 2020

Vedo la Tv quando, dove e come voglio

Come era facilmente immaginabile, dall’Est nulla di nuovo: ieri in Parlamento non c’è stato lo strappo/sfratto per il Governo Conte. Per un verso un bene (pandemia in corso, rischio di elezioni, vittoria delle destre etc) per altro verso questo Governo e proprio su questa crisi non sembra avere le idee del tutto chiare sul futuro del Paese (sul piano sanitario vedi piano pandemico inesistente da anni, vedi piano vaccini incerto e confuso etc). Tutto il resto “giù pe li rami” fino ad arrivare al fuscello della Rai che si deve accontentare dei titoli favorevoli di ieri sulla prima della Scala.

Noterelle. Non sapremo mai quanti telespettatori si sono sintonizzati oppure quanti biglietti sarebbero stati venduti ieri sera con la prima in tv del film “L’incredibile storia dell’isola delle rose” di Sidney Sibilia (reduce dal successo di “Smetto quando voglio”). Netflix infatti non è “misurata” dall’Auditel e quindi non sarà mai possibile fare un confronto con altri prodotti televisivi o periodi di riferimento. Sappiamo solo con certezza che aumenta il numero dei suoi abbonati come pure aumenta (notizia di ieri) il numero dei clienti Tim Vision, arrivati ad oltre due milioni (con la direzione di Andrea Fabiano, ex direttore di RaiUno, del quale quasi nessuno a Viale Mazzini e dintorni ricorda più nemmeno il nome mentre ancora qualcuno si risente dell’uscita dell’Andreatta da Rai Fiction). Il film è stato gradevole, una commedia leggera e divertente, tratto da una storia vera accaduta in Italia alla fine degli anni ’60. Cosa ci induce a riflettere questa proposta televisiva? Almeno due considerazioni. La prima è che lo streaming tv consolida passo dopo passo la sua natura alternativa alla televisione lineare. Abitua, educa il pubblico ad un'altra modalità di visione, appunto, non lineare: vedo quando, dove e come voglio il contenuto che preferisco che posso scegliere in un menù molto vasto e diversificato per vari generi. Si tratta di un menù sempre più competitivo con quello della televisione generalista free. La seconda è che riafferma il principio secondo cui “content is the King” (vi proponiamo di rileggere il testo di Bill Gates del ’96 https://medium.com/@HeathEvans/content-is-king-essay-by-bill-gates-1996-df74552f80d9 ) che termina con “Coloro che avranno successo promuoveranno Internet come un mercato di idee, esperienze e prodotti, un mercato di contenuti ".

Dunque, la competizione nel mercato globale dell’audiovisivo (sottolineato globale) si definisce esattamente all’interno del perimetro dove si trovano le risorse, le tecnologie e la regolamentazione giuridica nazionale e, segnatamente, europea. Si tratta esattamente del triangolo delle Bermude dove si perde il senso del Servizio Pubblico che non possiede risorse economiche certe e sufficienti a garantirsi un futuro; perché di conseguenza non riesce a stare al passo delle nuove tecnologie necessarie per competere e, infine, perché gravato da un quadro regolamentare vecchio, inadeguato e insufficiente.  

Il pensiero che si sta consolidando è bene sintetizzato in questa affermazione di Claudio Plazzotta di Italia Oggi comparsa lo scorso 10 dicembre e riferita alla nscita della “piattaforma della cultura” sostenuta dal Ministro Franceschini: “Certo, qualcuno ha sollevato l'obiezione che una iniziativa di questo genere potesse essere sviluppata dalla Rai, servizio pubblico già generosamente finanziato coi soldi dei contribuenti. Tuttavia Rai sembra avere scopi diversi, e mancare di quel know how, di quella velocità decisionale e di quella piattaforma tecnologica in grado di sviluppare una offerta di mercato con approccio imprenditoriale e olistico. Viale Mazzini, inoltre, per sua natura, sarebbe sottoposta a una serie di processi macchinosi, nel suo operare, ai quali invece Chili si potrà tranquillamente sottrarre”. 

Qualcuno mente sapendo di mentire: gli scopi della Rai potrebbero essere esattamente gli stessi di quanti si propongono di diffondere arte e cultura ad un più vasto pubblico possibile attraverso tutti i mezzi; Rai possiede (o potrebbe possedere senza grande sforzo e senza ricorrere a costose gare di appalto) tutto il know how tecnologico; ci potrebbero essere risorse interne sufficienti per sviluppare una offerta di mercato con “approccio imprenditoriale e olistico”. Cosa gli manca? Gli manca l’agilità, la tempestività e la progettualità di movimento. Gli manca un quadro regolamentare dove, a partire dalla sua governance, si possa avere certezza di quali debbano/possano esseri suoi obiettivi, quale debba/possa essere la sua missione.

Da tempo si dibatte sul tema relativo al concetto di Servizio Pubblico. Appare un argomento stantio, che potrebbe interessare al più raffinati e colti studiosi ed esperti mentre, di fatto, appare superato da circostanze sociali e di mercato che lo stanno definendo non solo concettualmente nello stato delle cose. Eppure è proprio necessario ripartire da questo punto elementare e fondamentale, altrimenti non si capisce più se sia da Servizio Pubblico trasmettere la prima della Scala o meno, come pure investire ingenti risorse per acquistare i diritti di partite di calcio di Seria A o comprare “contenuti” pregiati e di interesse per il pubblico della televisione generalista.   

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mercoledì 9 dicembre 2020

Rai: lepre o volpe della cultura italiana ???

Tranquilli! Oggi in Parlamento non succederà nulla: gli squilli di tromba che annunciavano crisi e sconquassi si sono ridotti a flebili rumorini di pancia. I crociati si sono rivelati criceti e forse è meglio cosi. Tutto questo per due buoni motivi: uno nobile e l’altro meno. Il primo si riferisce alla necessità di evitare una crisi di governo in un momento drammatico come quello che siamo vivendo, con il rischio probabile che lo sbocco fossero le elezioni dove le destre potrebbero avere la meglio e con l’orizzonte del prossimo Presidente della Repubblica eletto da Salvini &Co. Il secondo buon motivo, universale, è che tutti hanno famiglia e, come noto, in suo nome, si possono mandare giù anche bocconi amari. Ce li vedete voi molti parlamentari che segano l’albero della cuccagna dove sono seduti? Difficile. C’è solo il rischio di qualche impuntatura del partitino del 2% di Renzi, ma si sa anche questo, ci si può accordare.

Andiamo avanti e torniamo sul tema concerto della Scala andato in onda su Rai Uno lunedì scorso e, tanto per intenderci subito, poniamo più interrogativi che esclamativi, non abbiamo risposte facile o formule pronte da proporre. La prima domanda, semplice semplice, è: quel tipo di spettacolo offerto è da Servizio Pubblico? Qualora lo fosse, perché relegarlo al pomeriggio e non in prima serata per renderlo ancora più evidente e diffuso ad una platea più vasta? Oggi i titoli sulla stampa sono pressoché unanimi: gli ascolti premiano l’Opera… l’Italia s’è desta… la lirica divide la critica ma piace al pubblico della tv... la scommessa è vinta con oltre 2,6 mln di telespettatori etc etc… Nulla di nuovo. È successo spesso e volentieri che quando il piccolo schermo, gratis, offrisse qualcosa di interessante e diverso rispetto al solito ci fosse un’attenzione apparentemente inconsueta. Gli esperti di analisi degli ascolti hanno buon gioco nel sezionare puntigliosamente le fasce di età, la collocazione geografica, la condizione socio economica etc. ma faticano ad affrontare  un dubbio eterno: il Servizio Pubblico, o la Rai se preferite, deve essere lepre o volpe nel suo ruolo di formatore, educatore e intrattenitore del tempo televisivo degli italiani? Deve inseguire i gusti, le tendenze, le preferenze, i nuovi linguaggi e comportamenti che giorno per giorno si modificano nelle arterie e nelle vene sociali dei cittadini oppure deve anticiparli/accompagnarli o intervenire per “modificarli” qualora si manifestassero nelle forme e nei modi peggiori (incitamenti alla violenza, alle discriminazioni etc.) ? 

Le domande poi scorrono di conseguenza: quali sono i prodotti non “di” Servizio Pubblico ma “da” Servizio Pubblico? Tanto per intenderci e riproporre domande banali e antiche: l’intrattenimento pomeridiano leggero quotidiano Rai/Mediaset è più o meno Servizio Pubblico rispetto all’Opera? Il grande calcio della Champion’s League è da Servizio Pubblico? Evidente come questi interrogativi si possono estendere a tutti i generi televisivi, per tutte le fasce orarie e per tutte le piattaforme attraverso le quali i contenuti possono essere distribuiti. Questo porterebbe a sostenere che i prodotti “di” Servizio Pubblico si trovano in tutti i generi, magari presi un pezzo alla volta?  

Si può essere soddisfatti dunque che lunedì pomeriggio il 14% dei telespettatori ha preferito la lirica rispetto ad altri prodotti? Forse si ma con qualche doverosa precisazione. La prima è nel merito del prodotto andato in onda. Ieri abbiamo dedicato oltre due ore a rivederlo attentamente pur non essendo particolarmente appassionati a questo genere di espressione artistica siamo rimasti molto perplessi. Con tutta la simpatia, ma quell’aria da “ballando sotto le stelle” presentata dalla coppia Carlucci/Vespa era forte e tangibile seppure amplificato e “aggraziato” da scene di forte impatto televisivo. I diversi “siparietti” tra un brano e l’altro più o meno moralizzanti appesantivano quello che forse sarebbe voluto essere uno spettacolo leggero che, come noto, non “vorrebbe pensieri”. L’Opera lirica, sostengono gli esperti, è un racconto, una narrazione, una storia con un suo prologo, uno svolgimento e una fine che talvolta sfocia in tragedia. Nel modo in cui ci è stata proposta invece sembrava una specie di Sanremo, oppure “il meglio di …” dove mancava solo il televoto e l’abbinamento con la Lotteria nazionale di Capodanno. Infine, il titolo “… a riveder le stelle” eccellente e tutti sappiamo quanto abbiamo bignogno di uscire da questa buia crisi della pandemia e rivedere la luce del giorno, altro che stelle… e allora, va bene, che sia, ma perché dunque non rivolgere questo sacrosanto appello al più vasto pubblico possibile della prima serata? Magari riducendo la durata eccessiva, oppure proponendo un’Opera completa. Morale della favola: un vorrei ma non posso che ha cercato di accontentare tutti (o tanti) senza soddisfare nessuno perché, comunque, in quella fascia oraria la platea televisiva, non è molto diversa qualitativamente da quella solita in un giorno feriale di pomeriggio invernale mentre era rilevante la differenza quantitativa. Per essere precisi, anche meno: la media di RaiUno dal 1/11 - 6/12  era di 3.179.065 con uno share del 17,5%. Infine, come scrive oggi Aldo Grasso sul Corriere: "sarà questo il modello Netflix della cultura" proposto da Franceschini?

Chi vi scrive, a suo tempo nel 1997, era in Rai ed ha lavorato insieme a coloro che hanno proposto quella scommessa di mandare in onda il Verdi alle 20 al posto del Tg1. Si è trattato di una scommessa coraggiosa che abbiamo condiviso. Giudicare se poi si andata bene o meno a seconda degli indici di ascolto non ci è mai sembrato un metro di valutazione condivisibile. Se la posta in gioco, se i termini delle scommessa sono i telespettatori presi nella loro quantità sarebbe facile fare di meglio e di più. Ma, appunto, è questo il ruolo, la missione del Servizio Pubblico, della Rai? Inseguire gli ascolti? Si tratta di un argomento sul quale c’è molto da lavorare, da discutere, da riflettere. I primi a dover fare questo lavoro sarebbero autorevoli colleghi di Viale Mazzini.

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martedì 8 dicembre 2020

Correva l'anno 1997... il 7 dicembre

Abbiamo la forte tentazione di non occuparci più di questa oscura vicenda della piattaforma nazionale della cultura e considerarla, come è stato titolato ieri, la Supercazzola di fine anno. Invece è probabile che ci dobbiamo ricredere. Questa vicenda illumina e sintetizza lo scenario della Rai e del Servizio Pubblico meglio di ogni altra.

Andiamo con ordine e iniziamo da molto lontano. Correva l’anno 1997, addi 7 dicembre, e RaiUno, direttore Giovanni Tantillo, in accordo con il DG Franco Iseppi decidono di mandare in onda il Macbeth di William Shakespeare su musiche di Giuseppe Verdi, diretto da Riccardo Muti. Viene messo in onda alle 20 al posto del Tg1 per circa 4 ore e realizza un ascolto di 1.186.000 telespettatori ed il 5,5% di share. 

Negli stessi giorni, sempre su Rai Uno è andato in onda uno speciale sulla Callas con Dario Fo e Paola Cortellesi, tanto per dire. Quella della musica classica in prima serata è stata una scelta coraggiosa, inedita e mai ripetuta. Come, forse, avrebbe potuto farsi anche ieri sera. Magari qualcuno avrebbe tuonato contro una scelta del genere e immaginiamo le proteste e magari le interpellanze parlamentari. Ma, appunto, si tratta di coraggio, di visioni di Servizio Pubblico, di scelte impegnative che non a tutti è concesso fare.

Veniamo a ieri pomeriggio: alle 16,45 va in onda su Rai Uno la diretta per l’apertura della stagione della Scala. Chi legge abitualmente il Corriere della Sera ed è interessato ai temi Rai avrà certamente notato nel supplemento Economia la pagina 29 del giornale dove “La Scala ringrazia per i sostengno al Teatro …” una sfilza di nomi dove spicca l’assenza della Rai e del suo logo. Una piccola dimenticanza editoriale si dirà, in parte rimediata con uno speciale allegato al giornale e dedicato all’evento dove si compensa con un pezzo a pag. 4 dove si capisce che “Il teatro? Molto di più di una ripresa” e che “Rai cultura si valorizza ai tempi del Covid”.  Nei giorni precedenti l’AD Salini e il presidente Foa, rispondendo ad una esortazione di Franceschini, hanno dichiarato: “La Rai è la maggiore industria culturale del Paese e ha l'obbligo di trovare, proprio in questo frangente, forme inedite per essere concretamente vicina a quello straordinario mondo di talenti che dobbiamo continuare ad accompagnare e che abbiamo il dovere di sostenere in ogni modo. Con le nostre strutture, fin dall'inizio dell'emergenza, non abbiamo esitato a cambiare velocemente palinsesti e a varare nuove produzioni, anche sulle reti generaliste”. Appunto.

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lunedì 7 dicembre 2020

La Supercazzola

Il post di ieri ha avuto grande successo di lettori: grazie !!! 

Alcuni hanno commentato con sgomento, altri infastiditi dall’ennesima e consueta storia di nefandezze di varia natura e provenienza, altri ancora attoniti come se la vicenda fosse scritta da una fervida mente maligna, infine altri ancora incuriositi per sapere come andrà a finire.

Andiamo avanti. Non ci sono notizie rilevanti. La riflessione di oggi riguarda l’incertezza e la confusione. Anzitutto quella sanitaria, visto che ci attacca da vicino e ci coinvolge nelle vita di ognuno di noi. Non sappiamo se, quando e come finirà la pandemia. Non sappiamo se e quando arriverà un vaccino e anzitutto di quale vaccino si dovrà fare uso. Tutto questo si accompagna al quadro politico che vive costantemente sotto minaccia e, di fatto, ne indebolisce oggettivamente la sua credibilità. Dopodomani in Parlamento ci potrebbe essere una prova decisiva, dentro o fuori o forse. In tale contesto qualcuno ha voglia di parlare di Rai? Poco e quel poco con scarsa convinzione e di quella che ne rimane con un malcelato senso di disagio che si trova quando si avverte una sottile quanto spiacevole sensazione di immunità, di impunità, di relatività complice e talvolta colpevole. Una domanda si pone ricorrente: come e quando se ne potrà uscire? Gli ottimisti, ai quali spesso mi associo, ritengono che sia possibile intanto e subito rescindendo i legami con la politica per poi avviare il ripensamento totale del suo ruolo, della sua missione. I pessimisti sono ormai rassegnati: la malattia è profonda e inguaribile, è solo questione di tempo, il destino di questa Rai, di questo Servizio Pubblico è segnato.   

Succede un po’ a tutti di essere indotti a pensare che un piccolo episodio sia più grande della storia che lo contiene. Succede pure che ci si accorge facilmente di un granello di sabbia nell’occhio e non del trave che incombe minaccioso. Così anche a questo Blog succede di essere indotto a scrivere di qualche argomento che sembra occupare uno spazio maggiore di quanto in verità non merita. Forse ha ragione un nostro autorevole lettore quando ha commentato la storia della piattaforma della cultura italiana proposta del Ministro della Cultura: “E’ una boiata pazzesca... la supercazzola di questo dannato fine anno…”. Già, forse ha ragione e finiamola qui. Certo, da non dimenticare e non sottovalutare le stranezze che sono intervenute su questa vicenda, da tutte le parti che, purtoppo nessuno chiarirà mai e resteranno avvolte nelle nebbie. Questa vicenda ha semplicemente evidenziato intere le lacune, le debolezze strutturali, i ritardi che da tempo incombono su Viale Mazzini e che tuttora gravano minacciosi. I problemi di oggi non nascono ieri ma vengono da lontano.

Alla fin fine, si è tratta dell’ennesima arma di distrazione di massa sui temi del Servizio Pubblico con la quale si è posto, ad esempio, in secondo piano il problema delle sue risorse, del canone e della pubblicità, che si vorrebbero ridurre più o meno contestualmente. E così via.

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domenica 6 dicembre 2020

Una piccola storia ignobile

“Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante, che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po' rimate, che non merita nemmeno l' attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare…”            (Francesco Guccini, 1976)

Alcuni lettori potranno non appassionarsi a quanto stiamo per scrivere. Molti di loro apprezzano di più racconti “alti” (per quanto nelle nostre limitate possibilità), distaccati da queste umane vicende da retrobottega del Servizio Pubblico. Siamo però convinti che i grandi disegni si apprezzano meglio dai piccoli dettagli e questo è un dettaglio di cronaca politica contemporanea non di poco conto.

Mettetevi comodi e leggete con attenzione.

Iniziamo da qui per riprendere una vicenda che si fatica a raccontare, a scrivere, a trovare i pezzi che la compongono. Una storia che da qualsiasi parte la racconti fa acqua da tutte le parti. Cerchiamo di mettere in fila qualche notizia. L’argomento è la cosiddetta “Netflix della cultura” promossa dal Ministro Dario Franceschini. Idea non nuova e tantomeno originale, in Italia e in Europa. Comunque, su sua iniziativa è stata costituita una società (ancora senza nome) che dovrebbe proporre “la visione live e on demand di concerti e opere teatrali… tour virtuali dei musei italiani… mostre, festival e fiere …”. A questa iniziativa non partecipa Rai (almeno per ora) che all’inizio è sembrata entusiasta (Salini: “idea bellissima”) ma poi si tira indietro con comunicato del 3 dicembre che già di per se la dice lunga sulla vicenda: “Al progetto Viale Mazzini ha scelto di non partecipare, secondo quanto apprende l'Adnkronos, perché non solo dispone già di  una piattaforma on demand, RaiPlay, che veicola prodotti culturali gratuitamente oltre a valorizzare i propri programmi ma anche perché non può produrre contenuti a pagamento”. Anzitutto la forma della comunicazione: chi è il soggetto che parla? L’AD, il Presidente, il Consiglio di Amministrazione? C’è stato un dibattito? Sono state valutate tutte le opzioni? Non è dato sapere. Ci limitiamo a generiche dichiarazioni all’ADN, “solitamene bene informata” come si usa dire. Fin qui, robetta.

Se non che ieri pomeriggio veniamo informati di una notizia interessante: “Parisi vince l’appalto e rientra in Rai grazie alla sua Chili Tv. La società, nel cui Cda siede ancora l'ex candidato sindaco di Milano, si aggiudica una concessione da 691 mila euro per un servizio su RaiPlay. Una boccata d'ossigeno per i conti in rosso… L'azienda dell'attuale consigliere comunale, oggi guidata dall'amministratore delegato Giorgio Tacchia, si è infatti aggiudicata un appalto (tramite procedura negoziata) da 691 mila euro per il servizio di recommendation (ovvero il sistema che suggerisce contenuti a seconda delle preferenze dell'utente sulle piattaforme digitali) sulla piattaforma RaiPlay”. Articolo firmato da Luca Rinaldi su Lettera43 e pubblicato il 31 luglio 2017.

Leggiamo ancora, e questo un passaggio di particolare interesse: “Chili, che fornisce video on demand, è stata scelta perché, si legge tra le carte della gara, è l'unica «a soddisfare positivamente tutti i driver della piattaforma avendo a disposizione la tecnologia e il know-how, anche in ambito editoriale e di marketing, sui sistemi di recommendation». Tanto che per la Rai la società fondata da Parisi è la sola sul mercato a poter fornire il servizio”. 

Allora, un piccolo passo indietro all’anno scorso: chi vi scrive ha partecipato al Prix Italia 2019 a Roma. In ambito del Prix e, più ancora, in ambito EBU, venne esposto il progetto di “recommandation system” PEACH. In alcune occasioni a ricordarlo è stato Ulrich Wilhelm, l’ex presidente dell’ARD tedesca. Leggete questo: “User personalization – delivering relevant content to the right user, at the right time, on the right device – is becoming essential for broadcasters to reach their audiences”, says Michael Barroco, Head of Software Engineering at the EBU” pubblicato sul sito EBU (consorzio di Servizi publici europei di cui Rai fa parte) nel novembre 2017  (https://tech.ebu.ch/news/2017/11/peach-project-expands-as-broadcaster-br-deploys-co-developed-personalisation-system ). In soldoni, chiediamo: che bisogno c’era di comprare all’esterno quello che già era disponibile, gratis, all’interno?

Ancora un passo indietro. Leggiamo su IlTempo.it del 03 settembre 2020: “Ottavo bilancio consecutivo in perdita per Chili, piattaforma di tv on demand su internet presieduta da Giorgio Tacchia e lanciata da Stefano Parisi, dove iniziano a emergere divergenze fra i soci: qualche giorno fa l’assemblea degli azionisti ha infatti deciso di riportare a nuovo la perdita di oltre 19,5 milioni di euro registrata nel 2019, quasi identica al precedente esercizio e che si somma al rosso pregresso di 52,5 milioni circa”. 

Passano solo pochi mesi e con una procedura ancora non del  tutto chiara (nel comunicato CdP si legge che “Per la realizzazione e la gestione della piattaforma il MIBACT e CDP hanno avviato un’interlocuzione con la Rai ed i principali operatori presenti nel mercato italiano, all’esito della quale è stata indetta una procedura competitiva aperta per l’individuazione del partner industriale”. I termini “interlocuzione” e “procedura competitiva aperta” si prestano ad interpretazioni complesse. Il primo non dice nulla: chi ha interloquito con chi, come e quando? Il secondo termine invece trova maggiori appigli: secondo l’art. 60 D.lgs. 50/2016 e s.m.i.) si definiscono “aperte” aperte quelle procedure in cui qualsiasi operatore economico può presentare un’offerta in risposta ad un avviso di indizione di gara, fornendo le informazioni richieste dall'amministrazione aggiudicatrice ai fini della selezione qualitativa. È stato fatto un avviso di gara? Forse a noi è sfuggito. Ma alla Cdp e al Mibact forse si, oppure no???

Lo ammettiamo, noi non siamo esperti di diritto amministrativo, di gare, di procedure di appalto, di trasparenza negli atti della Pubblica Amministrazione e magari può essere pure che tutto si sia svolto nel migliore e più corretto dei modi. Ci piacerebbe saperne di più, sopratutto dall’interno di Rai e magari non generiche dichiarazioni del genere “Viale Mazzini fa sapere…” senza alcun riscontro ufficiale, tipo la "letterina" letta dall'Annunziata per presentare le scuse del "vertice Rai" a Morra. Già, quale vertice? 

È proprio una piccola storia ignobile che si fatica a raccontare. Il testo di Guccini si conclude con “… e i politici han ben altro a cui pensare”. Intanto è stata presentata un’interrogazione parlamentare. La storia prosegue, purtroppo.

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sabato 5 dicembre 2020

work in progress

oggi pausa ... letture, studio, giochi, passeggiata autunnale, un pò di Tv ... lavoretti casalinghi ...

... come tutti ... come tanti ...

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ps: sulla stampa non c'è quasi nulla 

venerdì 4 dicembre 2020

La SuperMarchetta della Cultura

Anche questa mattina siamo “costretti” a tornare sulla questione della “tv della cultura a pagamento” (ci siamo stufati di regalare attenzione al noto brand campione dello streaming) anche perché Repubblica gli dedica una bella paginata. La regala sia ai proprietari della NewCo che dovrebbe vendere in streaming Tv i “gioielli di famiglia” dell’arte, della musica, dello spettacolo italiano, sia al Ministro che di questa iniziativa si è fatto portatore sano. Peraltro, questo quotidiano si colloca in buona compagnia di quanti in Rai non fanno altro che citarla di dritto o di rovescio, aggratissss!

L’iniziativa del “canale della cultura con ambizioni europee” si presenta in modo complesso. Anzitutto riportiamo una piccola genesi interna a Viale Mazzini, della quale si sa poco e quel poco che si sa è coperto da un velo di polvere. Correva l’anno 2014 ed era in carica il famigerato Governo Renzi che alla Rai ha lasciato un doppio sfregio tuttora insanato: il prelievo forzoso di 15 milioni, preludio alla vendita di una parte di Rai Way, e la Legge sulla nuova governance Rai (applicazione della nota teoria di “un uomo solo al comando” a sua immagine e somiglianza). Non solo, a quel tempo, c’era tutto il solito sfregolio di cingoli di quanti facevano salti mortali pur di essere vicini o percepiti come “in quota a Matteo”. Da rileggere il pezzo sul Messaggero del marzo 2015 dove si racconta dei rapporti “dinamici” per usare un eufemismo tra Luigi Gubitosi, ex DG Rai, e il presidente del Consiglio in carica che si vantava di “non aver mai incontrato quel signore”. In quello stesso periodo Valerio Zingarelli occupava la carica di CTO di Viale Mazzini con un peso inizialmente rilevante, poi progressivamente scemato. Dettagli. Fu proprio in quel periodo e per mano di questi due signori, e dei loro più stretti collaboratori, ora felicemente piazzati in ben altre e più lucrose attività, che venne fuori l’idea di lanciarsi nell’avventura di una piattaforma pay e magari proprio con un accordo con Chili Tv, poi naufragata per molteplici motivi (politici, economici e tecnologici). 

Dunque, l’idea di estendere i confini della distribuzione di prodotti audiovisivi pregiati, sia da un punto di vista della redditività sia da quello della qualità, non nasce con Franceschini. Il problema è capire perché il Ministro non abbia voluto mantenere questa idea entro il perimetro del Servizio Pubblico e si sia rivolto invece al “mercato” (come abbiamo scritto nei giorni scorsi). Per estendere la riflessione, l’interrogativo corretto è: perché la cultura deve essere messa in vendita “un tanto al chilo” come da modello industriale della nuova società? Già, perché la logica sarebbe: “un programma sul MaxiArte tre euro, se però compri tre concerti alla Scala paghi solo 10 euro e ti mandiamo pure i pop corn a casa con Amazon”. Magari si può aggiungere un Virtual Tour a Pompei sottotitolato in varie lingue (tanto per fare felice il nuovo canale in inglese che prima o poi la Rai dovrà pure fare).   

Allora, riepiloghiamo: la Rai non ha il grande sport (calcio, automobilismo etc) perché non se lo può permettere, non ha il grande cinema perché non ne parliamo proprio, non ha i grandi documentari perché ci si può permettere al massimo Alberto Angela intorno al Colosseo mentre la BBC può pagare settimane di lavoro di una troupe che aspetta sotto un baobab che una scimmietta faccia pipì e così via. Se gli togli pure la cultura di “serie A” gli rimane solo il festival delle fisarmoniche, un pregiato filmato sulla raccolta del riso in bassa padana e le riprese “live streming” di una cucciolata di falchetti sui tetti di Milano. Va benissimo, ci mancherebbe. Certo, poi rimane “Ballando sotto le stelle”, la 28a replica di Montalbano, il prossimo Sanremo con allegato conflitto di interessi degli agenti artistici ma questo, si sà, interessa un pubblico tendenzialmente sempre più “adulto”.

Avete in mente il Jenga, quel giochetto di origine africana che in lingua swahili significa "costruisci" ? il gioco consiste nel togliere un pezzo alla volta finche la torre crolla a causa dell’ultimo pezzo sottratto dalla costruzione. Ecco, per la Rai, per il Servizio Pubblico, sembra di assistere esattamente ad un gioco del genere però al contrario, cioè "sottrai e distruggi". Lo abbiamo scritto e lo ripetiamo: non passa giorno senza che da una o da un’altra parte non si assiste ad una progressiva e inesorabile erosione del suo ruolo e della sua missione. Una volta si attacca il canone, la volta successiva la pubblicità, poi gli ascolti, poi i vari scaldaletti di varia natura e così via. Il tutto finalizzati ad irrobustire quella corrente di pensiero, il “mood”, dove alloggia il Paradigma dello Streming dove in questo momento guarda caso, siedono ora, le stesse persone che hanno fatto fortuna in Rai. Qualcuno ricorda prima ancora della Andretta chi è emigrato da Viale Mazini: un certo Andrea Fabiano.  

Riepilogando: la cultura in tv c’è e ci deve essere in tutte le sue forme e declinazioni, su tutte le piattaforme e per tutte le fasce di pubblico. La Rai già possiede e potrebbe rafforzare la sua offerta editoriale in tutto il suo perimetro, lineare e non lineare, in Italia e verso l’estero. Lo può (lo potrebbe) fare anche senza la morsa delle inserzioni pubblicitarie che ne possono condizionare le caratteristiche. Se questo non avviene è solo e semplicemente perché  così conviene, perché “Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare". Leggiamo sempre su Repubblica di oggi: “In quei giorni Franceschini chiama l'Amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini che reagisce con entusiasmo («idea bellissima»); il primo giugno il Mibact formalizza alla Rai la richiesta di prendere parte al progetto chiedendo la partecipazione della direttrice di Rai Cultura Silvia Calandrelli che viene accordata. Ma poi la Rai frena per due ragioni: la prima è che Rai Play, che sarebbe la piattaforma ideale, non ha (ancora) un sistema per monetizzare gli eventi, è tutta gratuita; la seconda, è che la Rai trasmette solo gli eventi che produce”. Tutto torna e, come abbiamo scritto, lentamente e inesorabilmente, le tessere del mosaico vanno al loro posto.

Ora, concludiamo, con chi ce la prendiamo? Con il Ministro e le sue fervide idee di "Mercato europeo della cultura” oppure con chi a Viale Mazzini non è, o non vuole essere o non è messo in grado di proporre e realizzare progetti di tale spessore? Difficile rispondere: nei tribunali, quando non si sa bene a chi attribuire la responsabilità di un misfatto si usa la formula “concorso di colpa”.

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