sabato 7 marzo 2020

La logica dell'Emergenza


Anche oggi il Coronavirus spazza via tutto e, ovviamente, di temi importanti sul Servizio Pubblico non se ne parla. Allora proponiamo una breve riflessione.

Si è scritto e discusso molto sulla logica dell’emergenza. Si tratta di un contingenza fattuale che impone scelte immediate in relazione ad un pericolo, ad una minaccia in corso o imminente. In base a questa logica si consentono deroghe all'ordinamento giuridico altrimenti  non consentite. La nostra stessa Costituzione, all’art. 77 prevede che si possano prendere provvedimenti  «in casi straordinari di necessità e di urgenza» attraverso i quali è possibile anche sospendere i diritti garantiti dalla stessa Carta Costituzionale. L’emergenza corre il rischio di diventare uno stato permanente ed ordinario della vita quotidiana, collettiva ed istituzionale . Si corre concretamente il rischio che la logica dell'emergenza possa determinare una “mutazione genetica” dei meccanismi di relazione tra gli individui. Non è passato molto tempo da quando si parlava di “emergenza immigrazione” che ha poi generato i ”decreti sicurezza” che ora si vorrebbe abolire. Come pure, non sono molto distanti i “rumori di guerra” in Medio Oriente che determinano uno “stato di emergenza” militare. Con la logica dell'emergenza si possono indurre fenomeni di percezione distorta rispetto allo svolgimento fattuale degli avvenimenti.

Abbiamo già scritto dei due virus che in questo momento stanno contagiando il Paese: il primo clinico/sanitario e il secondo mediatico. Il primo determina la logica di emergenza in relazione alla dimensione numerica, quantitativa: si possono misurare i fenomeni (quanti contagiati, quanti i decessi, quanti i guariti, quanti i posti letto disponibili etc) e in relazione a questi dati si assumono determinate decisioni. Il secondo invece sfugge completamente a questa lettura. Come possibile,  infatti, misurare quanta ansia, angoscia, smarrimento e confusione può generare una quantità abnorme di informazioni e comunicazioni che in ogni momento viene proposta da radio, televisione, carta stampata e Web. Il Web, attraverso i social e What’s Up in particolare, sta assumendo un rilievo specifico nel marcare una differenza sostanziale  rispetto alle precedenti storie di epidemie. Gli unici dati di cui possiamo disporre sono le “audience” che indubbiamente sono cresciute per l’evidente necessità che i cittadini pongono di essere informati ma questi dati non di dicono nulla sugli effetti e le conseguenze di tale aumento. 
Non sappiamo pressoché nulla sulle conseguenze psicologiche, razionali o meno, che si determinano nelle menti delle persone nel loro ambito privato quanto in quello collettivo. In particolare poi, non sappiamo pressoché nulla sulle conseguenze dell’esposizione mediatica  massiccia nella dimensione temporale. È possibile evidenziare fenomeni limitati e circoscritti in un arco di tempo limitato mentre è notevolmente più complesso valutare fenomeni che si diluiscono in tempi molto lunghi e in grado di generare conseguenze impreviste ed imprevedibili. In altre parole, si possono avvertire fenomeni “contingenti” dettati da notizie in grado di generare panico o psicosi collettive, ma risulta notevolmente più difficile stimare quanto la somma, il “volume totale” di informazioni negative può generare comportamenti anomali sulla stabilità emotiva degli individui. Fin qui abbiamo solo accennato alla dimensione quantitativa, ma sappiamo bene che si pone anche una dimensione qualitativa,  in relazione a che tipo di informazione viene diffusa (modelli,  canoni, forme, linguaggi testuali, gestuali e sonori). Ad esempio, se in un servizio di un telegiornale si deve dare notizia del numero delle persone ricoverate in quel momento, è necessario utilizzare prevalentemente come immagini di appoggio quelle dove si vedono personaggi in tute spaziali, magari  accompagnate da militari di presidio?

Quello che ci interessa in questo momento è rimarcare come questo secondo virus sia non meno devastante e pericoloso del primo. Il Virus Corona, siamo fiduciosi, prima o poi verrà debellato: la scienza come nel passato saprà come affrontarlo e gestirlo, è solo un problema di tempo. Il secondo invece è pressoché sconosciuto: le scienze dei comportamenti collettivi e della comunicazione non godono degli stessi paradigmi delle scienze cliniche: non possiedono microscopi, laboratori, farmaci  e strutture di trattamento dei fenomeni. Questo lo rende più minaccioso perché totalmente fuori controllo. L’unico antidoto finora disponibile sembra essere banalmente, semplicemente, il buon senso. Ma anche questo scarseggia in epoca di “logica di emergenza”.

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giovedì 5 marzo 2020

Il messaggio


La notizia principale per quanto riguarda la televisione è stato l’intervento del Presidente della repubblica, Sergio Mattarella, a proposito della crisi sanitaria. Al di la della forma del messaggio (che pure è importante ed è discutibile la sua efficacia) rimane la sostanza di quanto ha detto e di quanto NON ha detto. Necessaria una riflessione.

Altra notizia del giorno la leggiamo su La Stampa, a firma di Francesco Spini: “Occorre segnarsi una data, il 2021. Sarà l'anno del grande sorpasso anche in Italia, quello in cui la tv via Internet, che oggi pesa per il 43%, supererà il digitale terrestre. Raggiungerà 9,2 milioni di abitazioni e una quota del 55% della torta tv”. I dati sulle dinamiche del mercato Tv sono proposti dall’annuale Rapporto di Mediobanca che fotografa la situazione attuale i trend più rilevanti, compreso quello pubblicitario. Esattamente in queste prospettive si inserisce lo switch off al DVB-T2 del quale abbiamo parlato più volte. Per il Servizio Pubblico questa transizione, se non governata in modo efficace, si propone come una minaccia grave anche perché, come noto, per essere esentati dal canone è sufficiente dimostrare che il proprio apparato di ricezione non contenga al suo interno un sintonizzatore video e i Pc, tablet e cellulari non lo contengono.

Si tratta dunque di una sfida di tecnologie, di contenuti editoriali e di rapporto con il proprio pubblico che non è e non sarà sempre più lo stesso delle televisione generalista digitale. Questa sfida richiede anzitutto investimenti e visione strategica. La banale, semplice realtà è che mancano tutti e due. Gli investimenti richiedono soldi, canone e pubblicità e ce ne sono sempre meno. Le strategie richiedono capacità manageriali e spirito visionario che pure non sembrano essercene gran che. Vediamo: il Piano Industriale e vediamo pure in relazione a quanto successo ieri in Cda dove,  si legge che “ ha deciso l’implementazione del canale inglese … nel più breve tempo possibile..”. ??? Ecco, esattamente in questa dimensione si misurano le capacità operative dell’Azienda e di chi la dirige. Il canale in inglese, è bene ricordarlo, è previsto come impegno specifico nel Contratto di Servizio, sottoscritto nel 2018, e poi ripreso nel famigerato Piano industriale del 2019. Ed ora si dice che verrà avviato “nel più breve tempo possibile” ???, da ricordare, inoltre, che questo canale, insieme a quello istituzionale,  fa parte dei 5 allegati allo stesso Piano Industriale (offerta tv, inglese,  istituzionale, minoranze linguistiche, piano per l’informazione). Sempre a proposito dei due nuovi canali, da ricordare ancora che il PI gli riserva 60 milioni per il triennio di validità dello stesso (30 milioni a canale, 10 milioni l’anno), un importo con il quale a mala pena si può sostenere il costo industriale di avvio. Ieri ancora buco nell’acqua per il canale istituzionale. Appunto, almeno ci è stato risparmiato sentir dire che “si farà .. presto, forse, magari ..  con Rai Parlamento, senza, oppure chissà con Rai Quirinale etc etc”. Infine, tanto per rinfrescare la memoria sempre sul PI. Che fine ha fatto il “canale femminile” che dovrebbe prendere il posto di Rai Movie e Rai Premium? Ma il vero, grande buco nero di questa vicenda del Piano Industriale riguarda l’informazione (da ricordare che, a differenza del PI, il Piano sull’informazione è sottoposta la vaglio della Vigilanza che ancora non se ne è nemmeno lontanamente occupata). In adempimento  quanto previsto dal Contratto di Servizio, si dovrebbe prevedere la “rimodulazione e la riduzione delle testate giornalistiche”. Nebbia totale.

Infine, per riprendere il discorso di ieri sulla comunicazione in caso di crisi. Un attento lettore ci ha segnalato un documento importante elaborato dallo IAI (Istituto Affari Internazionali) per conto del Centro militare di studi strategici del ministero della Difesa (CeMiSS) su “La minaccia Nbcr: potenziali rischi e possibili risposte”. Nel rapporto, in particolare, ci si sofferma esattamente su quanto abbiamo scritto ieri:
“Scrivevamo nel 2007: “Le lezioni apprese durante le numerose emergenze Nbcr (nucleare, batteriologico, chimico, radiologico) sono molteplici, ma quella più importante è la necessità di pianificazione preventiva a tutti i livelli, secondo il motto del gestore del rischio: ‘Aspetta il peggio, pianifica per il peggio, spera per il meglio’. In particolare, si legge nel volume, occorre organizzare l’individuazione precisa dei responsabili della comunicazione e l’allestimento di appositi piani comunicativi (‘comunicare, comunicare, comunicare’). Il rischio di panico generalizzato potrebbe, infatti, limitare l’efficacia di ogni intervento, aggiungendo ulteriori problemi e coinvolgendo potenzialmente anche gli addetti.” Qualcuno pensa che, anche in Rai, se ne sia tenuto debito conto? Di chi è la responsabilità ?

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Comunicare la Crisi


“Ci vogliono 20 anni per costruire una reputazione e 5 minuti per rovinarla” ( W.Buffet). Questo è un principio fondamentale della Scienza della Comunicazione e, specificamente, per quella utilizzata in caso di crisi. Le Aziende,  quelle più avvedute, quelle più attente ai mutamenti, alle trasformazioni, ai grandi fenomeni che interessano le collettività, hanno costruito al loro interno il  cosiddetto “Risk management team” che stabilisce per tempo chi, cosa, come e quando si deve fare comunicazione qualora intervenga una crisi imprevista e imprevedibile. Si stabiliscono procedure, protocolli, sistemi in grado di gestire in modo efficace ed efficiente tutto il flusso delle comunicazioni interne ed esterne all’Azienda. Ebbene, per quanto ci risulta, la maggiore Azienda di Comunicazione del Paese non è dotata di questa struttura e solo per questa circostanza drammatica ha attivato una “task force”. Intendiamoci, in queste circostanze la Rai non ha rovinato, per fortuna,  la sua reputazione: il suo pubblico segue con attenzione i suoi TG e i suoi programmi. Rimane il fatto che i processi di comunicazione spesso si articolano su tempi lunghi e sedimentano effetti non rilevabili immediatamente ma  possono lasciare scorie dannose. Necessario tenerne conto.

Veniamo ora al post di ieri (che ha avuto un notevole riscontro).Un attento lettore ci ha sollevato alcune interessanti osservazioni sul tema tecnologie. Riguardo ad alcuni nomi che abbiamo scritto si sostiene che, al di la della loro indiscussa capacità e professionalità, l’impatto della loro uscita potrebbe essere poco rilevante per il semplice fatto che, a quanto ci dicono, da tempo erano stati già marginalizzati, mentre per il CRIT la successione è stata garantita con un nome di altrettanta capacità. Il tema vero che si solleva è chi propone e governa le strategie complessive, esattamente quelle che faticano ad emergere in tutta la loro complessità che, appunto (come vedremo esattamente quando affronteremo il tema del Piano Industriale) non godono della rilevanza che meritano. Sembra invece poco verosimile la notizia di una possibile uscita di Balestrieri. Un ragionamento a parte meritano figure apicali come il CTO e il Transformation Officer (incarico attualmente ricoperto dal DG) che faremo in un secondo momento.

Veniamo ora a proseguire sulla vicende di questa governance. Il tema che proponiamo sono i meccanismi di nomina dei vari direttori di rete e testata. In testa a questo ragionamento ci dovrebbero essere i principi di trasparenza delle procedure, dei criteri seguiti per individuare le figure candidate e i passi seguiti per convalidare la loro nomina. Già dal suo insediamento,  questo vertice ha impostato l’indirizzo che viene esattamente dalla natura della Legge che li ha portati a dirigere l’Azienda: la fonte di nomina governativa. Esattamente a settembre 2018 si comincia a leggere di candidati “in quota” a questo o quel partito e da li  a poco sarebbero avvenute le nomine alle  reti e tg sulla falsariga della composizione del governo in carica M5S e Lega. Ora, cambiato il Governo, siamo al punto di partenza. Si vogliono fare nuove nomine (in parte già  avvenute con un nome “in quota” PD oppure uno un “quota” Lega). Ora non è tanto importante quanto sia pesante o verosimile la “quota” delle singole persone, ma il meccanismo che è stato attivato, per loro come per altri. Non si conoscono, appunto non sono trasparenti, i criteri e le procedure tali per cui è stata scelta Tizia piuttosto che Caia e così via. In Cda sono stati presentati i CV ma come sono stati pesati e confrontati con altri? A suo tempo, Riccardo Laganà di questo argomento ne ha fatto un cavallo di battaglia. 

Veniamo al passaggio “epocale” di questo atteggiamento: la nomina del DG, Alberto Matassino. La Legge del 2015, come noto,  ha abolito questa figura e ha messo al suo posto quella dell’AD. A suo tempo si diceva: “l’AD ha bisogno di una “cinghia di trasmissione” con l’Azienda”. Bene,  poniamo pure che questo ragionamento possa reggere. Ma perché allora andarla a cercarla fuori, affidarla ad una persona che con la logica, il ruolo e le finalità del  Servizio Pubblico non sembra che ne fosse particolarmente esperto  e non affidare questo incarico a chi l’Azienda la conosce fino nei sottoscala? Il messaggio arrivato a molti è stato chiaro: non mi fido di voi. Questo un primo passo falso che hai poi avuto conseguenze tutte ancora da verificare. Come abbiamo scritto ieri: di chi è la responsabilità? 
Oggi nessuna notizia di rilievo sulla stampa se non la piccola vicenda del Cda previsto a Milano e poi spostato a Roma  (della serie … fateci ridere) dove,forse, si potrebbe decidere sul canale inglese e istituzionale.
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mercoledì 4 marzo 2020

La guerra dei Virus


In Media Stat Virus. 
Ormai è accertato: ci sono in giro due virus. Il primo è quello “cattivo” che fa male alle persone, il secondo pure e forse, per certi aspetti, è pure più pericoloso. Dal primo, come dispone il Governo, ci si può difendere con misure preventive come, ad esempio, non salutarsi con baci, abbracci e strette di mano (è consentita una strizzatina d'occhio, da usare con prudenza, potrebbe essere equivocata). Dal secondo ci si può difendere riducendo la quantità di esposizione ai vari cellulari, radio, televisori e giornali. Attenzione: abbiamo scritto quantità, non qualità perché è obbligatorio e doveroso essere informati, aggiornati, approfonditi.

Gli “untori” del secondo agente patogeno sembrano essere principalmente la televisione e i “social”. In entrambi la quantità complessiva, il volume totale, di informazioni, immagini, commenti e pareri è tale da aver ingenerato quella che ormai viene definita “infodemia”. Con una particolare aggravante: si diffonde con una velocità di gran lunga superiore al VirusCorona.

Cosa ci si deve attendere dal Servizio Pubblico in questa circostanza è una domanda che ci pone da giorni ma ancora non abbiamo trovato risposta. Abbiamo di fronte l’editoriale del direttore del Corriere, Luciano Fontana, di domenica scorsa: rispondendo ad un lettore che chiedeva di non parlare in prima pagina del virus, scrive “informare è necessario, altrettanto necessario farlo con oggettività, serietà e senza provocare allarmi che vadano oltre la realtà”. Sarebbe utile se qualcuno, a Viale Mazzini o pure a Saxa Rubra, si ponesse lo stesso problema di dialogare con il proprio pubblico, ci mettesse la faccia e parlasse ai cittadini, a coloro che pagano il canone per dire qualcosa … qualsiasi cosa di sensato e ragionevole, di utile e necessario.  Invece, ci si perde nella nebbia dell’incertezza, di segnali confusi come quello del Cda di domani che si svolgerà un pezzo a Milano e un altro pezzo a Roma dove,  peraltro, non ci saranno le attese nomine dei Tg, tanto per alimentare ulteriormente polemiche.

Come pure non ci sarà l’attesa votazione per il consiglio Agcom e come potrebbe essere rinviato il referendum costituzionale previsto il prossimo 29 marzo.

Come abbiamo scritto ieri, cerchiamo di ricostruire cosa è successo in Rai durante questa prima metà mandato del vertice in carica. Iniziamo con un tema strategico: le tecnologie. Anzitutto per la parte che gli dedica il famoso Piano Industriale (su questo specifico aspetto torneremo con una nota a parte). Il Piano è tutto concentrato sulla ristrutturazione interna, la verticalizzazione delle reti, e affronta solo in parte residua la sfida tecnologica quando invece è noto che proprio su questo terreno verrà combattuta la madre di tutte le battaglie audiovisive con il passaggio dal broadcast al broadband. Da ricordare anzitutto che siamo entrati da poche settimane nel pieno vortice dello switch off al DVB-T2 che, a quanto sembra, non suscita particolare interesse a Viale Mazzini (e uno tra i pochi dirigenti, Roberto Serafini, che di questo argomento ne sapeva qualcosa – eufemismo – è stato lasciato uscire con incentivo !!!). Come ci ha detto un autorevolissimo dirigente “… tanto  che gli frega … quando si vedranno le conseguenze negative … loro saranno fuori”. In ordine, negli ultimi mesi, è successo che: Piero Gaffuri, direttore  Trasformation Office, si è dimesso; il CTO Stefano Ciccotti si è trasferito a Via Teulada; Clara Isola e Giorgio Fatale sono incentivati; Alberto Morello, direttore del CRIT di Torino, uscito e, infine, tra poco potrebbe lasciare anche Gianluca Balestrieri. Evidente che in alcuni casi ci potrebbero essere privatissimi motivi personali che non dovrebbero riguardare nessun altro se non gli interessati. Ma altrettanto evidente che questo esodo potrebbe avere conseguenze negative per l’Azienda. E chi ne ha la responsabilità in prima persona?

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martedì 3 marzo 2020

Ottusi e perversi


Altro che quarantena: ieri mattina, prima ancora di pubblicare il post, già moltissimi lettori si erano collegati per cercare il commento del giorno. GRAZIE !!!

C’è qualcosa di ottuso e perverso quando alcuni parlano di ascolti in Tv: è stato pure scritto "boom" come se fosse un successo di una canzonetta. In questi giorni, in piena crisi sanitaria, con milioni di persone preoccupate, angosciate, insicure e disinformate, è del tutto naturale che, come abbiamo scritto, si rimane tappati in casa e si guarda di più la televisione e, in particolare, tutto ciò che riguarda il virus.  E’ del tutto naturale, quindi che crescono gli ascolti e lo share e non sembra che ci debba essere proprio nulla per stare allegri o compiacersene, a parte la gioia per gli inserzionisti pubblicitari che a parità di costo hanno un risultato di contatti maggiore. C’è pure il timore, non del tutto infondato, che per qualche zero virgola di share in più si cerchi la notizia o si mandino in onda immagini ad effetto, giusto per attrarre più pubblico. E’ un fenomeno che somiglia a quelli che in autostrada si fermano a vedere spaventosi incidenti nella corsia opposta. Il titolo di stamattina su Italia Oggi: “La Tv antidoto al coronavirus”. Antidoto ??? Se la televisione avesse questo potere, seppure solo metaforico, avremmo risolto buona parte dei nostri problemi. La realtà è che l’aumento di consumo Tv a seguito di una sciagura nazionale non è e non dovrebbe essere motivo di soddisfazione anzi, al contrario, motivo di preoccupazione. Per vostra curiosità andate a leggere i comunicati stampa Rai e sottolineate alcune parole: “conquista il prime time … sempre  vincente … si aggiudica … record stagionale …”.

Veniamo agli ascolti digitali. Auditel ha pubblicato gli Ascolti Standard digitali (LS) della settimana scorsa 23-29 febbraio: Rai 28.500 (prec. 27.200) Mediaset 115.000 (prec. 112.600) Sky 156.000 (prec. 155.400). Guadagnano tutti qualcosa ma Rai si mantiene sempre a fondo scala con un divario apparentemente (forse irrimediabilmente) incolmabile con questi chiari di luna.

Ieri abbiamo accennato al tema referendum costituzionale previsto per il 29 di questo mese, cioè fra 24 giorni. Posto che ancora non è noto se verrà confermato oppure, vista la situazione di emergenza sanitaria,possa essere rinviato. Fatto sta che non se ne parla anche se è un preciso dovere farlo, sia pure in condizioni di incertezza. Ieri sul sito AgCom abbiamo letto i dati sulla comunicazione istituzionale su questo tema lo scorso mese ed abbiamo trovato questo documento: “Tabelle relative al tempo di argomento dedicato al referendum del 29 marzo 2020 dai telegiornali e dai programmi extra-tg. Periodo: 17-23 febbraio 2020” dove si legge
Rai:                       Tg          00:14:44 min      extra Tg   00:21:47 min
Mediaset               Tg          00:00:24 min      extra Tg   00:00:10 min
Sky                       Tg          00:15:14 min      extra Tg   03:29:40 min
Colpisce la quantità di tempo dedicato da Sky a confronto con le emittenti digitali. Ufficialmente Rai dovrebbe partire il 5 marzo con una programmazione specifica che prevede tre interventi: due su Rai Tre alle 15.15 e 23.15 e poi su Rai Uno alle 23.15.

A proposito di AgCom: è  notizia di ieri l’avvio di un procedimento, reclamato dalla CISL, finalizzato a verificare gli spazi concessi dal Servizio Pubblico alle diverse sigle sindacali.

Infine: ieri sera la programmazione sulle retti generaliste era alquanto scarsa (almeno per i nostri gusti) e allora ci siamo indirizzati, per la prima volta, su Amazon Prime Video per vedere Hunters, la nuova serie tanto pubblicizzata. Si capisce bene perché questi prodotti attirano molto pubblico: altissima qualità di scrittura, di produzione, di realizzazione e di commercializzazione. Of course, per realizzare tali prodotti occorrono ingenti investimenti: esattamente quelli che mancano al Servizio Pubblico,ma questa è un'altra storia.

Da domani potrebbe partire una riflessione frutto di diversi confronti avvenuti nei giorni scorsi con alcuni lettori sul ruolo passato, presente e futuro dell'AD Salini.

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domenica 1 marzo 2020

Quarantena Rai


L’emergenza Coronavirus produce danni incalcolabili alle persone, all’economia, alla società intera, alle istituzioni. Giocoforza, anche alla Rai. Come stiamo scrivendo in questi giorni, c’è afasia completa sui tanti problemi passati, presenti e futuri del Servizio Pubblico. Sappiamo solo che il prossimo 5 marzo, a Milano, si dovrebbe svolgere un Cda dove, forse, si potrà sapere qualcosa sui canali in inglese e istituzionale.

Poi, abbiamo cercato di sapere se a Viale Mazzini qualcuno si sta occupando del prossimo referendum costituzionale previsto per il 29 marzo: nebbia.

C’è sempre in ballo la questione AgCom sia per la parte rinnovo consiglio, sia nella parte multa a Rai. Siamo in attesa di notizie.

Sulla stampa non ci sono notizie. Tutto scomparso. Solo sporadici accenni del dibattito sul ruolo dell’informazione durante la crisi sanitaria ma, curiosamente, nessun accenno al ruolo della Rai. Ad esempio:  in che modo, in quale misura, con quale indice si può misurare il supporto alla “coesione sociale” del complesso della copertura giornalistica del Servizio Pubblico in questa circostanza?
Vedremo. Forse, anche questo blog si dovrà mettere in quarantena.

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Roma


Sono nato in un rione di Roma centrale e popolare: proprio di fronte Castel S. Angelo. A quel tempo, il rione era come un paese. Ci si conosceva tutti e ci si incontrava la domenica mattina, tra Piazza dei Coronari e la Chiesa di S. Salvatore in Lauro. Ora non è più così: tanto per dire, alla mia scuola elementare di Via della Rondinella non ci sono più i bambini. Non ci sono proprio più i bambini nel rione che avevano il parco giochi sulle sponde del Tevere, che giocavano a pallone intorno alla Mole Adriana. Non c’è proprio più il Rione.

Cosa c’entra tutto questo con la Rai? Forse poco, forse nulla. Sono pensieri in libertà venuti in mente questa mattina mentre attraversavo la città, vuota e ventosa, senza nemmeno i turisti. Esattamente quel nulla che interessa il Servizio Pubblico in questo momento. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi: tutto tace.

Questa mattina la sola notizia interessante la riporta Aldo Grasso sul Corriere: la crisi sanitaria fa volare gli ascolti della televisione. Aumenta la platea, aumentano i telespettatori nelle diverse edizioni dei Tg e aumentano i giovani. Magari ci sarà pure qualcuno che ne trae beneficio per qualche punto di share in più.


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