lunedì 19 agosto 2019

La patata bollente


È ormai noto e consolidato il fatto che l’arena di competizione del Servizio Pubblico in Italia, come del resto in Europa, sarà determinato tra le piattaforme di diffusione e le risorse sulle quali contare (vedi il caso recente di Salto, la nuova piattaforma pubblico/privata). In altre parole, tanto per tirarli direttamente in ballo, saranno i CTO e  i CFO gli artefici delle grandi manovre. Nei giorni scorsi abbiamo sollevato la riflessione sui costi crescenti delle connessioni in rete dovuti allo sviluppo del 4K (anzitutto giochi on line ma anche serie e film per la fortuna di Disney, Amazon, Netflix e TIM) ed abbiamo riportato una notizia mai scritta (dobbiamo anche sottolineare che non è stata mai confermata o verificata, si tratta solo di un “racconto” fatto da alcuni testimoni e protagonisti, nulla di scritto che possa comprovare) secondo la quale Mediaset avrebbe avanzato una proposta di una rete IP dedicata ai broadcasters.

Tutto questo, con alcune osservazioni proposte da nostri lettori, ci porta dritti dritti al cuore di un macigno sulla strada della Rai e del suo Piano Industriale. Spesso abbiamo scritto che si tratta di un piano che somiglia ad una vettura con le ruote bucate: non può andare da nessuna parte perché la principale tra queste, la ruota delle risorse economiche, non solo è bucata ma è consunta e probabilmente irreparabile, a Roma si dice che è una “caciotta”. Tutto questo per noti motivi: il canone non è una risorsa certa. Ogni Governo, e questo in particolare fin che dura, ha minacciato di toglierlo oppure, ben che vada, preleva indebitamente una parte di esso per destinarlo ad altri scopi (incostituzionale). Alto motivo con solide basi è la dinamica dei flussi pubblicitari, sempre più in riduzione e rivolti verso altri settori diversi dalla tv digitale terrestre. 

Allora, si da che da tempo alcuni sognano una specie di RaiFlix che dovrebbe avere le sembianze di Rai Play e tutti sperano fiduciosi l’arrivo del messianico Fiorello per lanciare la piattaforma streaming di Viale Mazzini, ricca di contenuti originali. Bene. Poniamo la solita domandina semplice semplice: come viene pagata? Con quali risorse? Fino a prova contraria, il canone viene pagato dai cittadini solo per la distribuzione via digitale terrestre e satellite e non si prevede che una parte di esso possa sostenere finanziariamente la diffusione di programmi sul Web. Ricordiamo una banalità: il canone è una tassa indisponibile per altri scopi e deve essere utilizzato solo per quanto esplicitamente previsto dalla Legge. E allora? Chi paga Fiorello? Qualche buontempone se la potrebbe cavare con la risposta più semplice: la pubblicità. Ma non è proprio così e le note difficoltà a gestire ed applicare le indicazioni legislative sulla contabilità separata che tante volte ha sollevato i rilievi della Corte dei conti, sarebbero ancora più rilevanti nel caso di Rai Play. Un nostro autorevole interlocutore ai piani alti di Viale Mazzini si è spinto a dire: “RaiPlay è morta prima ancora di nascere e seppure dovesse vedere la luce si porterebbe appresso un handicap incolmabile”. Il solito pessimista inguaribile che rema contro corrente. Per precisione: Rai Play è viva e lotta insieme a noi e ottiene pure un significativo interesse. Ma da questo ad immaginarla come la via radiosa al futuro della Rai ce ne corre.

Al termine di questo pistolotto estivo, rassicuriamo i nostri lettori: calma piatta. Sulla stampa di oggi nulla di interessante (Paolo Conte, Bibbiano, Carmine Padula etc ).

Bruto sulla piana di Filippi “ah, se solo sapessi la fine di questo giorno…” Per gli anticesariani si prevedono giorni cupi, basta attendere il fresco di settembre.
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