Iniziamo con una nota a margine: ieri l’AD Rai Rossi ha
ribadito un suo concetto primigenio con “ … se il giornalismo d'inchiesta si
trasforma in un giornalismo di Teorema non è più un valore della democrazia ma
è un cancro della democrazia”. Allora sarà pure necessario capire bene cosa si intende
per “cancro della democrazia” e chi lo crea e lo nutre e quale è la differenza
tra “inchiesta” e “teorema”. Ci torneremo.
Questa nota ci consente di tornare su un argomento già affrontato da Bloggorai tante
volte. La “cronaca nera” è dentro di noi. L’omicidio, il crimine, la strage
o il genocidio è come un virus che da millenni si è insinuato nell’anima
profonda e nessuno sembra in grado di debellarlo. Il racconto dell’orrore, la “narrazione”
televisiva della paura è il pane quotidiano, è la razione di sostanza tossica della
quale sembriamo assuefatti e il “pusher” ovvero il primo spacciatore è la Tv, pubblica
e privata, universale e generalista oppure in streaming sulle piattaforme, senza
distinzione.
La Rai, il Servizio Pubblico, nonostante che ogni tanto
qualche anima bella si lamenta del “troppo Garlasco” fa scuola, apre la pista e
segna il sentiero. Nel palinsesto settimanale la cronaca nera occupa sempre
uno spazio centrale e laddove non si trova un pertugio libero lo si reinventa. E
quale è il canale che meglio si presta al sostegno, allo spaccio di cronaca
nera quotidiana? Senza dubbio: RaiTre. Inizia il lunedì con Giletti e il
suo “Lo stato delle cose” e i suoi finti scoop, segue il martedì la fotocopia
imbruttita dei finti scoop del giorno precedente con “Filorosso” di Monteleone,
poi arriva il mercoledì con lo storico “Chi l’ha visto” della nuova conduttrice
Raffaella Grigi. Il giovedì un momento di pausa (si fa per dire), con la “cronaca
familiare” che magari non è proprio nera ma non è sempre limpida, con “Le cose
che non sai” (e certe volte meglio non saperle). Il venerdì c’è il film e
questa volta RaiTre è sul pezzo con Exodus, forse per dare un’alternativa al
grande successo di Naza. Arriva poi il sabato che vede il ritorno in grande
spolvero di Lucarelli con “Blu notte – i misteri dimenticati” dove si arriva a
punte eccelse di “racconto criminale” e si pongono domande esistenziali del genere
“Chi ha rapito Emanuela Orlandi?”. Ce lo stiamo chiedendo in tanti e ogni volta
speriamo che sia la volta buona e magari Lucarelli ci propone una risposta. No,
non è necessario: basta porre l’interrogativo e la serata televisiva si porta a
casa. La domenica si chiude in bellezza, magari in tarda serata con “Un giorno
in Pretura” con la sempiterna Petrelluzzi. Il giorno dopo si ricomincia.
Poi, per non perdere il filo del “racconto criminale” proposto
dal Servizio Pubblico ci si può sempre rivolgere a Rai Play con la sua vasta
collezione di “crime story” di ogni genere. E, se non bastasse il “true crime” della
cronaca nera quotidiana c’è sempre la fiction di vecchia generazione con le repliche
di Montalbano oppure di Don Matteo o con la recente generazione delle varie Tataranni,
Schiavone, Coliandro etc.
Vale la pena ricordare da chi è composto il pubblico che segue prevalentemente il “genere” crime: “… la prevalenza di un pubblico femminile, che raggiunge il 14% in share. Molto bene tutti i target giovani-adulti, e adulti fino a 64 anni. Un'audience che presenta anche buoni o ottimi livelli di istruzione, coi laureati che per la versione «crime» balzano al 18% di share, mentre i diplomati crescono raggiungendo il 15% della platea. Il pubblico del crime in tv appare diffuso a livello nazionale, ma emerge una certa prevalenza nel Nord, col le regioni di quest'area del Paese (Lombardia, Piemonte, Veneto) che registrano tutte una share oltre il 14%.” (dal Corriere su dati Auditel rilevati da M. Scaglioni).
Ma è esattamente nella punteggiatura usata nel racconto della
cronaca nera televisiva che risiede tutta la sua fascinazione. Nel momento in
cui si mette un semplice “.” la storia finisce lì e non c’è più bisogno di
porre il punto interrogativo come, ad esempio, succede con “Chi ha
veramente ucciso Chiara Poggi?”. Il nome della vittima o dei carnefici può
variare ma il risultato è lo stesso: “Olindo e Rosa sono i veri colpevoli della
strage di Erba?”. Oppure “Chi è veramente il Mostro di Firenze”. Oppure ancora,
per stare ai giorni nostri, a queste ore: “Chi e perché ha “suicidato” a Siena Davide
Rossi?” oppure ancora “Chi ha ucciso con la ricina madre e figlia a Pietracatella?”.
Già, a saperlo.
Lo abbiamo scritto tante volte: il “crimine in tv paga” bene e in contanti. Il pubblico segue e premia con gli ascolti. Si torna quindi all’eterno dilemma: cosa deve fare il Servizio Pubblico? Quale dovrebbe essere il suo ruolo, la sua funzione, il suo progetto editoriale? Se non si riesce a schiodare una risposta a questa banale e semplice domanda hai voglia a fare “riforme” sulla governance, hai voglia ad applicare l’EMFA. Oggi Vincenzo Vita scrive sul Manifesto di “Un Servizio Pubblico di nuova generazione…” già, interessante ma quale Servizio Pubblico si immagina e quale “nuova generazione”. La sensazione che il “campo largo” sui temi e problemi del sistema audiovisivo annaspa ancora nel vuoto di idee e proposte è forte, fortissima.
bloggorai@gmail.com
ps. anche oggi il Corriere non ha scritto una riga, una parola sul "caso" Lavitola.
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