Bloggorai crede di non essere il solo ad averne le scatole piene
della vicenda Lavitola/Ranucci prima ancora di sapere se e come potrà andare a
finire, chi è il vero mandante, chi l’esecutore e quale il movente. Ne abbiamo
le scatole piene di leggere e sentire storie di servizi segreti, di massoni, di
fonti più o meno occulte, di amicizie più o meno compromettenti, di cenette e
di faccendieri, di ministri che indagano e amministratori che tutelano il “brand”
e di storie “piccanti” variamente intese. Ci appare persino lezioso porre interrogativi
sulla bomba: chi l'ha messa e soprattutto perché è stata fatta esplodere.
Avvertiamo un senso di disagio profondo e diffuso che non lascia
presagire nulla di buono.
Per ora, lasciamo perdere. Non abbiamo voglia di inzuppare
anche noi il biscotto in questo calderone ne abbiamo strumenti o “fonti”
qualificate da interpellare. Poi, vedremo.
Ci viene in mente un tema marginale ma non meno
interessante: nei prossimi giorni uscirà nelle sale cinematografiche (quelle
poche rimaste e, inoltre, in pieno periodo di bassa affluenza) una nuova versione
de L’Odissea di Christopher Nolan. Senza dubbio, uno dei drammi universali di
maggior rilievo che ancora oggi, dopo millenni, conserva ancora immutato tutto il
suo fascino. Ci interessa una notazione a margine: il racconto omerico e la
televisione e sarà interessante fare il confronto tra le due letture.
La prima edizione de L’Odissea in Rai risale al 24 marzo
1968 e venne realizzata, per la prima volta, a colori nonostante che la messa
in onda era ancora in bianco e nero: si pensava al mercato internazionale. 8
puntate che ebbero un successo clamoroso con punte di ascolto intorno ai 15
milioni di telespettatori a puntata. Un cast importante, da Irene Papas a Bekim
Fehmiu, con la scrittura di Rosa Calzecchi Onesti, la regia di Franco Rosi ed
effetti speciali di Carlo Rampaldi. Ogni puntata era introdotta da una lettura
del poeta Giuseppe Ungaretti.
Era il decennio delle grandi produzioni della Rai che sono entrate
a viva forza nella storia della televisione. Era il decennio della Rai che stava completando il processo di alfabetizzazione del Paese. Era la Rai dell’educare, informare
e divertire. Era la Rai che in quel decennio proponeva titoli del genere:
La cittadella (1964) con la regia di Anton Giulio Majano e
Alberto Lupo
Il giornalino di Gian Burrasca (1964). Regia: Lina
Wertmüller con la giovane Rita Pavone
Le
inchieste del commissario Maigret (dal 1964) di Mario Landi con Gino Cervi
I promessi sposi (1967) Regia d Sandro Bolchi con Nino
Castelnuovo (Renzo) e Paola Pitagora (Lucia)
La
freccia nera (1968) di Anton Giulio Majano con Aldo Reggiani, Loretta Goggi,
Arnoldo Foà
I
fratelli Karamazov (1969) di Sandro Bolchi con Corrado Pani, Umberto Orsini,
Salvo Randone
Il conte di Montecristo (1966) Regia: Edmo Fenoglio con Andrea
Giordana
Belfagor o Il fantasma del Louvre (1965) di Claude Barma (co produzione francese)
Nero
Wolfe (dal 1969) con la regia: Giuliana Berlinguer e Tino Buazzelli
David Copperfield (1965) di Anton Giulio Majano con Giancarlo
Giannini.
Troppo facile
e financo banale fare confronti con la Rai di oggi e la sua offerta editoriale.
Troppo facile fare confronti persino con le repliche: Rai Tre manda in onda le repliche di Piedone lo sbirro. Amen.
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