Proviamo a seguire la riflessione di ieri sul rapporto tra
sistema mediatico e politica oggi, in Italia, alla vigilia delle prossime
elezioni politiche del 2027, forse più vicine di quanto si possa immaginare. Ci
torna tra le mani un vecchio articolo, a firma Gad Lerner, pubblicato sul Manifesto
a luglio scorso con il titolo “La stampa italiana alle grandi manovre. Verso
destra. Giornali: quelli filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio
aggressivo mentre il riassetto delle proprietà editoriali insegue il più forte,
il più ricco, il leader vincente”. Già, come vi abbiamo accennato, i
quotidiani perdono copie e chiudono le edicole (il loro numero è sceso da circa
35 mila a 20 mila negli ultimi vent'anni, con un calo del 42,8%. Solo a Roma
sono circa 500 le edicole chiuse negli ultimi sette anni) epperò gli editori
sembrano sempre più attratti dalla carta stampata come pure l'editore Governo con le mani sulla Rai . Vedi il recentissimo caso di
Del Vecchio con l’OPA sul Fatto o, prima ancora, il cambio di proprietà di
Repubblica e La Stampa.
Si può indagare a lungo per
capire come e perché la carta stampata perde lettori (come i Tg perdono telespettatori:
vedi il recente Osservatorio Comunicazioni AgCom con il Tg1 nell’edizione delle
20 che perde da un anno all’altro circa il 4%) e ci sono tanti e interessanti motivi,
ma quello che ci sembra più importante rilevare sono proprio “le grandi manovre”
politiche verso destra o almeno verso quell’area moderata centrista così
determinate per il buon esito elettorale. I grandi temi sui quali si caratterizza
e si evidenziano le “manovre a destra” sono prevalentemente l’atlantismo
maniacale e l’europeismo acritico e indulgente accompagnato da una spiccata “pruderie”
militaristica. Il tutto, debitamente e sapientemente accompagnato da
massicce dosi di cronaca nera sempre con Garlasco in bella evidenza. Per non
citare poi il “caso mediatico” del quale abbiamo scritto a lungo: Lavitola e Ranucci
dove si è raggiunto un livello di attenzione/distrazione inedito, con record di
pagine (Corriere) inusitato che andavano a parare tutti in una sola direzione,
ovvero “sminare” Report dai pericoli incombenti in vista dell’apertura della
prossima campagna elettorale. Missione compiuta: il Governo ringrazia. Nei giorni scorsi abbiamo letto
sul supplemento economia del Corriere un pezzo titolato “Sviluppo, l’attacco
a tre punte: Ai, turismo e spesa militare: i tre motori per crescere con la
fine dei fondi del Pnrr”. Appunto, spesa militare: le spese sociali,
scuola, istruzione e sanità a loro modo di vedere non producono sviluppo. Per non
dire dell’accompagnamento militante a favore delle scelte di Governo sulla “sicurezza”
sociale con intere pagine dedicate alle vetrine sfasciate. L’articolo citato si conclude con una frase
significativa : “Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano
i talk show”.
Già, e veniamo al titolo del post di oggi. Prima di ricordare gli ascolti di RaiTre di domenica scorsa destinati ad entrare nella storia (poco più dell’1%) è necessario fare un passo indietro e tornare a febbraio dello scorso anno, quando sono state approvate dal Cda le “Linee guida per l’offerta editoriale 2025-27”. In quel corposo documento di oltre 90 si leggono già tutte le note della Messa cantata che sta portando RaiTre verso la sua dissoluzione a partire dalla dichiarazione di fallimento organico della famigerata “riforma per generi”. Si legge, già nella prefazione, “… l’organizzazione per generi non è riuscita a frenare quel processo, già presente nella fase finale del modello per reti, di crescita esponenziale di marchi e volti televisivi che creano confusione, disorientamento nel pubblico e non contribuiscono a strutturare i diversi canali con un ordine di appuntamento immediatamente percepibile.
Ecco il punto nodale che segna l’inizio della fine:
dover ammettere che la sostituzione identitaria, in specie per RaiTre, come
ha avuto modo di affermare l’AD Rossi a luglio scorso, non ha funzionato e
prosegue a non funzionare portando la rete verso il suo abisso. Le tre
pagine del documento dedicate a Rai Tre sono significative: “Il terzo canale,
da sempre votato al racconto della realtà, ha perso, negli ultimi anni, alcuni
tra i suoi titoli e volti più caratterizzanti, confluiti verso i competitor che
ne hanno beneficiato sia in termini di ascolto che di rafforzamento del proprio
posizionamento. Alcuni appuntamenti fissi consolidati sono spariti dal
palinsesto della rete e trasmigrati altrove. Questo aspetto ha depotenziato
l’identità di canale: vere e proprie community di telespettatori si sono
trasferite in blocco su altre emittenti per continuare a seguire formati
collaudati e volti autorevoli”… Nel prime time, invece, alcuni esperimenti
si sono rivelati non vincenti, peraltro a fronte di investimenti economici
piuttosto elevati sia per uno scollamento dei format rispetto a quello che il
canale deve offrire che per l’inserimento di volti non coerenti con i codici
rappresentativi del canale” e vedi il caso di Filorosso di Monteleone con
ascolti prossimi al prefisso telefonico.
Era tutto già scritto, era tutto già
noto, da tempo. Qualcuno lo sapeva meglio e prima di noi: i consiglieri di amministrazione
che solo ora si ricordano di quel documento votato all’unanimità e chiedono oggi
“un segno concreto di consapevolezza della gravità della crisi …”. Amen.
Chiudiamo con una nota. Oggi il Messaggero
pubblica un lungo articolo sullo stato dell’arte sulla Riforma Rai che andrà in
Aula il prossimo 26: il Governo non ha fretta, se ne parlerà con calma, forse
dopo le prossime elezioni.
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