“Quando nel tempo antico il mondo era descritto dal mito, nel Medioevo dalla religione, nell’età moderna dalla scienza, e oggi dalla televisione, in tutti questi passaggi gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la sua descrizione che di volta in volta la religione, la filosofia, la scienza e oggi la televisione hanno dato del mondo. Forse l’uomo non ha mai avuto a che fare con le cose, ma sempre e solo con le descrizioni che confezionano le cose. Se così non fosse stato, non potremmo parlare di storia e di successive epoche”. Umberto Galimberti, “La Tv che ruba l’anima”,
Il “clamore mediatico” è un elemento sostanziale del dibattito
giuridico e spesso entra di prepotenza nelle aule dei tribunali a tal punto, talvolta,
di poter scardinare le certezze del diritto. La “pressione dell’opinione
pubblica” non è mai un fenomeno endogeno ma si produce allor quando si innesca
dall’esterno una scintilla in grado di accendere le pulsioni emotive
finalizzate a sostenere un determinato obiettivo che il Giudice poi è chiamato a
ratificare in giudizio. E, nel caso di cui trattiamo, di obiettivi segnatamente
politici ce ne sono a sufficienza per alimentare il “caso mediatico”.
Ha scritto Leonardo Sciascia “Quando l'opinione pubblica
appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in
"innocentisti" e "colpevolisti" - in effetti la divisione
non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato
o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come quando uno
scommette su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è
in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi
condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei
programmi erano affezionati, lo volevano assolto.» Negli annali di giurisprudenza
il primo caso italiano che viene ricordato è quello di Gino Girolimoni, inizialmente
indicato come responsabile dell’omicidio di 7 bambine a Roma e poi completamente
scagionato. Erano i primi anni del fascismo, 1924-27, e il nascente regime aveva
bisogno di un colpevole per dimostrare la sua capacità di garantire ordine e
sicurezza. La stampa complice di Mussolini venne scatenata contro il presunto colpevole,
salvo poi dimenticarlo quando venne comprovata la sua innocenza.
Arriviamo a casi più recenti e torniamo appunto al “caso Tortora”
del 1983. Erano gli anni dei primi pentiti
di mafia e di camorra e i personaggi di allora avevano il calibro di Raffaele Cutolo
e veniva comodo e utile (si diceva alla procura di Napoli) avere un “mostro da
sbattere in prima pagina”. Venne imbastito un processo indiziario basato sul
nulla sul quale buona parte della stampa italiana ha vissuto di rendita e solo dopo
molti anni venne dichiarato completamente innocente dalla Cassazione.
Negli anni passati ancora ricordiamo i casi clamorosi di Cogne,
di Erba, di Perugia e tutt’ora di gran voga il caso Garlasco che alimenta il “clamore
mediatico” ogni giorno pagine di giornali e ore di trasmissioni tv.
Nessuno stupore, dunque, nel leggere nella sentenza del Tribunale
di Roma sul ricorso Ranucci contro la Rai che il “clamore mediatico” sia stato
il fondamento ovvero il presupposto sostanziale degli accadimenti. Come vi abbiamo
già scritto ieri, non solo in Aula si è evidenziato il “clamore mediatico”
successivo all’emergere dell’amicizia tra Lavitola e Ranucci ma è poi proseguito
esattamente durante il procedimento con la pubblicazione di articoli che non sono
passati inosservati (vedi il famigerato articolo del Corriere dello scorso 26
settembre con il titolo “Report, la redazione contro Ranucci: «Se ritorna
lui ce ne andiamo noi…”. L’articolo poi è stato smentito e sbeffeggiato ma
nessuno ne ha tenuto conto. Come pure la citazione di una votazione (47 su 52)
citata nella sentenza e avvenuta a luglio scorso dove è stato mescolato e artatamente confuso il senso e l’oggetto del voto
in redazione di Report dove non si votava la fiducia a Ranucci ma un progetto di
riorganizzazione interna. Il Giudice ha invertito l’ordine degli addendi mutando
il risultato: è stata esattamente la forsennata campagna mediatica scatenata dai
più importanti gruppi editoriali nazionali (il Corriere della Sera in prima fila
con una mole impressionante di articoli (con dosi massicce di “fonti Rai”) e, a
seguire, tutti giornali del Gruppo Angelucci in buona compagnia di Dagospia che
ha costantemente rilanciato tutto e per finire la stessa Rai con il Tg1 e trasmissioni
(Giletti e Monteleone) che fino a poche ore addietro ancora hanno inzuppato il biscotto
nel “caso Ranucci” ha messo la redazione di Report “sotto pressione” turbando
alfine i loro fragili equilibri di serenità. Che dire, infine del “clamore mediatico” sollevato
dal senatore Gasparri e del suo partito che hanno scatenato la campagna contro la
Giudice incaricata del procedimento, accusata di essere “politicizzata” poiché
si era occupata in precedenza del caso Almastri, dimenticando o volutamente ignorando
che la giudice era stata sorteggiata per quella occasione. Quanto può aver pesato
il “clamore mediatico” sull’esito del procedimento contro Ranucci?
Nota a margine. Di tutto questo e in questo specifico contesto
politico si avverte un silenzio imbarazzato e assordante: il “campo largo”
sembra in tutt’altre faccende affaccendato per occuparsi anche di diritti
fondamentali, di informazione e di Servizio Pubblico. Alla vigilia di una
possibile riforma Rai che, di fatto, consegnerà alla destra, a questa destra, il
futuro dell’Azienda e del Servizio Pubblico. I conti tornano. Attenzione: su questo
tema invece “il clamore mediatico” al contrario non viene sostenuto, anzi, è
calato uno spesso strato di cemento armato. Nessuno ne parla.
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