lunedì 19 ottobre 2026

RAI: riforma di fatto e riforma di diritto

By Bloggorai ©

Vedi pure il post di ieri sera 

https://bloggorai.blogspot.com/2026/10/rai-una-storia-infinita-di-intrighi.html?m=1

La regolamentazione giuridica e quindi politica avviene solo dopo che l’innovazione tecnologica si è sviluppata. La norma arranca lentamente mentre lo sviluppo viaggia velocemente e il divario tra i due tempi appare spesso incolmabile: sono come due locomotive dove quella della Legge non potrà mai superare quella dell'innovazione. Quando la Legge arriva in ritardo la tecnologia è giunta già ad una fase successiva e si deve ricominciare da capo in una corsa infinita.

Le grandi riforme economiche o sociali arrivano sempre “dopo” i fenomeni ai quali si intende porre rimedio. “Ri-formare” intende esattamente dare una nuova forma, adeguarla, rivederla e renderla più sincronica ad un tempo e un contesto successivo. Il mondo del riformatore è sempre quello di colui che ha per le mani una materia già formata e scomposta per cercare di rimodellarla in una nuova veste. Il mondo del riformatore non è chiamato ad inventare quanto piuttosto ad “aggiustare” e rivedere in forma corretta un quadro normativo superato e non più adeguato alle specifiche necessità.

Ecco quindi emergere la distinzione tra “riforma di fatto” e “riforma di diritto”. La riforma di fatto si configura, prende forma sostanziale quotidianamente, nelle dinamiche intrinseche ai fenomeni e solo successivamente si predispone ad essere mutata in “riforma di diritto”. Il “caso” della Riforma Rai è il perfetto paradigma di questo concetto: sono decenni, tanti, che se ne parla ed ogniqualvolta che ne arriva una è già troppo tardi, è superata dalla “nuova” Rai che si intende riformare che, nel frattempo, si è autoriformata da sola, al suo interno con forti sostegni esterni.  

È successo che la scorsa settimana si è svolto un importante incontro proprio sul tema “Per una riforma del Servizio Pubblico Radiotelevisivo” dove sono intervenuti gli autorevoli proponenti di un corposo dossier di 41 pagine: Enzo Cheli, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Apprezzabile ed encomiabile lo sforzo compiuto e prima e più ancora che valutare i suoi contenuti sembra utile e necessaria una premessa: appare tutto fuori contesto e fuori tempo. Il contesto: fino alla fine di luglio scorso era in piedi una sorta di “tavolo di lavoro” formalmente aperto a tutti ma sostanzialmente riservato a pochi intimi con il compito di elaborare o un testo base o emendamenti da sottoporre al dibattito in VIII Commissione Senato dove, appunto, si stava configurando il nuovo testo di Legge sulla Rai (il T.U.S. 162). Quel “tavolo di lavoro” in verità era già iniziato da molti mesi prima, all’indomani della formazione dell’attuale Cda Rai. Perché queste ipotesi/proposte non sono emerse prima? 

Il tempo: come noto, il nuovo testo citato andrà in Aula il prossimo 26 novembre già chiuso e blindato dove non ci sono ragionevoli margini di trattativa con la maggioranza per una sua possibile revisione: allo stesso modo con cui il Governo ha chiuso la partita sulla Legge elettorale è verosimile ritenere che possa chiudere anche questa sulla Rai: un altro scalpo da esporre in vista della prossima campagna elettorale. Che senso ha riproporre vecchi e logori schemi del genere “fondazione” quando ancora il perno essenziale, il punto focale, di tutto il dibattito non riesce ad emergere: non tanto e non solo come dovrà essere governato e con quali risorse si dovrà sostenere ma cosa dovrà essere e cosa dovrà fare il Servizio Pubblico Radiotelevisivo nei prossimi dieci anni. Nel “paper” presentato al dibattito, a pag. 28 al paragrafo 5.1, si legge “La missione del Servizio Pubblico radiotelevisivo trova fondamento nei principi costituzionali e negli indirizzi fondativi dell’Unione Europea”. Punto. E poi prosegue con un elenco di “azioni-obiettivo il cui conseguimento appare inevitabile: …” ovvero “riservare … recidere … rafforzare …  salvaguardare … promuovere … essere e assicurare”. Leggendo il paper non abbiamo avvertito un solo passaggio in cui si trova un concetto fondamentale, una visione, un progetto, un’idea di come segnatamente questo Servizio Pubblico dovrà necessariamente essere diverso entro i prossimi 10/15 anni (data entro la quale potrà avvenire il superamento della diffusione Digitale terrestre). La sua logica primigenia era, infatti, la tutela dello Stato per la risorsa preziosa delle frequenze radiofoniche che invece oggi hanno una nuova e diversa collocazione.

Ecco allora arrivati ai giorni nostri, ecco allora arrivati a dover dibattere di Data Center e di IA con la quale si “fanno” programmi (ieri sera il Giulio Cesare in onda su RaiUno ne era infarcita), di mercato e di nuovi prodotti audiovisivi, di modelli narrativi e di format, di “social” e di piattaforme emergenti, di reti Rai in via di estinzione e di pubblico del Servizio Pubblico che diventa sempre più over e sempre meno under.   

Da tutto questo la “riforma Rai” presente e futura sembra essere molto lontana. Ieri sera è andato in onda su Rai Tre un servizio molto interessante sul tema “Processo ai Social”. Molto interessante e, pure in questo caso, il contesto è lo stesso: i danni dei social sono già avvenuti e sono tutt’ora in corso e regolamentarli ora sarà molto, molto difficile.  

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domenica 18 ottobre 2026

RAI, una Storia infinita di intrighi, trame e complotti

By Bloggorai ©

“Rai. Sia benedetta la lottizzazione! Intrighi, leggende metropolitane, verità. La Rai che pochissimi conoscono vista dal Gr2, dal Tg3, dal Tg1 e dal covo dell’Usigrai, storico sindacato dei giornalisti” è il titolo del libro di Giorgio Balzoni in distribuzione in questi giorni. Per chi non lo conosce: è una firma apprezzata e storica del giornalismo Rai. Il volume lo abbiamo appena ordinato e ne parleremo meglio e di più dopo averlo letto. Per ora ci limitiamo ad osservare che Balzoni è stato testimone di un passaggio cruciale della storia moderna del giornalismo del Servizio Pubblico: la bocciatura del primo Piano editoriale sull’informazione con il quale si intendeva mettere mano e riordinare tutto il perimetro dell’informazione Rai ovvero il famigerato Piano Verdelli. Questa vicenda ci ricorda uno dei grandi misteri politici italiani al pari dei famigerati 101 “grandi elettori” del PD che il 19 aprile del 2013 impallinarono Romano Prodi alla presidenza della Repubblica. Mai uno di loro, a nostra memoria, è mai uscito allo scoperto con un “si, sono stato io a votare contro”.

Di informazione Rai ce ne siamo già occupati spesso e volentieri e merita tornarci sopra. È una pietra miliare indispensabile per comprendere l’attuale situazione in cui versa l’informazione pubblica. Da allora, 2017, la Rai si è dotata di Piani industriali, Piani editoriali e Piani immobiliari ma di piano sull’informazione non se ne è più parlato. Il tema scotta e chi ci mette mano si brucia: si tratta di capire se oltre 2.000 giornalisti e 8 testate sono adeguate, razionali ed efficienti per questo Servizio Pubblico. Di Piano sull’informazione di “newsroom” e di “… un piano di riorganizzazione che può prevedere anche la ridefinizione del numero delle testate giornalistiche nonché la riprogettazione e il rafforzamento dell’offerta informativa sul web” come previsto dal Contratto di Servizio precedente (art.23) non se ne è più parlato perché qualcuno, dentro la Rai, ostacola e tutt’ora ignora in ogni modo ogni tentativo di riforma.

Balzoni ha scritto nel titolo del suo libro “… covo dell’Usigrai…” e sarà interessante leggere e capire perché lo ha scritto. Ricordiamo che a quel tempo era Presidente della Rai una certa Monica Maggioni e il Direttore generale Antonio Campo Dall’Orto (dopo le sue dimissioni arriverà Mario Orfeo) mentre i consiglieri erano persone del calibro di Carlo Freccero (ne parleremo più avanti), Arturo Diaconale e Franco Siddi. Il segretario Usigrai era Vittorio Di Trapani. Merita riprendere quanto scritto dallo stesso Verdelli nel suo monumentale “Roma non perdona” a pag. 57: “Dall’altra parte del tavolo, uno squadrone di almeno quindici persone, con al centro il leader dell’Unione Sindacale dei Giornalisti Rai (da qui, USIGRAI), Vittorio Di Trapani, un Gesù attorniato dai discepoli, abituato a fare la voce grossa senza alzare la voce. Nei suoi confronti, era palpabile una devozione che non ho mai visto concentrarsi su nessuno dei vari referenti dei comitati di redazione frequentati in carriera, nemmeno su Raffaele Fiengo, trascinatore a cavallo di due secoli del Cdr del “Corriere della Sera”.

Napoletano precocemente romanizzato, vicino a tutte le associazioni di stampa “libera”, Di Trapani è un quarantenne di potere, svezzato da Vasco Rossi e cresciuto alla sapiente scuola Rai di Beppe Giulietti  (ulivista, dipietrista, presidente della Fnsi, il sindacato dei sindacati giornalisti, stesso ruolo ricoperto in passato anche da Franco Siddi, poi diventato consigliere di Viale Mazzini). In azienda da quando era ragazzino (1999), il giornalista Di Trapani guida il sindacato dal 2012, secondo mandato in scadenza nell’estate del 2018, dopo di che sarebbe dovuto tornare a fare il suo mestiere a Rai News24, dove è redattore, visto che per statuto non esiste un terzo mandato.  E invece, proprio a giugno 2018, verrà modificato quel certo articolo dello statuto e lui si ritroverà confermato con una maggioranza da plebiscito: Vittorio il vittorioso, influente notabile della Bolla, parole d’ordine “non passi lo straniero” e “prima gli interni”, con un involontario retrogusto salviniano”.

Merita poi ricordare un passaggio di un articolo de Il Post del 4 gennaio 2017 (https://www.ilpost.it/2017/01/04/rai-verdelli/ ): “ … Secondo il giornalista di Repubblica Sebastiano Messina, il piano è stato bocciato a causa delle resistenze interne alla RAI, che non vedono di buon occhio le riforme e i cambiamenti imposti da figure esterne: «Ha vinto, alla fine, il muro di gomma tenuto in piedi proprio dai giornalisti che fanno parte del Cda, a cominciare dalla presidente Monica Maggioni che non ha mai speso una parola per difendere Verdelli e la sua squadra, per finire con Francesco Siddi e Arturo Diaconale che sono stati i protagonisti di un vero e proprio tiro al bersaglio”. Pochi mesi prima il quotidiano il Foglio aveva scritto “…In molti ormai in Rai sospettano per esempio che sia stata lei a passare al settimanale l’Espresso la bozza del piano per l'informazione con l’obiettivo di mettere in difficoltà il suo estensore Carlo Verdelli e forse anche il direttore generale Campo Dall’Orto”. La Maggioni poi ha smentito: “volgari calunnie”.   

Comunque, questo è solo un capitolo e certamente non secondario della storia Rai. Certo è che, volendo, si potrebbe scrivere un’enciclopedia con tutte le storie faste e nefaste di cui siamo a conoscenza diretta e di tutte quelle che nel corso di tanti anni ci hanno raccontato e che pochi hanno la voglia (o il coraggio) di ricordarle. Non sono belle storie, sono scheletri negli armadi di cui avere un certo imbarazzo. Sono storie anzitutto umane, personali, e poi anche politiche. Come ha scritto Balzoni “Intrighi, leggende metropolitane, verità” che non vediamo l’ora di leggere e conoscere. Sono storie che hanno fatto e fanno tutt’ora la “storia” di questa Rai. Alcuni dei personaggi di allora sono ancora presenti sulla scena e ancora in grado di determinare o influenzare scelte strategiche dell’Azienda.

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Lavori in corso

 Stiamo preparando un post ricco e interessante. 

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venerdì 16 ottobre 2026

Attenzione: DUANJU !!!

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Buongiorno … oggi un Post fresco di giornata e magari più tardi ci aggiorniamo (ci sono notizie interessanti).

Allora, è successo che nei giorni scorsi si è svolto a Cannes il MIPCOM 2026 e corriamo il rischio di affermare che si tratta del più importante appuntamento del mercato audiovisivo internazionale. Eravamo in attesa di leggere resoconti, interviste e commenti su questo imperdibile appuntamento: pressoché NULLA e, per avere ulteriore conferma abbiamo chiesto a qualche amico di Bloggorai di fare una verifica sulla Rassegna Stampa Rai (diffusa a pochi intimi) da lunedì scorso fino a questa mattina ovvero NULLA, i termini MIPCOM e Cannes non compaiono mai. Nessun quotidiano nazionale ha scritto una riga e Rai era presente con il solito stand gestito da Rai Com con un suo dirigente. Punto.

Eppure, durante questi tre giorni a Cannes si disegnavano i “destini del mondo audiovisivo”, si vedevano i grandi soggetti, le prospettive, le novità, e le tendenze. In altre e più semplici parole: è il mercato dei prodotti, dei contenuti, delle idee e delle proposte prossime venture.

Si potrà forse obiettare che il mondo audiovisivo non gira tutto intorno a Cannes. Forse è vero. Forse è vero che il MIPCOM è solo una vetrina dove si compra e si vende ma proprio per questo non può essere ignorato: la Tv è ciò che si vede, tutto il resto è un corollario. Senza scomodare un pensiero ormai nella storia “Contet is the King” (1996). 30 anni.  

Ad esempio, avete mai sentito parlare di “duanju”??? Forse no e c’è da dubitare che qualcuno in giro ne sappia qualcosa. Eppure si tratta di un nuovo fenomeno in grado di realizzare numeri impressionanti di utenti, di tempo di visione (negli USA circa 36 minuti/giorno mentre la concorrenza di Netflix si ferma a circa 25) e fatturato: è un format “verticale” di circa 3 minuti destinato al “fast food” cellulare, brevi storie di fiction a bassissimo costo (attori sconosciuti e location improvvisate). In Italia si è accorta del fenomeno Maria de Filippi con la sua società partecipata al 50% da Mediaset che ad aprile scorso ha diffuso la prima versione di questo formato con “Tutto in una notte” e circolato sulle principali piattaforme social come Instagram, Tik Tok, YouTube e WittyTV.

Vogliamo poi parlare delle FAST Tv e dei contenuti che vengono diffusi? Ne abbiamo già scritto qualcosa: ci torneremo. 

Hai voglia dire, come alcuni nostri amici sostengono, che la “tv generalista resiste e lotta insieme a noi”. Hai voglia di riproporre residui del passato con repliche di repliche per poi ipotizzare fantomatiche “Fondazioni” di gestione del prossimo Servizio Pubblico. 

Segue …

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Una ventata di sano ottimismo

By Bloggorai ©

Come d'autunno si levan le foglie / l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie.  

D.A. – D.C. III, Inf. (vv. 112-114)

 

Ci sono momenti in cui la tastiera diventa pesante. Ci sono momenti in cui tutto o tanto si affardella ed è complicato ricondurre i ragionamenti ad un solo disegno. Ci sono momenti in cui si avverte un certo senso di stanchezza e fastidio ad occuparci di “cose” e di argomenti ormai logori e stantii. Ci sono momenti in cui si diventa quasi afoni e si fatica a trovare nuovi spunti di interesse e allora non resta che guardarsi alle spalle, non foss’altro per capire perché nonostante tanto sforzo e fatica, tanto lavoro di tante persone per tanto tempo e ciononostante ci troviamo al punto di partenza se non peggio. Con una aggravante: nessuno si assume la responsabilità degli errori compiuti, nessuno ha voglia, la forza o il coraggio di guardarsi indietro e tirare giù gli scheletri negli armadi.

La “riforma” della Rai e il Servizio Pubblico? La Rai di una volta e quella di TeleMeloni? Il suo futuro? Canone si o canone? Ci salverà l’EMFA? Gli ascolti calano? La Tv generalista “è viva e lotta insieme a noi” oppure è in via di estinzione? Un ibrido tra Broadcast e Broadband che “dovrebbero convivere nello stesso ecosistema”? Una rete di “servizio pubblico” e una con la pubblicità? Una Rai con 12 mila dipendenti e oltre 2000 giornalisti e con questa offerta editoriale e con queste risorse può reggere ancora e per quanto tempo? Rai Play come che si e Rai Play come che no. E di Rai Way cosa ne facciamo? E Mediaset che fine ha fatto? E i “Data Center” sono il futuro? E il “giornalismo d’inchiesta” chi lo fa? E le piattaforme resistono e insidiano o anche loro hanno in corso una mutazione genetica? E così via.

Bloggorai lo ammette: vive uno stato di confusione dove non riesce più a distinguere forma e contenuto, sostanza da apparenza, fumo e concretezza.

Tutto questo condito da una considerazione, forse banale quanto centrale: ad occuparsi a seguire più o meno con interesse, c’è solo una generazione giocoforza in via di estinzione. Tra i più “giovani” di questa generazione c’è il sottoscritto che ha quasi 74 anni, in buona compagnia di chi ne ha almeno dieci di più (ben portati). Nei giorni scorsi siamo stati ad un dibattito dove il più anziano (autorevolissimo) ha 92 anni e, a seguire, per età e rilievo, gli altri ne avevano 88 e 86. Uno tra loro (non citiamo il nome) ha ancora in mente Televideo. Tra questi, inoltre, c’è una fila di “Professori” quasi ottantenni che non hanno vinto un concorso a cattedra nemmeno per errore e non si vede al loro seguito nemmeno uno studente che partecipa o segua i loro insegnamenti. La “politica” assiste attonita, arranca e interviene scomposta con una lamentela infinita di “vorrei ma non posso”, specie in casa progressista: ancora qualcuno ricorda quasi con nostalgia il “piano Gentiloni” del 2007, ovvero stagionato di quasi 20 anni!!! Le uniche riforma Rai di rilievo che si ricordano è stata la Gasparri del 2004 e quella di Renzi nel 2015. Ora si appresta ad entrare nella storia quella Meloni del 2026.

Tutto questo condito da una ulteriore considerazione, forse banale quanto centrale: il pubblico che segue la Rai, il Servizio Pubblico, è sempre più anziano laddove progressivamente e inesorabilmente aumentano gli “over” e diminuiscono gli “under”. Stasera su RaiUno in onda un grande successo: "The Voice Senior".  

Dopo questa ventata di sano ottimismo, torniamo a goderci una splendida giornata d’autunno, ad osservare le foglie che cadono, lentamente e inesorabilmente.

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mercoledì 14 ottobre 2026

RAI: un glorioso futuro dietro le nostre spalle

by Bloggorai 

Sono trascorsi oltre 60 anni da quando uscì nelle sale cinematografiche il fantasmagorico  film "L'Armata Brancaleone".
Abbiamo una vaga sensazione e percepiamo intorno a noi un vago sentore di vicinanza a quel periodo. 

Sono trascorsi tanti anni e sul fronte della Rai e del Servizio Pubblico sembra di essere rimasti fermi ad un tempo passato se non tornati indietro. Se qualcosa andrà avanti, ancora una volta, non sarà per merito nostro ma per la forza della maggioranza di Governo, di questo Governo, e se ci sarà prossimamente una riforma porterà le firme di Meloni & C.

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martedì 13 ottobre 2026

Il Mostro e la Riforma RAI

By Bloggorai ©

“Quando nel tempo antico il mondo era descritto dal mito, nel Medioevo dalla religione, nell’età moderna dalla scienza, e oggi dalla televisione, in tutti questi passaggi gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la sua descrizione che di volta in volta la religione, la filosofia, la scienza e oggi la televisione hanno dato del mondo. Forse l’uomo non ha mai avuto a che fare con le cose, ma sempre e solo con le descrizioni che confezionano le cose. Se così non fosse stato, non potremmo parlare di storia e di successive epoche”. Umberto Galimberti, “La Tv che ruba l’anima”,

Il “clamore mediatico” è un elemento sostanziale del dibattito giuridico e spesso entra di prepotenza nelle aule dei tribunali a tal punto, talvolta, di poter scardinare le certezze del diritto. La “pressione dell’opinione pubblica” non è mai un fenomeno endogeno ma si produce allor quando si innesca dall’esterno una scintilla in grado di accendere le pulsioni emotive finalizzate a sostenere un determinato obiettivo che il Giudice poi è chiamato a ratificare in giudizio. E, nel caso di cui trattiamo, di obiettivi segnatamente politici ce ne sono a sufficienza per alimentare il “caso mediatico”.    

Ha scritto Leonardo Sciascia “Quando l'opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario - divisa in "innocentisti" e "colpevolisti" - in effetti la divisione non avviene sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell'imputato o a suo favore, ma per impressioni di simpatia o antipatia. Come quando uno scommette su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Il caso Tortora è in questo senso esemplare: coloro che detestavano i programmi televisivi condotti da lui, desideravano fosse condannato; coloro che invece a quei programmi erano affezionati, lo volevano assolto.» Negli annali di giurisprudenza il primo caso italiano che viene ricordato è quello di Gino Girolimoni, inizialmente indicato come responsabile dell’omicidio di 7 bambine a Roma e poi completamente scagionato. Erano i primi anni del fascismo, 1924-27, e il nascente regime aveva bisogno di un colpevole per dimostrare la sua capacità di garantire ordine e sicurezza. La stampa complice di Mussolini venne scatenata contro il presunto colpevole, salvo poi dimenticarlo quando venne comprovata la sua innocenza.

Arriviamo a casi più recenti e torniamo appunto al “caso Tortora” del 1983.  Erano gli anni dei primi pentiti di mafia e di camorra e i personaggi di allora avevano il calibro di Raffaele Cutolo e veniva comodo e utile (si diceva alla procura di Napoli) avere un “mostro da sbattere in prima pagina”. Venne imbastito un processo indiziario basato sul nulla sul quale buona parte della stampa italiana ha vissuto di rendita e solo dopo molti anni venne dichiarato completamente innocente dalla Cassazione.

Negli anni passati ancora ricordiamo i casi clamorosi di Cogne, di Erba, di Perugia e tutt’ora di gran voga il caso Garlasco che alimenta il “clamore mediatico” ogni giorno pagine di giornali e ore di trasmissioni tv.

Nessuno stupore, dunque, nel leggere nella sentenza del Tribunale di Roma sul ricorso Ranucci contro la Rai che il “clamore mediatico” sia stato il fondamento ovvero il presupposto sostanziale degli accadimenti. Come vi abbiamo già scritto ieri, non solo in Aula si è evidenziato il “clamore mediatico” successivo all’emergere dell’amicizia tra Lavitola e Ranucci ma è poi proseguito esattamente durante il procedimento con la pubblicazione di articoli che non sono passati inosservati (vedi il famigerato articolo del Corriere dello scorso 26 settembre con il titolo “Report, la redazione contro Ranucci: «Se ritorna lui ce ne andiamo noi…”. L’articolo poi è stato smentito e sbeffeggiato ma nessuno ne ha tenuto conto. Come pure la citazione di una votazione (47 su 52) citata nella sentenza e avvenuta a luglio scorso dove è stato mescolato e  artatamente confuso il senso e l’oggetto del voto in redazione di Report dove non si votava la fiducia a Ranucci ma un progetto di riorganizzazione interna. Il Giudice ha invertito l’ordine degli addendi mutando il risultato: è stata esattamente la forsennata campagna mediatica scatenata dai più importanti gruppi editoriali nazionali (il Corriere della Sera in prima fila con una mole impressionante di articoli (con dosi massicce di “fonti Rai”) e, a seguire, tutti giornali del Gruppo Angelucci in buona compagnia di Dagospia che ha costantemente rilanciato tutto e per finire la stessa Rai con il Tg1 e trasmissioni (Giletti e Monteleone) che fino a poche ore addietro ancora hanno inzuppato il biscotto nel “caso Ranucci” ha messo la redazione di Report “sotto pressione” turbando alfine i loro fragili equilibri di serenità.  Che dire, infine del “clamore mediatico” sollevato dal senatore Gasparri e del suo partito che hanno scatenato la campagna contro la Giudice incaricata del procedimento, accusata di essere “politicizzata” poiché si era occupata in precedenza del caso Almastri, dimenticando o volutamente ignorando che la giudice era stata sorteggiata per quella occasione. Quanto può aver pesato il “clamore mediatico” sull’esito del procedimento contro Ranucci?

Nota a margine. Di tutto questo e in questo specifico contesto politico si avverte un silenzio imbarazzato e assordante: il “campo largo” sembra in tutt’altre faccende affaccendato per occuparsi anche di diritti fondamentali, di informazione e di Servizio Pubblico. Alla vigilia di una possibile riforma Rai che, di fatto, consegnerà alla destra, a questa destra, il futuro dell’Azienda e del Servizio Pubblico. I conti tornano. Attenzione: su questo tema invece “il clamore mediatico” al contrario non viene sostenuto, anzi, è calato uno spesso strato di cemento armato. Nessuno ne parla.

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