Vedi pure il post di ieri sera
https://bloggorai.blogspot.com/2026/10/rai-una-storia-infinita-di-intrighi.html?m=1
La regolamentazione giuridica e quindi politica avviene solo
dopo che l’innovazione tecnologica si è sviluppata. La norma arranca lentamente
mentre lo sviluppo viaggia velocemente e il divario tra i due tempi appare
spesso incolmabile: sono come due locomotive dove quella della Legge non potrà mai superare quella dell'innovazione. Quando la Legge arriva in
ritardo la tecnologia è giunta già ad una fase successiva e si deve ricominciare
da capo in una corsa infinita.
Le grandi riforme economiche o sociali arrivano sempre “dopo”
i fenomeni ai quali si intende porre rimedio. “Ri-formare” intende esattamente
dare una nuova forma, adeguarla, rivederla e renderla più sincronica ad un tempo
e un contesto successivo. Il mondo del riformatore è sempre quello di colui che
ha per le mani una materia già formata e scomposta per cercare di rimodellarla in
una nuova veste. Il mondo del riformatore non è chiamato ad inventare quanto piuttosto
ad “aggiustare” e rivedere in forma corretta un quadro normativo superato e non
più adeguato alle specifiche necessità.
Ecco quindi emergere la distinzione tra “riforma di fatto” e
“riforma di diritto”. La riforma di fatto si configura, prende forma
sostanziale quotidianamente, nelle dinamiche intrinseche ai fenomeni e solo successivamente
si predispone ad essere mutata in “riforma di diritto”. Il “caso” della Riforma
Rai è il perfetto paradigma di questo concetto: sono decenni, tanti, che se ne parla
ed ogniqualvolta che ne arriva una è già troppo tardi, è superata dalla “nuova”
Rai che si intende riformare che, nel frattempo, si è autoriformata da sola, al
suo interno con forti sostegni esterni.
È successo che la scorsa settimana si è svolto un importante incontro proprio sul tema “Per una riforma del Servizio Pubblico Radiotelevisivo” dove sono intervenuti gli autorevoli proponenti di un corposo dossier di 41 pagine: Enzo Cheli, Giuliano Amato e Franco Bassanini. Apprezzabile ed encomiabile lo sforzo compiuto e prima e più ancora che valutare i suoi contenuti sembra utile e necessaria una premessa: appare tutto fuori contesto e fuori tempo. Il contesto: fino alla fine di luglio scorso era in piedi una sorta di “tavolo di lavoro” formalmente aperto a tutti ma sostanzialmente riservato a pochi intimi con il compito di elaborare o un testo base o emendamenti da sottoporre al dibattito in VIII Commissione Senato dove, appunto, si stava configurando il nuovo testo di Legge sulla Rai (il T.U.S. 162). Quel “tavolo di lavoro” in verità era già iniziato da molti mesi prima, all’indomani della formazione dell’attuale Cda Rai. Perché queste ipotesi/proposte non sono emerse prima?
Il tempo: come noto, il nuovo
testo citato andrà in Aula il prossimo 26 novembre già chiuso e blindato dove non ci sono ragionevoli
margini di trattativa con la maggioranza per una sua possibile revisione: allo stesso
modo con cui il Governo ha chiuso la partita sulla Legge elettorale è verosimile
ritenere che possa chiudere anche questa sulla Rai: un altro scalpo da esporre
in vista della prossima campagna elettorale. Che senso ha riproporre vecchi e
logori schemi del genere “fondazione” quando ancora il perno essenziale, il punto
focale, di tutto il dibattito non riesce ad emergere: non tanto e non solo come
dovrà essere governato e con quali risorse si dovrà sostenere ma cosa dovrà
essere e cosa dovrà fare il Servizio Pubblico Radiotelevisivo nei prossimi dieci
anni. Nel “paper” presentato al dibattito, a pag. 28 al paragrafo 5.1, si legge
“La missione del Servizio Pubblico radiotelevisivo trova fondamento nei principi
costituzionali e negli indirizzi fondativi dell’Unione Europea”. Punto. E poi prosegue
con un elenco di “azioni-obiettivo il cui conseguimento appare inevitabile: …”
ovvero “riservare … recidere … rafforzare … salvaguardare … promuovere … essere e
assicurare”. Leggendo il paper non abbiamo avvertito un solo passaggio in cui si
trova un concetto fondamentale, una visione, un progetto, un’idea di come segnatamente
questo Servizio Pubblico dovrà necessariamente essere diverso entro i prossimi
10/15 anni (data entro la quale potrà avvenire il superamento della diffusione Digitale
terrestre). La sua logica primigenia era, infatti, la tutela dello Stato per la
risorsa preziosa delle frequenze radiofoniche che invece oggi hanno una nuova e
diversa collocazione.
Ecco allora arrivati ai giorni nostri, ecco allora arrivati a
dover dibattere di Data Center e di IA con la quale si “fanno” programmi (ieri sera
il Giulio Cesare in onda su RaiUno ne era infarcita), di mercato e di nuovi prodotti
audiovisivi, di modelli narrativi e di format, di “social” e di piattaforme
emergenti, di reti Rai in via di estinzione e di pubblico del Servizio Pubblico
che diventa sempre più over e sempre meno under.
Da tutto questo la “riforma Rai” presente e futura sembra
essere molto lontana. Ieri sera è andato in onda su Rai Tre un servizio molto interessante
sul tema “Processo ai Social”. Molto interessante e, pure in questo caso, il contesto
è lo stesso: i danni dei social sono già avvenuti e sono tutt’ora in corso e
regolamentarli ora sarà molto, molto difficile.
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